LETTURE/ Bravi cattolici o bravi cinesi? Ecco perché il muro può cadere

La lettera di Papa Benedetto XVI ai cattolici cinesi (2007) ha aperto una fase nuova. Una sfida per la Cina, ma anche per la chiesa. FRANCESCO SISCI sui temi toccati da Joseph You Guo Jiang

03.06.2017 - Francesco Sisci
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LaPresse

Secondo la Cina la questione importante della lettera di Papa Benedetto XVI ai cattolici del 2007 era che la Chiesa per la prima volta in maniera molto ufficiale riconosceva il governo di Pechino. Questa era un’ammissione non banale visto il ruolo che la Chiesa aveva avuto, o le era stato attribuito, durante la guerra fredda.

Il disgelo americano con la Cina del 1971 e la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Washington e Pechino nel 1978 non si era infatti trasformato in un allentamento della tensione con la Santa Sede. Nonostante i tanti sforzi spesi negli anni ottanta da Papa Giovanni Paolo II, infatti, fra Roma e Pechino non si era mai trovata una consonanza. La Chiesa in Cina rimaneva da una parte un oggetto misterioso, molto incomprensibile, e dall’altra parte rimaneva anche molto “contaminato” dalla storia coloniale.

In ciò, per esempio, l’esperienza cattolica in Vietnam era diversa. Qui la Chiesa era molto importante. Il 10 per cento dei vietnamiti erano cattolici (contro l’1 per cento dei cinesi). Inoltre i gesuiti avevano inventato il sistema di trascrizione alfabetica che separò nell’800 il vietnamita dal cinese, contribuendo quindi a rafforzare un’identità nazionale. Infine, come in tante altre parti del mondo, dopo la seconda guerra mondale i cattolici non si erano appiattiti sulle posizioni delle potenze occidentali, francesi o americani, durante la guerra.

Tutta questa storia non c’era in Cina, dove la Chiesa era “colpevole” di avere sostenuto il nazionalista Chiang Kai-shek durante la guerra civile contro i comunisti. Né per molti anni si è compreso davvero il ruolo e il peso della Chiesa nel mondo occidentale in particolare.

La lettera di Papa Benedetto tirava così una riga sul passato e poneva le condizioni per pensare il rapporto bilaterale su altre basi, secondo l’impressione di Pechino. La fine del “non riconoscimento” del governo di Pechino e anzi l’incoraggiamento ai cattolici cinesi di essere bravi cattolici e bravi cittadini cinesi poneva le basi del più stretto dialogo che si è intrecciato nei dieci anni successivi.

L’articolo di “Civiltà Cattolica” di questi giorni compie un altro passo avanti. Il gesuita Joseph You GuoJiang scrive: “Finché il Partito comunista cinese rimarrà l’unico partito di governo, il marxismo continuerà a essere il riferimento ideologico della società. Perciò la Chiesa cattolica cinese è chiamata a ridefinire il suo ruolo e le sue relazioni con il Partito comunista e con la sua ideologia. Questo non significa che la Chiesa debba essere d’accordo con la politica e con i valori del Partito, ma piuttosto che essa debba trovare soluzioni flessibili ed efficaci per continuare la sua missione e il suo ministero in Cina”.

Chiaramente questo significa un importante sdoganamento del Partito comunista cinese, e della sua ideologia marxista, che non è più considerato un nemico reale o potenziale. La Chiesa dovrà collaborare anzi con il partito. Questo non significa che la Chiesa diventa marxista, come il partito del resto non diventa cattolico. Si cerca invece un nuovo rapporto tra Chiesa e partito, fuori dagli schemi costantiniani che hanno marcato la storia della Chiesa per circa 16 secoli.

Qui il messaggio esce fuori dalle “mura cinesi” e diventa più generale, di rapporto tra Chiesa e potere costituito. La Chiesa collabora con il potere, ma non si appiattisce su di esso. Del resto neppure la Chiesa si oppone, diventa “contropotere”, lavora invece per il bene dei governanti e dei governati.

Tali distinzioni possono essere sottili e quasi invisibili in società aperte. Sono naturalmente più significative in un paese come la Cina. Il paese non è semplicemente più chiuso dei paesi occidentali ma anche marcato da decenni di ostilità aperta o meno contro la Chiesa cattolica. In ciò la Chiesa prende una posizione che va oltre la vecchia distinzione tra cattolici ufficiali e cattolici clandestini. Entrambe le posizioni sono passate.

Fuori dalle logiche costantiniane, la Chiesa non si appiattisce contro o a favore del governo: collabora con il governo, ma non vuole diventarne uno strumento. E insieme: non è uno strumento di governo ma collabora.

Questa posizione teorica lascia ampio spazio poi a trovare delle soluzioni concrete in cui questa collaborazione debba poi attuarsi. Ma forse è anche un messaggio alla Chiesa universale per trovare un suo nuovo posizionamento. Il Papa e la Chiesa parlano con tutti i poteri, il che non significa che si appiattiscano su di essi, ma sono altro.

Quindi a cominciare dalla Cina sembra cominciare un nuovo percorso per la Chiesa universale, in un mondo dove i cattolici nel complesso sono minoranza e devono testimoniare e pensare a tutti, specie se la maggioranza, governanti e non, non è cattolica.

Questo cammino universale era stato già indicato dall’intervista di papa Francesco ai cinesi l’anno scorso, messaggio che forse non andava letto solo per i cinesi ma per tutti. Del resto tutti i messaggi del Papa, pensati o meno per i cinesi, trovano un’eco nel cuore dei cinesi.

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