LETTURE/ Dalle periferie di Glasgow alla Coppa dei Campioni, il “miracolo” di Fra Walfrid

- Paolo Gulisano

Il 25 maggio 1967 accadde a Lisbona uno strano prodigio: il Celtic di Glasgow batté nella finale della Coppa dei Campioni l’Inter di Helenio Herrera. Cos’era successo? PAOLO GULISANO

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Il Celtic campione d'Europa nel 1967

Accadde cinquant’anni fa, ma sembra una favola dei tempi antichi. O una reminiscenza di libri sacri, come la Bibbia, dove si racconta di un ragazzo, Davide, che affronta un gigantesco guerriero, Golia. Il 25 maggio del 1967 accadde a Lisbona uno strano prodigio: il Celtic di Glasgow batté nella finale della Coppa dei Campioni l’Inter di Helenio Herrera, diventando campione d’Europa. Era la prima squadra britannica a conquistare il massimo titolo calcistico. Anzi: la prima squadra non “latina”, cioè non appartenente a Italia, Spagna, Portogallo, le nazioni che fino a quel momento avevano dominato il calcio europeo e mondiale. Società potenti e ricchissime come Benfica, Real Madrid, Barcellona, Milan e Inter. Il Celtic, invece, era una squadra che era composta da giocatori prodotti quasi tutti dal proprio vivaio. Tutti nati nel raggio di trenta chilometri da Glasgow.

Il Celtic era nato come una sorta di “squadra dell’oratorio”, per iniziativa di un religioso marista, Fratello Walfrid, originario della Contea irlandese di Sligo. Glasgow, dalla metà dell’800, aveva accolto decine di migliaia di irlandesi che cercavano lavoro, sfuggendo alla miseria che imperversava sulla loro terra, e che ricoprivano i ruoli più poveri: minatori, muratori, operai nelle fabbriche di una delle più grandi città industriali del regno. Vivevano in tuguri, in quartieri-ghetto, discriminati per la loro fede cattolica. 

Solo la Chiesa era accanto ai loro bisogni, attraverso la presenza di sacerdoti e religiosi, che con grandi sacrifici diedero vita a strutture parrocchiali, a chiese e scuole. Il Celtic venne costituito formalmente il 6 novembre 1887. La sede della fondazione fu la parrocchia di Santa Maria. L’iniziativa di Fra Walfrid era a scopo di carità: le partite della nuova squadra sarebbero servite a raccogliere soldi da destinare ai poveri, in particolare ai bambini che pativano la fame nei quartieri più diseredati della città. Il nome Celtic fu scelto per richiamare le radici storico-culturali di natura celtica delle popolazioni scozzesi e irlandesi.

Il sodalizio venne etichettato come “la squadra dei cattolici”, ma in realtà fin dai primi tempi l’appartenenza al team non era preclusa a nessuno, indipendentemente dalla propria confessione religiosa, a differenza dei Rangers, la squadra dei protestanti unionisti, che praticò per oltre un secolo l’apartheid nei confronti di giocatori cattolici. La finalità della squadra biancoverde di raccogliere fondi, attraverso partite e tornei, da destinare alle opere di carità non è mai venuta meno, così come l’essere un punto di riferimento, attraverso bandiere, canti e iniziative parallele, per le comunità irlandesi presenti in tutto il mondo. Con le sue vittorie diede alla comunità irlandese in Scozia e in tutta la Gran Bretagna l’orgoglio di una appartenenza e di una identità, e il sapore dolce della vittoria per un popolo che non poteva essere solo di vinti.

Il 25 maggio 1967 il Celtic visse il momento più importante di tutta la sua storia: si giocò il titolo di campione d’Europa nella finale della Coppa dei Campioni che si disputò nello Stadio Nazionale di Lisbona, in Portogallo. Era una sfida praticamente impossibile contro quella che in quel momento era la più forte squadra del mondo: l’Inter di Milano, una squadra di fuoriclasse assoluti come Facchetti e Mazzola, guidata da un carismatico allenatore argentino, Helenio Herrera, soprannominato “il Mago” per le sue soluzioni tecniche e tattiche spesso straordinarie e imprevedibili, delle vere magie. Alle spalle c’era la potenza economica del petroliere Angelo Moratti.

