LETTURE/ Lo scienziato: che cosa chiediamo davvero alla tecnologia?

Il Centro Culturale di Milano propone un ciclo di incontri dedicato alla tecnica: “Nella dimensione di una nuova tecnologia”. Si inizia il 27 febbraio. Intervista a CARLO SOAVE

25.02.2017 - Mario Gargantini, int. Carlo Soave
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Foto dal web

Siamo entrati “nella dimensione di una nuova tecnologia”: è una constatazione evidente non appena si osservino con attenzione i cambiamenti in atto nella nostra vita quotidiana. Le nuove tecnologie ci avvolgono, entrano in tutti gli spazi della nostra esistenza, tendono a riconfigurare le nostre relazioni con le cose e anche con le persone; ci meravigliano per ciò che riescono a fare e a farci fare, ci spaventano per le implicazioni prevedibili a diversi livelli della vita personale e sociale, ci inquietano e ci preoccupano per la sensazione di non riuscire a dominare e incanalare tanta potenza sempre e facilmente disponibile. 

Quella che sembra un’inarrestabile avanzata delle “macchine” (nella accezione più ampi del termine) pone molteplici problemi. È inutile negarlo o minimizzare. Meglio guardare in faccia con chiarezza alla situazione, cercare di conoscere e di riflettere. È quanto propone il Centro Culturale di Milano (www.centroculturaledimilano.it) col ciclo di incontri che si intitola proprio Nella dimensione di una nuova tecnologia. Si inizia il 27 febbraio con gli interventi dei filosofi Carlo Sini e Fabrice Hadjadj (“La tecnica ha varcato il mondo umano?”); poi sarà la volta dei biologi Carlo Soave e Alessandro Giuliani (“Biotecnologie: ridisegnare la vita?”, 13 marzo); infine il bioingegnere Alessandro Vato e l’informatico Daniele Magazzeni, del College di Londra (“Intelligenza artificiale e robotica: l’oggi e il domani”; 20 marzo).

Su questi temi abbiamo interpellato il professor Soave. 

Il mondo sta cambiando e il cambiamento ha due caratteristiche che lo differenziano dai cambiamenti del passato e ci danno la sensazione di non essere preparati ad affrontarlo: la pervasività e la rapidità. Si riesce a immaginare quale sarà il nostro futuro?

Il mondo sta cambiando da sempre, fin dalle sue origini. Se uno per esempio osserva le innovazioni che sono avvenute nel corso del tempo si accorge che a partire da 3 miliardi e mezzo di anni fa, quando sono comparsi i primi organismi viventi (i microorganismi), le innovazioni si sono succedute a un ritmo sempre più rapido: è un’accelerazione continua. La nostra specie, Homo sapiens, è comparsa 200mila anni fa, che in termini di generazioni umane corrispondono a 8mila generazioni, ma già 400 generazioni fa abbiamo inventato l’agricoltura, 80 generazioni fa (come dire 80 nonni fa) nasceva Gesù Cristo e 20 nonni fa Cristoforo Colombo approdava in America. Il primo telefonino è di soli 37 anni fa. Quindi da sempre il mondo sperimenta un’accelerazione esponenziale dei cambiamenti e noi stessi oggi viviamo in un mondo drasticamente diverso da quello dei nostri nonni. Il problema nasce dal fatto che noi pensiamo sempre in termini di una velocità di cambiamento lineare e non esponenziale e ci sembra quindi di essere sempre spiazzati, inadeguati. Ma non c’è da spaventarsi, o da sentirsi impreparati perché non riusciamo a immaginare il futuro. Come sarà il futuro e come si dovranno affrontare i problemi che sorgeranno dipende da come viviamo oggi, da come siamo consapevoli dei valori che caratterizzano l’umano e di come educhiamo a questi valori i nostri figli e nipoti.

L’ambito biologico è sempre stato oggetto di intervento e di manipolazione da parte dell’uomo. Cosa è cambiato negli ultimi decenni? E cosa sta accadendo oggi? 

