LETTURE/ Pontiggia, scrivere è l’avventura della conoscenza di sé

- Daniele Ferrari

Nel 1994 lo scrittore Giuseppe Pontiggia tenne in diretta su Radio-rai-due venticinque “Conversazioni sullo scrivere”. Ora sono raccolte in volume. DANIELE FERRARI

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Giuseppe Pontiggia (1934-2003) (foto Gorup de Besanez, Wikipedia)

Tra il maggio e il luglio del 1994, Giuseppe Pontiggia, su invito di Aldo Cazzullo, tenne in diretta su Radio-rai-due venticinque Conversazioni sullo scrivere, nel programma Dentro la sera. Il podcast del programma è tuttora riascoltabile a questo link. Ma per chi volesse leggere la trascrizione di queste conversazioni, è disponibile dal novembre del 2016, per i tipi di Belleville, il volume Dentro la sera, conversazioni sullo scrivere.

Per quanto il lettore attento scoprirà che la trascrizione di tali conversazioni sia avvenuta in una modalità (quella della trascrizione letterale dell’oralità) che Pontiggia denuncia, proprio in una lezione, come un rischio di distorsione delle intenzioni dell’autore, resta il fatto che il volume ha il merito di colmare il vuoto editoriale relativo alla documentazione dell’importante attività di docente di scrittura che ha esercitato con assiduità a partire dagli anni Ottanta (famose quelle al teatro Verdi di Milano) e di permetterci di scoprire così che oltre un grande narratore, Pontiggia è stato anche un grande maestro. Il volume, non a caso, è accompagnato da un cd che contiene le registrazioni audio delle lezioni, in una misura però ridotta rispetto ai podcast – sono state espunte le sintesi della puntata precedente con cui si apriva la conversazione, le introduzioni ai notevoli brani di musica jazz che Pontiggia proponeva al pubblico e la parte di dialogo con gli ascoltatori che concludeva ogni conversazione.

La lettura di questo volume offre un’immagine a tutto tondo di uno scrittore, di un saggista e di un insegnante impegnato in una continua verifica delle proprie acquisizioni; e che sa che la qualità della scrittura ha a che fare con la responsabilità verso i suoi significati: “Certamente gli uomini sono capaci di qualsiasi imbecillità, ma un narratore non può permettersi questi lussi. Sta facendo qualcosa di più importante che raccontare le battute di un uomo. Sta introducendoci in un mondo che dev’essere pieno di significati, di sorprese, e possibilmente anche di bellezza”.

Scrivere non significa applicare tecniche, ma iniziare un'”avventura che non si può programmare” nella quale “la tecnica è indispensabile, però non è sufficiente”. Per questo motivo Pontiggia mette subito in chiaro che insegnare non consiste nell’offrire modelli a cui uniformarsi (come molte scuole di scrittura creativa sembravano fare), bensì “disseminare una serie di stimoli, di indicazioni, di esempi che possano essere utili a chi scrive nel momento in cui affronta da solo il problema”: il suo metodo è “problematico, non normativo”. Da vero maestro, non chiede agli studenti di ripetere ciò che lui dice, ma di modificare il proprio atteggiamento di fronte allo scrivere: “per esempio, se faccio dei corsi all’università, non chiedo mai agli studenti di ripetere quello che ho detto perché non è questo che mi interessa. L’obiettivo è di modificare in loro l’atteggiamento di fronte allo scrivere e di lasciare alcune tracce che possano essere orientative”.

La concezione forte di scrittura documentata da Pontiggia poggia sul suo carattere conoscitivo: scrivere non è mai la trascrizione di ciò che si ha già nella mente, bensì lo scoprire, in atto, qualcosa che ancora non si sapeva: “Io penso che lo scrivere sia soprattutto inventare nel senso etimologico di invenire. […] “Inventare” è un frequentativo di invenire e vuol dire essenzialmente scoprire quello che non si sapeva di conoscere, trovare quello che non si sapeva esistesse. Penso che una delle mete di un narratore sia di dar vita a un testo che alla fine ne sappia più di lui, un testo che rappresenti per lui una fonte di sorpresa, di curiosità, di conoscenza, che non lo deluda alla rilettura, ma anzi riveli significati nascosti che lui stesso non poteva prevedere. Un testo è riuscito se ne sa di più dell’autore”. Solo così l’opera non è lo “sfogo” di scrittori “innamorati di se stessi” o dei propri “percorsi psicologici” ma diventa il “raccontare l’essenziale: la verità”.

