LETTURE/ Offrire a Dio quel che si ha: il “giocoliere di Maria”

- Silvia Stucchi

Una rilettura de “Il giocoliere di Maria”, racconto pubblicato per la prima volta nel 1892 da Anatole France, pseudonimo di Jacques-François Anatole Thibault (1844-1924). SILVIA STUCCHI

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Torna in libreria, per Edb, Il giocoliere di Maria, racconto pubblicato per la prima volta nel 1892 da Anatole France, pseudonimo di Jacques-François Anatole Thibault (1844-1924). Solo nel 1920 le sue opere saranno messe all’Indice, mentre nel 1921 France verrà insignito del Premio Nobel. 

La novella prende spunto da una storia medievale, Le tumbeor de Notre Dame, 684 versi scritti fra XII e XIII secolo da un autore ignoto, forse originario della Piccardia. France non conosceva direttamente questo testo, ma ne aveva letto una sintesi in un volume del filologo Gaston Paris. E dunque, con il suo stile apparentemente semplice, ma terso ed elegantissimo, racconta, alla sua maniera, la storia di un povero giocoliere, Barnaba, che gli anni passati nella povertà e nell’incertezza, esibendosi di piazza in piazza, non avevano privato del suo candore d’animo e della sua fede ingenua e salda, e della devozione per la Vergine. Un giorno, sotto la pioggia, gli si affiancò un monaco, con cui Barnaba cominciò a parlare: era il priore di un grande convento che, commosso dalla semplicità e schiettezza d’animo del povero giocoliere, gli propose di diventare monaco.

Barnaba accettò con gioia, ma presto venne assalito da una tristezza infinita, che non se ne voleva più andare: i monaci del convento, infatti, facevano a gara a mettere al servizio di Dio e a maggior lode della Vergine Maria tutte le loro risorse intellettuali e artistiche. Barnaba, invece, oltre alle orazioni quotidiane, non sapeva fare nulla: non aveva cultura né studi alle spalle, non sapeva ricopiare i testi antichi né impreziosirli di miniature, non era in grado di comporre trattati teologici, né di scolpire; per questo, ogni giorno diventava più triste e più tetro. 

Finché, una mattina, qualcuno lo vide entrare nella cappella del convento, da cui uscì molte ore dopo con un’aria pacificata e soddisfatta. Questa divenne un’abitudine per il giocoliere, che i confratelli vedevano ormai sempre sorridente e felice. La stranezza di questi comportamenti insospettì il priore, che, accompagnato da due monaci anziani, un giorno decise di spiare Barnaba: attraverso le fessure della vecchia porta, videro con sgomento l’ex giocoliere che, in equilibrio sulle mani e a testa in giù, si destreggiava facendo roteare davanti all’altare le sue palle di rame e i suoi coltelli, proprio come aveva fatto per tanti anni nelle piazze. Il priore e i due anziani spalancarono la porta, esterrefatti, perchè convinti che Barnaba fosse impazzito. Ma mentre stavano per trascinarlo via a forza, videro la Vergine Maria scendere dall’altare per asciugare con un lembo del suo manto il sudore dalla fronte del povero Barnaba, che aveva trovato modo di adorare, nell’unico modo che gli era possibile, la Madonna.

Della leggenda medievale, sottolinea la postfazione di R. Alessandrini, Anatole France conserva l’atmosfera di pietà infantile e semplice; la leggenda cristiana diventa così un racconto popolare, “una narrazione dal tono intimo e personale non priva di un tratto latente di sovversione”, nel suo intrecciare convento e pazzia, gestualità profana (gioco, riso, acrobazie) e la devozione che si manifesta in forme insolite e poco convenzionali, nell’esaltazione semplicità come virtù cristiana e nella rivalutazione della gioia. Nel corso dei secoli, i santi e i modelli della devozione sono stati raffigurati per lo più seri, al massimo con un austero accenno di sorriso, appena accennato: questa “modesta, silenziosa ilarità dello spirito” li doveva distinguere dai vagabondi, dai giocolieri, dai folli, e anche dagli indemoniati, che nei dipinti “ghignano in modo risoluto e beffardo”. Riso, gioco, scherzo, allegria dividevano l’alto dal basso, il sacro dal profano, il lecito dall’illecito, i nobili uffici degli oratores (secondo la classificazione dell’umanità propria di Adalberone di Laon), dagli sbracati sollazzi dei laboratores. Ma il povero giocoliere-monaco uscito dalla penna di Anatole France, nella sua semplice devozione fa di se stesso un’opera d’arte, e consente così al gesto profano di assumere una valenza religiosa, cosicché l’acrobazia diventa preghiera e la semplicità consapevole dei propri limiti si fa virtù. Come sottolinea la bellissima riflessione di Albino Luciani che conclude il prezioso volumetto, “chi volesse rinarrare la piccola fiaba di Anatole France (…) dovrebbe sottolineare come essa corrisponde alla più vera immagine di Maria che nel suo cantico ha detto: Dio ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili”.

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