LETTURE/ Si può conservare in noi il primo moto di stupore?

- Emmanuele Riu

Ricorrono i cinquant’anni dalla pubblicazione di uno dei romanzi americani più controversi e allo stesso tempo più conosciuti del dopoguerra: “The Outsiders”. EMMANUELE RIU

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La skyline di New York (LaPresse)

Quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla pubblicazione di uno dei romanzi americani più controversi e allo stesso tempo più conosciuti del dopoguerra. The Outsiders esce nel 1967. L’autore, per firmarsi, usa una semplice sigla interlocutoria: S.E. Il racconto è in realtà opera di un’appena diciottenne ragazzina di Tulsa (Oklahoma), S.E. Hinton, che ha cominciato a scrivere la storia a sedici anni: l’editore usa uno pseudonimo maschile temendo che il sesso e la giovane età dell’autrice possano influire negativamente sulla diffusione dell’opera. 

È un successo immediato: il libro vende centinaia di migliaia di copie in poco tempo, arrivando infine alla cifra record di oltre quattordici milioni. Tanto che, nel 1983, Francis Ford Coppola ne trarrà un film altrettanto famoso quanto il libro (se non addirittura di più), con la colonna sonora di Stevie Wonder e nel cast una serie di giovani promesse del cinema americano, destinate a diventare star mondiali nel giro di pochi anni: Patrick Swayze, Rob Lowe, Matt Dillon, Tom Cruise, Diane Lane, Emilio Estevez. In italiano il libro è pubblicato, fra gli altri, da Castelvecchi nel 2011, con il titolo italiano del film: I ragazzi della 56ma strada.

Si tratta di una vicenda che tanto attrae i giovani lettori quanto disturba gli adulti educatori dell’America perbene. Al centro della storia (ambientata in Oklahoma) troviamo le tensioni fra due bande rivali, i socs e i greasers, separate da differenze sociali ed economiche (ricchi ed agiati i primi, poveri e con famiglie distrutte alle spalle i secondi), differenze che sembrano costituire una barriera invalicabile fra i membri dei due gruppi. La Hinton dipinge con vividi tratti la situazione, il contesto e le interiorità dei personaggi, dando voce — nella figura del narratore — ad uno dei protagonisti appartenente ai greasers, Ponyboy. Questi vive da solo insieme ai fratelli in seguito alla morte dei genitori: essendo il più piccolo, è trattato con severità dai due più grandi, che tentano per come possono di fargli da genitori. L’amicizia più stretta che ha è quella con Johnny, anche lui greaser e bistrattato da una madre e un padre che non si curano di lui.

La situazione precipita quando Johnny, aggredito insieme a Ponyboy da un gruppo di socs, uccide Bob, uno degli aggressori. Comincia per i due una fuga in campagna, in una chiesa abbandonata, per evitare la prigione per Johnny e il riformatorio per Ponyboy. Ad aiutarli è Dallas, forse il più travagliato, duro e ribelle fra i greasers dell’East Side. Nel momento in cui si prospetta la possibilità di tornare in città, Johnny, Ponyboy e Dallas incappano in un incendio, nel quale sono intrappolati alcuni ragazzini di una scolaresca. Senza pensarci due volte, Johnny e Ponyboy si precipitano tra le fiamme, mentre Dallas li segue cercando prima di dissuaderli e poi di aiutarli. Nel crollo dell’edificio, Johnny rimane gravemente ustionato, e paralizzato.

Da questo momento in poi la situazione di Johnny fa da sfondo e da contraltare, sempre presente, allo scontro che si va accendendo fra greasers e socs, spingendo Ponyboy e i suoi amici a vedere le cose in un modo del tutto nuovo. Anche lo scontro finale fra le due bande, con la “vittoria” dei greasers, lascia una profonda amarezza nei cuori degli amici di Johnny, primo fra tutti Dallas, che devono assistere impotenti al progressivo spegnersi del loro amico.

Il romanzo della Hinton ha conosciuto dapprima un radicale rifiuto da parte del mondo culturale, per le frequenti allusioni a violenza e droga, quindi ha vissuto una nuova fortuna (sempre prescindendo dall’enorme e indubbio successo di vendite), venendo impiegato come strumento per educare le giovani generazioni alla non discriminazione, alla lotta contro la “definizione” dell’altro e contro la violenza e l’esclusione.

