LETTURE/ “Absentia”, da Catullo alle macerie di Facebook

- Silvia Stucchi

Franco Caviglia, latinista da poco scomparso, ha debuttato come poeta con “Absentia”. Dai classici all’oggi, il disorientamento provoca dolore e sgomento. SILVIA STUCCHI

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Il porto di Genova (LaPresse)

Absentia segna il debutto come poeta in prima persona di Franco Caviglia, per molti anni docente di letteratura latina nell’Università Cattolica di Milano. Negli scorsi decenni, l’autore aveva già dato prove eccellenti di traduttore, a partire dal Catullo edito nel 1983 per Laterza. Si trattava di una traduzione filologicamente sicura, che implicitamente affrontava e risolveva i quesiti relativi alla costituzione del testo e alla sua interpretazione; ma, oltre alla precisione e all’esattezza, quella traduzione rivelava anche altro: Caviglia riusciva, infatti, a esprimere, attraverso il testo di Catullo, se stesso e la propria poesia. 

Come sottolinea nella prefazione Luigi Castagna, che di Franco Caviglia è stato per molto tempo collega, “una chiave importante per aprire alla comprensione del lavoro di traduttore da parte di Caviglia è l’atmosfera di dolcezza che pervade il suo testo: Catullo è poeta di sentimenti estremi, estremo amore, estrema amicizia, ma anche odio senza fine, durezza, aggressività”. In quella traduzione, si trovavano stemperate persino le asprezze del testo latino; e in quella, e in altre traduzioni dal latino (l’Hercules furens di Seneca, o le Argonautiche di Valerio Flacco), oltre che nella densità dei suoi interventi critici e nelle finezze interpretative, si poteva presentire una vena poetica autonoma, che debutta proprio con Absentia

Titolo originario di questa silloge avrebbe dovuto essere Millennium, per un motivo facilmente intuibile: lo snodo fra gli anni Novanta e il Duemila ha sancito, secondo l’autore, un cambiamento epocale, una mutazione nelle forme della comunicazione, nella vita sociale, e prima ancora, soprattutto e in prima battuta, nel panorama storico. Ma se, con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’incubo atomico con cui l’umanità aveva convissuto nei decenni della Guerra fredda, si era potuta godere la speranza di un mondo senza muri, senza divisioni, diverso, e forse anche migliore, questa si era rivelata ben presto un’illusione, per giunta fugace: altre paure incombono sull’uomo; altre divisioni, altre minacce ci ossessionano; altri rischi, ben più concreti di una ipotetica, ma sempre incombente catastrofe nucleare ci tolgono oggi il sonno. 

La sola rivoluzione che sembra essersi compiuta è quella informatica, ma anch’essa ci ha illuso: ci ha illuso di avere tutto il mondo a portata di clic, e invece, spesso, con il feticcio della comunicazione in tempo reale, ha allontanato gli uomini, li ha aiutati a meglio rinchiudersi nel loro solipsismo, li ha incitati a spossessarsi della loro individualità (ed essi hanno quasi sempre, purtroppo, gioiosamente risposto all’invito). 

Tale è la dolorosa e sconsolata consapevolezza che trapela da brevi, fulminanti riflessioni liriche, come Transumanza: “Nell’arché era il Logos, / in Principio erat Verbum./ In Anfang war das Wort, / alla fine il tweet, / l’ergotante cinguettio / degli uccellini presi nella Rete“; un tema, questo, ripetuto, in forma diversa, anche altrove, per esempio in Facebook, il cui tono oscilla tra il sarcastico e il disperato.

Siamo caduti in una specie di Babilonia: tutti siamo dei Nembrot che gridano disperatamente, senza poterci fare capire e senza capire, spesso senza nemmeno volere capire o ascoltare chi ci è vicino, eppure così lontano, in quella distanza siderale fra “io” e “tu”. Tutti siamo ugualmente soli e incompresi; tutti siamo diventati incapaci di comprendere il prossimo. Come osserva Silvia Leoni nell’introduzione, il viaggio esistenziale dell’uomo diventa così “senza percorsi riconoscibili, un vagare senza meta, un passaggio inutile che non lascia tracce se abbandona la cultura, il mito e la poesia“.

