ARTE/ Luca Gastaldo e Rubin, storia ed emozione

- int. Luca Gastaldo

LUCA GASTALDO è un pittore milanese di 34 anni che si è rivelato nel mondo dell’arte contemporanea già dal 2006. E’ alla sua seconda personale presso la galleria Rubin di Milano

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Luca Gastaldo, Dolce timore (2017)

Luca Gastaldo è un pittore milanese di 34 anni che si è rivelato nel mondo dell’arte contemporanea già dal 2006. E’ alla sua seconda personale presso la galleria Rubin. Gli abbiamo rivolto alcune domande sul suo percorso formativo e sulle ragioni che oggi lo guidano nella sua originale ricerca estetica e tecnica.

Luca, in una recente intervista, prima che aprisse la tua personale, hai detto: “La Rubin è una galleria che seguo con interesse da tempo perché ha una lunga tradizione di mostre di pittura figurativa. Mi ritrovo con piacere a far parte di un gruppo di artisti, alcuni dei quali seguo con interesse ed ammirazione da molto tempo”. Vuoi spiegare più in profondità questi concetti? 

Sin dal liceo ho avuto interesse per gli aspetti più figurativi dell’arte, sia per un gusto personale che per indicazioni e suggerimenti ricevuti dai professori. Credo che una delle prime mostre di cui mi ricordo qualche lavoro sia stata allestita proprio nella galleria Rubin, dove erano presenti tre artisti figurativi dei quali, ancora oggi, stimo il lavoro: Pignatelli, Papetti e Frangi. Sono ricordi sfocati, ma considero quella mostra come la mia prima esperienza nel vedere del bello in un quadro. Altri artisti che in passato hanno collaborato o collaborano con la galleria sono stati per me un grande stimolo: durante il terzo anno di liceo, quando ci fu chiesto di eseguire la copia di un’opera pittorica, mi sono imbattuto in un catalogo di Letizia Fornasieri e sono rimasto “fulminato” da un suo tram che ho riprodotto. In una fiera, durante il primo o secondo anno di accademia, ho scoperto un lavoro di Picozza dove per la prima volta vedevo utilizzato il bitume, materiale che ancora oggi è un componente della mia pittura. Il lavoro di Gehard Demetz ha sempre avuto un grande fascino per me facendomi interessare alla scultura contemporanea. In molti artisti ritrovo poi una linea comune alla mia, il che contribuisce a farmi sentire parte di un gruppo coerente di pittura figurativa. 

Hai studiato al liceo artistico e all’Accademia di Brera. Esiste ancora, secondo te, un percorso di studi obbligato perché un pittore di talento possa diventare un autentico professionista nel campo dell’arte contemporanea? E se ritieni influenti i tuoi studi nell’ottenimento dei risultati che hai avuto, quali sono i fattori che hanno maggiormente contribuito a farti progredire? I tuoi professori? Gli altri studenti con cui ti confrontavi? 

Sicuramente seguire un liceo artistico, soprattutto se fatto bene (come considero quello che ho frequentato io) dà un bagaglio di conoscenze tecniche e di base superiore a un altro tipo di studio, e considerando per il mio lavoro la parte del disegno come fondamentale, attribuisco grande valore a quei cinque anni. Non c’è però, a mio parere, un percorso obbligato o univoco; la tecnica è molto importante e può essere insegnata ma si può apprendere anche indipendentemente, come è stato per Van Gogh. Esiste però un percorso che facilita, aiuta e stimola un modo di guardare le cose che non è, a mio avviso, dato dal tipo di scuola che si frequenta o dal percorso di studi fatti, ma dalle persone che si incontrano e che riescono a comunicarti una passione e un’apertura che serve nel lavoro artistico come in ogni altro ambito, un gusto per il bello che rimane. Gli anni successivi in Accademia sono stati per me importanti perché mi hanno lasciato spazio per lavorare, per sperimentare, per dipingere molto di più (avendo già dal secondo anno un mio studio) di quanto qualsiasi altro percorso di studi mi avrebbe consentito. Il confronto con altri studenti è stato per me importante soprattutto i primi anni, avere un giudizio da chi ritieni più avanti credo che sia sempre utile. 

Dolce timore, 2017, tecnica mista su tela, 100×150 cm

Secondo te l’artista di oggi soffre di isolamento nel suo studio oppure attraverso i social e le mostre riesce a tenersi aggiornato e vitale? 

