LETTURE/ Classe operaia addio, si torna alla persona (e ai suoi amici)

- Fabrizio Foschi

Un altro tassello, tutto italiano, si aggiunge alla fine dell’egemonia americana nel mondo e alla nascita dei populismi. Si tratta della fine della classe operaia. FABRIZIO FOSCHI

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1 maggio, Festa del Lavoro (LaPresse)

Se non fosse stato l’Istat a documentarcelo non ci saremmo accorti probabilmente di quanto sia profondo questo cambio d’epoca che stiamo attraversando. Ebbene, un altro tassello, tutto italiano, si aggiunge alla fine dell’egemonia americana nel mondo e alla nascita dei populismi. Si tratta della fine della classe operaia che si è sfarinata in una serie di posizioni reddituali diverse e di variabili culturali, per cui, per esempio, le famiglie degli operai in pensione (è il gruppo più corposo con 5,8 milioni di famiglie, pari al 22,7 per cento del totale delle famiglie e 10,5 milioni di individui) si avvicinano alla situazione del ceto medio, anch’esso in crisi, mentre è sufficiente ad una famiglia ancora di operai avere più figli o titoli di studio bassi per precipitare verso il basso reddito e la povertà. Ecco dunque come in burocratese viene attestata l’estinzione della specie: “La classe operaia ha perso il suo connotato univoco e si ritrova, coerentemente con la posizione lavorativa che determina il nuovo gruppo, per quasi la metà dei casi nel gruppo dei giovani blue-collar (operai a tempo indeterminato, ndr) e per la restante quota nei due gruppi di famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri”.

In lungo e in largo il Rapporto Istat 2017 precisa che la lettura della società secondo l’ottica delle classi sociali è roba da anni Settanta del Novecento, quando ancora tra essere borghesi ed essere operai vigeva un abisso esistenziale e culturale. Ora le classi non bastano più per leggere la storia del nostro tempo: esse devono essere più opportunamente sostituite dai “gruppi sociali in una prospettiva familiare”. In altri termini, e detto più brutalmente, il problema non è più quello dello schieramento o della appartenenza politico-culturale, dato che “ciò che sembra essersi profondamente modificato è il senso di appartenenza ad una data classe sociale, e ciò è particolarmente vero per la classe media e per la classe operaia”, ma quello della pagnotta con cui sopravvivere. Il gruppo sociale, infatti, è dato dalla partecipazione dei componenti allo stesso “sistema di risorse”. 

Questi brevi e approssimativi cenni all’articolato e complesso documento dell’Istat sono comunque sufficienti a segnare una svolta nell’orizzonte interpretativo della storia politica ed economica contemporanea. Fino ad un certo punto e fino a un certo tempo essa era segnata dalla vicenda del movimento operaio, ora non più. La sociologia e la statistica dicono alla storiografia che nuove istanze si affacciano, il reale preme alle porte della conoscenza. L’a priori filosofico-dialettico per cui la novità per il mondo è partorita dalla lotta di classe è definitivamente tramontato. È crollato un altro muro. Questa volta attinente alla nostra visione del mondo. E tutto per colpa di un innocuo e trascurato rapporto Istat. 

Certo continueremo a scuola a parlare del movimento operaio, nato in seguito alla rivoluzione industriale e imbevuto all’inizio, in Inghilterra, di ideali solidaristici e cooperativistici. All’inizio, nel lontano Ottocento delle prime fabbriche qualcuno, definito socialista utopistico, pensava davvero che fosse possibile mettere insieme salario e profitto in nome di una gestione comune, tra operai e padroni, dei mezzi di produzione. Non erano ancora nate le classi appunto, un’operazione prima filosofica che sociologica e storica. Per avere una “classe”, insegnarono i classici del marxismo-leninismo, bisogna avere una “coscienza di classe”, cioè una coscienza oppositiva e dialettica. Nasce il partito della classe operaia, quello comunista che ha nel Manifesto di Marx ed Engels la sua bandiera. La parte del movimento operaio che non si riconosce punta sul sindacato e sul riformismo. Continueremo ad occuparci del cattolicesimo sociale che entra in scena proprio sulla questione operaia con la Rerum Novarum di Leone XIII: i padroni stanno facendo man bassa di profitti e gli operai sono alla fame, ciò non toglie, insegna l’enciclica, che si debba dire no all’abolizione della proprietà privata. Semmai lo Stato deve promuovere una giustizia distributiva. Parole profetiche ma inascoltate, almeno fino all’elaborazione dello Stato sociale dei nostri giorni. Con la Prima guerra mondiale la questione operaia si colloca al centro del destino del mondo e in Russia nasce nel 1917 addirittura lo Stato sovietico, cioè degli operai organizzati e militarizzati nei consigli di fabbrica. Da noi, in Italia, si cercò di copiare la Russia durante il Biennio Rosso degli anni 1919-20 culminante con l’occupazione delle fabbriche. Venne poi il grave errore sindacale (ma di un sindacalismo di tipo rivoluzionario) della proclamazione dello sciopero generale nell’agosto 1922 che spianò la strada, involontariamente, al nascente fascismo. Fine della questione operaia e del movimento operaio? Assolutamente no, anche se la Seconda guerra mondiale e la sua prosecuzione nella Guerra fredda contribuirono parecchio a sparigliare le carte. 

Quale società andava disegnando il mondo del lavoro nell’era bipolare? Una società egemonizzata dai partiti comunisti ma priva di libertà sindacali (Urss, Cina, Jugoslavia) o una società consumista (Europa, Stati Uniti) nella quale l’operaio si integrava perdendo la sua identità? Dopo anni di attese e contrasti, il movimento operaio pronunciò la sua parola ultima, chiara e definitiva con Solidarnosc in Polonia, ritrovando l’anima religiosa, comunitaria e solidaristica che l’aveva caratterizzato alla sua nascita. Ridiventava movimento e rinunciava alla lotta di classe. Si tornava a comprendere in quegli ormai lontani anni Ottanta del Novecento, in Polonia, che l’uomo si realizza nel lavoro perché nel lavoro, prima ancora che nella lotta di classe, sta la sua dignità.

Ora, in questo nostro tempo di indagini Istat e di fine della classe operaia, resta vero che è nel lavoro che si esprime quella dignità umana che comunque viene prima del lavoro. La cesura epocale che è stata mostrata (prima c’erano le classi, adesso ci sono i gruppi sociali familiari) è un richiamo al realismo e ad un modo di guardare il nuovo grande tema della povertà in un’ottica dominata dalla risorsa fondamentale costituita dalla persona e dai suoi legami familiari, comunitari, sociali. La radice comunitaria del movimento operaio non è estinta, dunque, e si ritrova ovunque esistano compagnie umane che rivendicano la giustizia del lavoro, perché animate da una passione per il destino dell’altro. Possiamo fare a meno delle classi, ma in un contesto ridisegnato dai gruppi abbiamo bisogno di recuperare il senso dell’essere insieme. Perché ciascuno di noi può essere una risorsa per l’altro. 

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