Pontiggia intrattiene un rapporto privilegiato con Manzoni, e, forse per questo, la parola “verità” torna così spesso nelle sue conversazioni. La verità cui il testo mira è descritta come la corrispondenza tra intenzione ed espressione: “La verità, al di là delle sue definizioni a opera della teoria della conoscenza, è un rapporto pieno, adeguato tra quello che uno dice e quello che vuole dire”. E chi conosce i suoi saggi, sa che qui il riferimento è al Purgatorio di Dante: “I’mi son un che…”.

Così la scrittura, lungi dall’essere un esercizio narcisistico, diventa l’avventura della conoscenza di sé: “Molte volte chi scrive non ha ancora la coscienza di avere un mondo da esprimere, addirittura si può anche temere di non avere questo mondo. E allora perché e come si scrive? Ma si scrive proprio per scoprirlo, e lo si scopre attraverso un linguaggio in cui, man mano, ci si riconosce. […] Se uno lavora bene […] alla fine poi scopre che ha un mondo da esprimere […] e che questo mondo traspare attraverso la sua prosa”.

Un termine centrale nella sua riflessione è quello di “responsabilità”, a diversi livelli. Lo scrittore deve essere responsabile innanzitutto di non annoiare il lettore. E il modo per non annoiarlo è raccontare cose interessanti: “A noi interessa che il testo ‘non’ abbia certe qualità, ma ci dica qualcosa di importante”. Così anche l’uso delle singole parole deve riflettere l’esperienza di conoscenza che il soggetto compie quando le usa. Per esempio, in una serie di conversazioni, insiste sulla non efficacia dell’uso di parole che possono risultare “semanticamente vuote”; ad esempio, ci sono aggettivi che, per il loro abuso (Pontiggia cita il caso personale dell’abuso indiscriminato dell’aggettivo “interessante”) non dicono più niente; “da aggettivo, che poteva significare qualcosa, è diventato uno dei modi in cui mi sottraggo alla responsabilità del giudizio”. Non si tratta di fare un catalogo di parole proibite, ma di richiamare a una sorveglianza, a una vigilanza sugli effetti narcotizzanti che il linguaggio può avere per chi lo usa senza giudizio, senza responsabilità: “Il problema è di essere responsabili del linguaggio che si adopera, il problema è riconoscersi nel linguaggio; il problema è anche di offrire una certa resistenza all’incalzare dei neologismi, all’invadenza di parole straniere. Non una resistenza di tipo puristico, di difesa della lingua. Non mi sembra un obiettivo importante da difendere sul piano linguistico: mi sembra un obiettivo importante sul piano intellettuale, sul piano comportamentale, sul piano della responsabilità. Dobbiamo frapporre una certa distanza fra noi e queste parole, perché prima dobbiamo vagliare se abbia un senso per noi usarle, e se invece usarle non sia il segno di un’acquiescenza passiva e abbastanza deludente”.

Un uso responsabile del linguaggio significa un uso non “elusivo” del suo rapporto con l’esperienza. Il linguaggio permette all’uomo l’accesso all’esperienza, ma può anche essere il modo con cui l’uomo si sottrae a un giudizio su di essa. Si legga per esempio questo intenso passaggio sull’uso del gergo da parte degli studenti: il gergo “è un linguaggio anche ricco di inventività e che è inevitabile sia usato e frequentato dai giovani, per un certo periodo della loro vita; però questo linguaggio gergale, molte volte, serve anche per difendersi dall’esperienza. Se pensiamo al linguaggio con cui i maschi hanno sempre raccontato le loro esperienze erotiche o amorose ai loro compagni, possiamo constatare che è un linguaggio liquidatorio: un linguaggio che elimina le emozioni, le sensazioni forti, potenti, e le brutalizza, le uniforma. […] La specificità dell’esperienza viene totalmente cancellata. In questo modo, un’esperienza che è spesse volte intensa – può essere anche drammatica, può essere anche sconcertante, può essere anche carica di trepidazione, di ansia, di angoscia o di felicità – viene neutralizzata, viene uniformata a questo modello gergale, in cui tutte le esperienze si assomigliano, in cui tutte le esperienze sono sostanzialmente uguali. È uno degli usi difensivi del linguaggio, perché, in questo modo, anziché preservare l’intensità dell’esperienza, noi la cancelliamo. In questa abilità eccellono in maschi, che hanno un atteggiamento più schematico, più difensivo in generale, e fanno largo uso di questo linguaggio, che pregiudica loro l’accesso all’esperienza che loro stessi hanno vissuto, e che invece da adulti, maturando – abbiamo visto che il processo di maturazione è molto lento, molto tardo – usano le parole adeguate per significare gesti, momenti, attimi che hanno vissuto. Il processo di assimilazione dell’esperienza diventa anche un processo di appropriazione di un linguaggio più adeguato, appropriazione di un linguaggio vero”.