Il Celtic invece era sostenuto solo dalla fede straordinaria dei suoi tifosi, che a migliaia partirono da Glasgow e dalla Scozia, ma anche da Dublino, da Belfast e da ogni dove – persino dall’America – per andare a sostenere i loro ragazzi in maglia biancoverde, quelle caratteristiche strisce orizzontali che rendevano il Celtic inconfondibile.

Quel 25 maggio accadde l’incredibile: le cose si erano messe subito male per gli scozzesi, con l’Inter che dopo pochi minuti passava i vantaggio grazie a un rigore realizzato da Mazzola. Un penalty concesso con un certa generosità dall’arbitro tedesco. Il fallo era stato commesso da Jim Craig, un giovane terzino che fino a pochi mesi prima si era diviso tra allenamenti e studi universitari per diventare dentista. Altri dei giocatori di quella squadra prima di imboccare la strada del professionismo avevano atteso fino all’ultimo prima di lasciare altri lavori, come il grande centrocampista Bobby Murdoch che aveva lavorato in fabbrica. D’altra parte il loro allenatore, Jock Stein, aveva fatto il minatore prima che il calcio gli offrisse un’opportunità.

La squadra nata nelle dure periferie di Glasgow non mollò dopo essere passata in svantaggio, e continuò a macinare il proprio calcio d’attacco, spettacolare e coraggioso. L’Inter si chiuse nel suo proverbiale catenaccio, la difesa pressoché insuperabile costruita su giganti del calcio come Burgnich, Facchetti, Guarneri, Picchi. Ma quel caldo pomeriggio di Lisbona il catenaccio non bastò.

A metà della ripresa i Bhoys riuscirono a pareggiare, e quando mancavano solo cinque minuti alla fine, l’ennesima manovra d’attacco portata ai limiti dell’aera di rigore interista vide Murdoch far partire verso lo specchio della porta un rasoterra sulla quale traiettoria l’attaccante Stevie Chalmers arrivò come un predatore, modificandola e facendola diventare un tiro da breve distanza che si insaccò nella porta dell’Inter. Lo Stadio Nazionale di Lisbona esplose in un urlo immenso.

Quell’urlo trovò un’eco immensa, lontano dal Portogallo. Un’eco che risuonò nel povero East End di Glasgow, dove ottant’anni prima un frate dal cuore grande voleva aiutare i poveri e i diseredati; risuonò nelle Highlands della Scozia, desertificate dall’avidità degli invasori inglesi e dei ricchi proprietari; echeggiò nelle strade di Belfast e in quelle di Dublino, nelle valli del Donegal, e poi in tutto il mondo, da Boston al New Jersey, da Toronto a Sidney. “Uccidono i ragazzi perché indossano il verde” diceva una antica canzone dei ribelli irlandesi. Ora non più. Ora i ragazzi in verde diventavano i re d’Europa. Alla fine della partita toccò a William McNeill, detto Billy, detto Cesar, il condottiero, salire la monumentale terrazza dello stadio, ricevere la Coppa, e mostrarla frastornato e orgoglioso al popolo dei Bhoys.

Gli spettatori neutrali, invece, rimasero stupiti di fronte a quell’esito imprevisto. Si era assistito ad uno di quegli eventi che talvolta accadono nello sport, ma anche nella vita. I potenti nerazzurri erano stati rovesciati dal trono, e gli umili erano stati innalzati. Undici ragazzi che passarono alla storia come I Leoni di Lisbona.

Paolo Gulisano, saggista, scrittore e collaboratore del sussidiario, ha dedicato alla vicenda del Celtic un romanzo: “Il prodigio di Lisbona” (Elledici), nelle librerie dal 27 maggio. 

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