LETTURE/ De Sade, il libertino che si uccise incontrando la religione prima di Dio

- Domenico Bilotti

Il Marchese De Sade? Per alcuni satiro sconclusionato, per altri eroe ribelle. Mai come in questo caso, la verità non sta nel mezzo, ma da tutt’altra parte. DOMENICO BILOTTI

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LaPresse

Quando si discute del Marchese De Sade (1740-1814) prevale il registro farsesco. I detrattori lo dipingono come un satiro sconclusionato; gli estimatori ne fanno l’eroe ribelle che tutti precede, anche Wilde e Schifano. Mai come in questo caso, la verità non sta nel mezzo, ma da tutt’altra parte. E i motivi di interesse sarebbero molti, a cominciare dal dato storico: l’immarcescibile libertino è attenzionato dagli organi di polizia di quattro diversi regimi politici nella stessa Francia. Nella seconda metà del diciottesimo secolo, è guardato con fastidio dagli ultimi eredi del notabilato monarchico aristocratico (cui pure De Sade per lignaggio apparterrebbe). Pochi anni dopo, per i rivoluzionari del 1789, cui si era unito invocando una palingenesi dei costumi, diventa la dissoluta negazione di ogni morale rivoluzionaria. Nel periodo napoleonico, la fama di ingovernabile e irascibile fa il paio con debiti continui, per cui all’epoca vigono ancora le riscossioni coattive e la prigionia. Fa appena in tempo a vedere le prime luci della Restaurazione quando muore malato e sfinito, ma non vinto (e men che meno bene accetto dalle autorità civili). 

Molto si è detto sulla sostanza letteraria di De Sade. Dal punto di vista estetico la sua opera è faticosa: compiaciutamente cruda nelle parti narrative, è sentenziosa fino all’eccesso quando il Marchese si rifugia in una filosofia morale nichilista e consapevolmente provocatoria. La cosa che stupisce, piuttosto, è che in De Sade vi sia poco spazio per una vera maturazione stilistica. I due generi dove l’autore sembra più ferrato sono proprio quelli che pratica e abbandona con quasi fastidiosa discontinuità: la poesia giovanile di imitazione trobadorica e le occasionali sperimentazioni del teatro da camera. Nei lunghi periodi di carcerazione, era come se il suo genio arretrasse fino alla claustrofobia: consumatore onnivoro di letture colte e prosatore a suo agio solo in un cupo pessimismo qua e là squarciato dall’indole libertina e dalla esaltazione del desiderio carnale, perennemente insoddisfatto tra una prigionia e l’altra. Tanto studiatamente compulsivo il modo feroce di raccontare l’erotismo, quanto poco chiaro ma sostanzialmente moderato e, peggio, indifferente il suo posizionamento politico. 

La sua condotta da deputato rivoluzionario è priva del radicale mordente giacobino, che già anela a tradursi nel baluardo della “morale” e della “salute pubblica”. L’unico tema sul quale De Sade è pronto ad assumere posizioni scomode e minoritarie è la religione. Le assemblee francesi di fine Settecento ospitano una spesso sottovalutata ricchezza di posizioni: ci sono gli atei, i panteisti, i cattolici delusi dall’alto clero, minoranze protestanti persino più intransigenti dei movimenti tedeschi della Riforma. De Sade non aderisce, né si dedica, ad alcunché: lancia crociate contro l’indottrinamento, il servilismo e la mancanza di spirito critico di tutti i culti.

È in definitiva forse questo il vulnus a cui il nobile decaduto impicca la sua storia e la sua opera. Nipote di un abate libertino, in una famiglia dove non mancano parentele con badesse e teologi, De Sade ha finito per nutrirsi di un illusorio scetticismo. Nemmeno il godimento fisico rientra nella conoscenza sensoriale, perché quel godimento è continuamente eccitato da fantasie al confine con la nevrosi. De Sade nella vita fallisce due appuntamenti, che distruggono per sempre l’amore per i figli, il valore in battaglia, la penna veloce e la cultura originale. Incontra il volto peggiore della gerarchia dei suoi tempi e sceglie di fronteggiarlo con l’ostentazione comportamentale e non con la riflessione su Dio e sull’uomo. Testimone paradossalmente cieco di questa caducità incontra il desiderio prima dell’amore. Ne viene fuori una passione erratica che impiega settantaquattro anni per spegnerlo del tutto.

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