E’ sicuramente un lavoro molto particolare dove per la maggior parte del tempo si è da soli a confrontarsi con il proprio lavoro. Personalmente non è una cosa che mi pesa e credo che sia un aspetto fondamentale per chi cerca di esprimere qualcosa di sé nel proprio lavoro. “Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione” dice Bauman. Negli ultimi anni questa solitudine è sicuramente cambiata per i diversi modi di comunicazione, per i social, dove i contatti soprattutto nell’ambito visivo sono immediati e diretti. Le mostre sono sicuramente momenti importanti di confronto con il pubblico e con altre figure come galleristi o critici che danno un primo valore al tuo lavoro. 

Ti manca quella caratteristica delle passate avanguardie che vedeva gli artisti riunirsi, discutere le proprie opinioni, fondare riviste e movimenti? Non credi che per la “storicizzazione” di un artista sarebbe essenziale un comune denominatore che unisce il suo lavoro a quello di alcuni altri, in modo che il pubblico si senta confrontato con un fenomeno culturale e non con una pletora di individualità? 

E’ una caratteristica che non ricerco in modo volontario, non credo che sia un riunirsi a priori scegliendosi fra artisti per aspetti in comune, è un passaggio che se avviene deve essere in modo naturale, per caratteristiche, intenti lavorativi ma soprattutto per ideali di vita o culturali simili. Sarebbe una possibilità interessante ma, a mio parere, meno applicabile ai nostri giorni rispetto allo scorso secolo, per differenti stili di vita, fruizione dell’arte (data anche dai social) e figura dell’artista diventato ormai un uomo “normale”. Inoltre siamo in un periodo storico dove vi è grandissima multiculturalità e influenze differenti che anche involontariamente entrano nella vita e nel lavoro di ognuno, quindi anche nell’arte; influenze date anche da artisti passati a cui guardo molto. 

Accompagnati alla sera, 2017, olio su tela, 100×200 cm

Alcuni artisti lavorano con diverse gallerie, altri hanno una sorta di esclusiva con una soltanto. Cosa significa per te avere “una galleria di riferimento”? E’ un espressione di semplice simpatia, di appartenenza o di lavoro comune con precisi obblighi reciproci?  

Ho sempre visto la figura dei galleristi come parte fondamentale del mio percorso, come dicevo prima la galleria è la prima verifica del valore del mio lavoro e allo stesso tempo una figura che dà un valore al lavoro stesso. Sono due aspetti che si completano artista e gallerista, e uno serve e aiuta l’altro. Perché questo completarsi possa funzionare credo che debba esserci una certa empatia creata dal lavoro che l’artista che trova riscontro nel gusto del gallerista. Quando ritrovo questa unione mi sento parte della galleria come un insieme di persone che lavorano per lo stesso fine, come se fosse una piccola azienda familiare. 

Secondo te la “buona pittura”, ossia quella manifestazione del talento ma anche dello studio, della tecnica, della disciplina, ha senso oggi?  

La “buona pittura” intesa come capacità tecnica, interesse a migliorare, ad approfondire e studiare alcuni aspetti è per me fondamentale oggi come lo è stato in passato e come lo sarà sempre. Questo non ha valore però isolato dal resto, come non ha valore l’opposto, cioè l’istintività, l’immediatezza e il desiderio di andare oltre ad una mera interpretazione tecnica eccelsa e perfetta. Sono due aspetti che uniti creano un’opera d’arte. 

Piacevole brezza tiepida, 2016717, tecnica mista, 150×100 cm

Ti senti schierato a favore di un certo tipo di arte o ritieni attraenti tutte le forme del contemporaneo?   

Non ho interesse a schierarmi a priori e non ho alcun pregiudizio verso qualche particolare ambito artistico. Sono attratto da espressioni che mi emozionano, è questo per me l’aspetto fondamentale. In questa fase del mio percorso ho sicuramente un maggiore interesse per l’arte figurativa, dove vi è un notevole bagaglio tecnico e non solo capacità di improvvisazione. Sicuramente non voglio entrare nell’ambito iperrealistico da cui non sono mai stato molto attratto. Citando Degas: “la pittura è innanzitutto un prodotto dell’immaginazione, non deve mai essere una copia. L’aria che si vede nei quadri non è respirabile”. 

La mostra di Luca Gastaldo prosegue fino al 23 dicembre. Galleria Rubin, via Santa Marta 10, Milano. www.galleriarubin.com 

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