Ma perché, allora, il nuovo titolo di Absentia? Per capirlo, leggiamo uno dei testi centrali in questa raccolta poetica, Titiro. La riflessione di Franco Caviglia non può essere disgiunta dal mondo latino che per tanto tempo è stato la sua dimora intellettuale: così, la sua voce di poeta assume spesso le forme di una riflessione che prende le mosse dai classici; qui, nello specifico, dalla prima Bucolica di Virgilio. Titiro e Melibeo, i due pastori dialoganti, sono figure che riassumono in sé tutta l’umanità: Titiro rappresenta i fortunati, coloro che, pur nel mezzo dei rivolgimenti più catastrofici, delle crisi storiche più drammatiche, riescono sempre, in qualche modo, a ritagliarsi una posizione privilegiata, a godersi un piccolo Eden utilitaristico: “All’ombra vasta di un faggio Titiro stava sdraiato, / mentre un pallido popolo si disperdeva affannato: / lui, canticchiava; le lacrime degli altri erano mute, / loro andavano, percorrevano innumeri strade perdute; / lui stava comodo; l’albero, di ottimo fusto, / era lì, bello stabile, prefigurazione di Augusto. / Andavano trepidi a un eterno naufragio./ Lui pensava, sì, a Mantova, ma Roma era più bella, / valeva un povero sangue, stramazzato, di agnella“. Melibeo, invece, il compagno spossessato dei suoi beni, e costretto a un lungo peregrinare ramingo, rappresenta i vinti, gli sconfitti, quelli con cui Franco Caviglia si identifica, come capiamo sin dalla dedica della silloge: “Qualunque strada ci conduca in ombra, / sarà la nostra, noi saremo i vinti“. 

In Absentia c’è il rapporto sempre vivo e presente con i classici, ma c’è anche la solo apparentemente curiosa presenza di un personaggio assai più recente, e che ben rappresenta questa scelta di campo di Caviglia: Luigi Tenco. Nel secondo esergo di Absentia, infatti, alla citazione di Pascoli (“Non esser mai, non esser mai; più nulla / ma meno morte che non esser più“), ne segue infatti una di Tenco: “In un mondo di luci sentirsi nessuno“. A Tenco è dedicata anche la lirica a p. 134: “Non il compagno lucido del buio, / desolatore di giornate folte, / confortava il tuo canto a dissonanze / ricomposte nell’urlo smisurato, / unica norma di assoluta notte, / cristallo inevitabile, disteso / in musica e tumulto, a tutto il cielo“.

Ma in Absentia c’è molto altro: una meravigliosa traduzione del Cimitero marino di Valéry, una forte presenza di Verlaine; l’amato Lucano; un trittico brechtiano (Morte nel bosco; Ballata dei pirati; Deutschland); e poi l’amatissimo Seneca, alla cui vicenda umana, così contraddittoria, così attuale, è dedicata una lirica che, a conclusione di queste poche note di lettura, davvero vale la pena di rileggere e meditare: “Felice la colpa di esserci stato, / Di esserci ancora, / di esserti, allora / affogato / nel livore dell’oro, / di avere espiato / il lusso della porpora / nel placido flusso / di un sangue imporporato / da tanto sangue versato, / da gente che non sapevi – / e per loro scrivevi, / graffiavi d’eterno / un marmo per sempre“.

Davvero quello di Absentia è un debutto poetico di rara bellezza; purtroppo, però, l’autore non ne ha potuto gioire: Franco Caviglia è mancato poco dopo la pubblicazione del suo volume, il 28 aprile.

Franco Caviglia, “Absentia (1968-2016)”, Gruppo Albatros Il Filo, Roma.

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