Da sempre l’uomo ha modificato geneticamente gli organismi viventi: basti pensare alla citata invenzione della agricoltura, 10mila anni fa, con la domesticazione di piante e animali. L’ha fatto con tecniche diverse, per secoli con la selezione massale, poi con le scoperte della genetica mendeliana con gli incroci e la creazione di ibridi. Più recentemente con il trasferimento mediato da appositi vettori di segmenti di Dna da organismi intra e interspecifici. La tecnica più recente è il Genome Editing con la quale, analogamente alle operazioni che un correttore di bozze compie su un testo scritto, si possono modificare sequenze di Dna esattamente nei siti e con le modifiche scelte dal biotecnologo. La tecnica è semplice, rapida, poco dispendiosa e applicabile a qualunque organismo vivente, dai batteri, alle piante, agli animali uomo compreso. La novità del Genome Editing rispetto alle tecniche precedenti sta proprio nella possibilità di introdurre modificazioni mirate nel genoma di un organismo; ovviamente è necessario conoscere perfettamente la funzione del gene che si vuole modificare. La tecnica comunque è già in uso e il kit dei reagenti necessari è in vendita per poco centinaia di euro.

 

Si parla anche di Human Enhancement Technologies: cosa sono? Chi e dove le sta sviluppando? Siamo nel campo della pura ricerca o siamo già a livello applicativo? 

Con il termine di Human Enhancement Technologies (Het) ci si riferisce a ogni tentativo, temporaneo o permanente, di superare limitazioni funzionali del corpo umano o di introdurre funzioni nuove, mediante l’utilizzo di tecnologie che possono alterare o selezionare attitudini e tratti fenotipici indipendentemente dal fatto che tali caratteristiche cadano o no in quello che è valutato come intervallo di normalità. Si tratta quindi di tecniche che possono essere utilizzate non solo per curare malattie, ma anche per aumentare capacità umane, potenziare capacità fisiche e anche caratteristiche comportamentali dell’uomo. In fondo il doping nello sport è una forma di enhancement, come anche l’uso di farmaci che estendono le capacità della nostra mente; da questo punto di vista è chiaro che da tempo non siamo solo nel campo della ricerca ma siamo a livello applicativo. È altrettanto ovvio che il Genome Editing si presta bene come tecnologia che può essere utilizzata per un doping genetico, a condizione che si conoscano però perfettamente le funzioni dei bersagli genici che si vogliono alterare. La riflessione comunque che mi sentirei di fare è che con le Het si introduce nella medicina non solo l’obiettivo di curare le malattie, ma anche quello di andare “oltre la terapia”, creare per così dire “un uomo nuovo”. Il punto è: che tipo di uomo abbiamo in mente, cosa consideriamo buono per l’uomo tra le possibili applicazioni delle nuove tecnologie alla biologia del corpo umano? 

 

È giusto preoccuparsi? 

È giusto chiedersi perché facciamo tutto ciò, qual è il motivo che ci spinge a quel “di più” cui siamo irresistibilmente attratti. È evidente che non c’è l’umano senza tecnica, noi uomini non possiamo fare a meno della tecnica: a differenza degli animali che sono perfettamente adattati all’ambiente in cui vivono, noi dobbiamo continuamente costruirci il nostro ambiente e la tecnica è il nostro ambiente. Ma perché non ci basta mai? È come se volessimo far nostra la realtà in cui viviamo e, se non sono sufficienti le tecniche che agiscono sulla realtà, allora cerchiamo tecniche che potenzino le nostre capacità di dominare il mondo. Di ciò mi preoccuperei; del fatto che non ci chiediamo qual è il vero motivo del nostro agire tecnologico, che cosa in fondo desideriamo.

 

È possibile orientare la ricerca in modo che sia chiaramente “per l’uomo”? Come e chi lo può fare?

Sono convinto che una volta inventata una nuova tecnica, non c’è modo di impedire che essa venga utilizzata. Il Genome Editing ormai l’abbiamo inventato e non possiamo tornare indietro. Anche se volessimo fermarlo, ormai non potremmo. Possiamo solo chiederci come procedere responsabilmente. Ma cosa vuol dire agire responsabilmente nelle modificazioni genetiche sugli organismi viventi, uomo compreso? È evidente che se il Genome Editing è compiuto su embrioni umani prima che si siano differenziate le cellule germinali, le modifiche introdotte saranno trasmesse ai figli e a tutta la discendenza. A questo proposito nel dicembre 2015 un vertice internazionale si è concluso con la raccomandazione che l’alterazione genetica delle linee germinali umane per ora rimanga confinata alle ricerche di laboratorio; che devono però proseguire, con le dovute cautele e nel contesto di una discussione comune su come regolarle, in vista degli importanti progressi per la salute che potrebbero derivarne. Ma basta questo? Siamo sicuri che da qualche parte la tecnica non verrà impiegata sugli embrioni? Chi può assicurarlo? L’unica cosa che possiamo e dobbiamo sempre fare è la riflessione profonda personale e pubblica su qual è la nostra aspirazione, dove punta il nostro desiderio. È in fondo l’eterna domanda del che cosa e chi siamo.  

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