Ad ogni modo, The Outsiders è non soltanto un romanzo “contro” (che sia la buona morale o piuttosto le discriminazioni e le violenze nei rapporti), ma mi sembra piuttosto un romanzo “per”: nonostante infatti la profonda drammaticità degli eventi narrati, soprattutto nel finale (e non si tratta solo della morte di Johnny), il romanzo non si chiude senza speranza, ma addita una strada. C’è un sottile ma tenace filo rosso che percorre la narrazione ed emerge saltuariamente, da un certo momento in poi: è la scoperta della bellezza e della profondità del proprio io e della realtà, come possibile, con sorpresa, anche nelle circostanze dure ed avverse che i protagonisti si trovano ad affrontare (e che, come ha precisato la stessa Hinton, sono rifluite nel racconto a seguito di un’attenta osservazione della realtà dei ragazzi attorno a lei, a scuola, quand’era ragazzina).

Mentre Johnny e Ponyboy sono nascosti nella chiesa in campagna, fra i due ha luogo un breve dialogo, apparentemente innocuo e destinato invece a segnare il loro rapporto fino alla fine della storia:

“Una mattina mi svegliai prima del solito. […] Era l’alba. La valle era coperta di nebbia che si sfaldava qua e là in nuvolette bianche. Il cielo era già chiaro a oriente, e l’orizzonte era una sottile riga d’oro. Ci fu un momento di silenziosa pace, come se il mondo trattenesse il respiro, e poi il sole sorse. Era bellissimo.
‘Cavolo’, la voce di Johnny al mio fianco mi fece sobbalzare, ‘è stato veramente bello’.
‘Sì’. Sospirai, desiderando avere dei colori per dipingere quello spettacolo finché ce l’avevo fresco in mente.
‘Merito della nebbia’, commentò Johnny. ‘Tutta oro e argento’.
‘Mmmm’, dissi, cercando di fare un anello di fumo con la sigaretta.
‘Peccato che non sia durato di più’ riprese Johnny.
‘Ciò che è d’oro non dura’. Mi era venuta in mente una poesia che avevo letto una volta.
‘Come?’
‘Della natura il primo verde è d’oro,
il più raro ed effimero color.
La prima foglia è un fior
Che dura un’ora sola.
Poi, foglia cede a foglia.
Così l’Eden piombò nella doglia;
così l’alba nel giorno si cala.
Ciò che è d’oro non dura.’
Johnny mi guardava con occhi sbarrati. ‘Dov’è che l’hai imparata? Era proprio quello che volevo dire io’.
‘L’ha scritta Robert Frost. Voleva dire qualcosa di più, ma non la capisco’ […]
‘Sai’, disse Johnny piano, ‘finché non mi ci hai fatto far caso non ho mai dato importanza ai colori, alle nuvole e roba del genere. Mi sembra quasi che prima non c’erano’. Rimase a pensare un momento”. (pp. 77-78)

Il dialogo sembra svelare ai due amici cosa può essere l’amicizia, lontano dalla mera comunanza di inclinazioni o interessi: vivere nel proprio intimo un moto di stupore, il riconoscimento di una bellezza intravista, e scoprirlo con sorpresa in qualcun altro, al quale ci si sente immediatamente più uniti che ai propri parenti o amici più stretti.

È una scoperta che, lontano dal generare un’amicizia esclusiva o elitaria, porta i due ragazzi a capire che si tratta di un’esperienza possibile per tutti. È quanto lascia scritto Johnny in un biglietto scritto in ospedale, che Ponyboy troverà solo dopo la morte dell’amico:

“…ascolta, non m’interessa che muoio adesso. Ne vale la pena. Valeva la pena di salvare quei bambini. […] Alcuni genitori sono venuti a ringraziarmi, e so che ne valeva la pena. […] Ci ho pensato continuamente: quella poesia, il tipo che l’aveva scritta, voleva dire che sei d’oro quando sei un ragazzo, che sei come verde. Quando sei un ragazzo tutto è nuovo, è l’alba. È solo quando ti sei abituato a tutto che fa giorno. Come la storia che ti piacciono i tramonti, Pony. Ecco l’oro. Resta così, è un bel modo di essere. E voglio che dici a Dallas di provare a guardarne uno anche lui. […] Non credo che abbia mai visto veramente un tramonto. […] Ci sono ancora un sacco di cose buone al mondo. Dillo a Dallas. Non credo che lui lo sa. Il tuo amico, Johnny”.

È a questo punto che Ponyboy decide di raccontare tutta la propria vicenda vissuta insieme a Johnny: “Vidi ragazzi che morivano sotto un lampione perché erano dei duri, dei balordi che odiavano il mondo intero, ed era troppo tardi per dirgli che c’era anche qualcosa di buono al mondo. […] Era un problema troppo grande per riguardare solo me. Bisognava aiutarli, qualcuno doveva dirglielo” (pp. 173-174).

Vale la pena leggere libri che siano capaci di raccontare l’intimo dei cuori umani, e che, forse con una certa estrema innocenza, ma lontano da qualsiasi retorica moralista, lottino per affermare quanto di positivo, di buono c’è nella realtà e nel profondo di ogni uomo.

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