Così il problema di chi scrive è “se uno si riconosce nel linguaggio che adopera. Non sempre noi ce ne rendiamo conto, perché molte volte, per imitazione, per suggestione di modelli, finiamo per usare parole che non rispondono a quello che noi vogliamo dire. Non rispondono alla nostra esperienza, al nostro mondo. E, per arrivare a riconoscerci al meglio nel linguaggio, dobbiamo dedicare molta attenzione, dobbiamo riflettere […] è un problema di identificazione, un problema di auto-riconoscimento. Quindi acquisire un linguaggio in cui riconoscersi è una meta importante, direi non tanto e non solo sul piano linguistico, ma soprattutto su un piano più importante, che è il rapporto con noi stessi”.

La responsabilità nell’uso del linguaggio è un fatto ancor più determinate quando si pensa a certi contesti, come quello educativo della scuola. Pontiggia, che è stato insegnate alle superiori, sa bene i rischi di un linguaggio irresponsabile: da un lato l’autoritarismo che non lascia spazio all’esperienza dell’altro, dall’altro la violenza di una finta democraticità nel rapporto con gli studenti: “Mi ricordo di un insegnante che diceva: ‘Io mi faccio dare del tu, perché non voglio far sentire la differenza che c’è tra me e loro’. Ma la distanza innanzitutto c’è, perché tu hai vent’anni più di loro, una funzione diversa ecc. […] In certe posizioni di finta democraticità, si cela in fondo un autoritarismo molto presuntuoso, superbo e del tutto inadeguato. ‘Voglio far capire a loro che io sono un uomo come loro’. E chi ha mai dubitato di questo? Nessuno ha mai pensato che tu sia un essere speciale. Tu stai svolgendo una funzione; se la fai bene avrai la stima, se la farai male avrai invece, la disistima”.

Allora la sfida che ci viene offerta è quella più ardua: la complessità di parlare in modo chiaro. Usare un linguaggio semplice non significa essere divulgativi, commerciali, “volgari” (“vulgus”), perché solo un linguaggio chiaro può permettere l’accesso alla complessità del reale: questa è la possibilità per chi accetta di sottoporre le sue esperienze, le sue idee, le sue scoperte, alla “verifica” della lingua comune: “La lingua comune ha sottoposto le parole a un vaglio millenario, e nelle parole si deposita, appunto, questo sapere millenario”.

Così, nelle tante pagine letterarie rilette e analizzate (Hemingway, Daumal, Chesterton, Dostoevskij, Svevo, D’Arrigo, ecc), scopriamo quale profondità di esperienza umana si possa aprire dietro una sola parola, scelta con pazienza artistica. Come nel racconto che Manzoni fa della notte dell’Innominato. Introducendo una riflessione sull’uso dei pronomi Pontiggia scrive: “a un certo punto Manzoni dice: ‘l’uomo si sentì perduto’. Avrebbe potuto dire ‘egli’, avrebbe potuto dire ‘lui’, avrebbe potuto dire ‘l’Innominato’; dice ‘l’uomo’. […] Manzoni ci suggerisce l’idea di una metamorfosi; perché, fino a quel momento, l’Innominato era il capo di una banda di criminali che, però, gli assicuravano l’impunità, gli assicuravano il potere – un potere dispotico, tirannico. In quel momento, invece, si sente schiacciato da una forza con cui non è in grado di lottare. E allora, Manzoni dice: ‘l’uomo’, perché in quel momento lui è diventato un uomo, non è più l’Innominato; è un uomo. E questo uomo si sente perduto. […] Nei grandi narratori, nei grandi scrittori c’è sempre questa capacità di raccontare una scena, e al tempo stesso, di raccontarne altre, di indugiare sul dettaglio e illuminare tutto quello che c’è intorno. Quindi ‘l’uomo si sentì perduto’ è la storia di quest’uomo, ma è anche la storia dell’uomo in generale”.

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