LETTURE/ Dolore e fiaba, il gioco triste (e libero) di Anna Maria Ortese

- Francesco Roat

Adelphi ha ripubblicato l’ultimo romanzo di Anna Maria Ortese, “Alonso e i visionari”, sul tema della sofferenza degli umili e degli indifesi, dell’agape impossibile. FRANCESCO ROAT

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Anna Maria Ortese riceve il Premio Strega nel 1967 (foto dal sito http://www.letteratura.rai.it/)

Quando nel 1965 viene edito per la prima volta il romanzo L’Iguana di Anna Maria Ortese — nota a quel tempo per i racconti narrativo-cronachistici de Il mare non bagna Napoli — il libro non riesce a destare l’interesse che susciterà vent’anni più tardi, quando, ripubblicato da Adelphi, darà inizio all’irresistibile ascesa della popolarità di questa signora schiva ed appartata, la cui prosa elegante e metaforica, improntata ad un realismo magico dai toni elegiaci, è oggi considerata tra le espressioni più significative della narrativa italiana della seconda metà del Novecento.

Nel 2016, sempre dalla stessa casa editrice milanese, era stata data alle stampe un’antologia di pregevoli testi ortesiani, intitolata Le Piccole Persone (che comprende oltre una trentina di scritti in gran parte inediti e comunque mai accolti prima in volume), e a fine giugno scorso è uscita la riedizione adelphiana dell’ultimo romanzo dell’autrice: Alonso e i visionari, analogo — per la tematica affrontata — a varie altre opere narrative precedenti, le quali trattano tutte di storie dall’impianto fiabesco, incentrate sul tema della sofferenza degli umili e degli indifesi.

Un patire che nelle prose della Ortese è colto attraverso personaggi emblematici come bambini, folli o animali, il cui consegnarsi nelle mani di algidi carnefici costituisce un accorato j’accuse (all’insegna di una visione romantica, non sempre priva di una certa retorica) contro l’insensibilità di chi è sordo alla sofferenza degli innocenti; vano quanto le loro richieste d’affetto che alludono al grido di dolore di una Natura offesa ed oltraggiata da un’umanità gretta o insensibile.

E appunto Alonso, il simbolico protagonista di questo bellissimo romanzo, è un animale, anzi un inoffensivo cucciolo di puma. Mentre “visionari”, ovvero con l’animo offuscato da ideologie che si riveleranno assai nocive (nel libro si accenna al terrorismo, ma qui esso è allegoria della violenza gratuita), sono tutti gli uomini che hanno la ventura di incontrarlo ma di non riconoscerlo come animale totemico, come archetipo di un mondo edenico in cui il rapporto fra l’uomo e le bestie non è ancora squilibrato dalla superiorità del primo e in cui ogni animale viene considerato col rispetto che si deve a un essere vivente.

Così ognuno dei personaggi vive un rapporto irrisolto di amore-odio nei confronti del puma. Solo un fanciullo pare riesca a prendersi cura del cucciolo, ma fatalità (o negligenza di adulti) vuole che il bambino muoia ed inizi il calvario di Alonso, anch’esso destinato a perire in quanto espressione del “dolore del mondo”.

Tutti dunque sono presi da una lucida follia che appare quale un “buco nella intelligenza, nell’azzurro, dal quale entrano il freddo e la cecità degli spazi stellari”. Dietro la gelida indifferenza che ognuno manifesta, si cela infatti il progetto di esercitare un controllo assoluto sugli altri o di imporre loro la propria visione, e la vicenda potrebbe persino esser interpretata come un giallo alquanto sociologico in cui si narra una “tremenda storia di assassini”.

Ma come sempre nei romanzi della Ortese la trama, a tutta prima lineare, in luogo di dipanarsi s’aggroviglia in una serie di varianti, ritrattazioni, colpi di scena, mutamenti improvvisi e depistaggi a effetto di straniamento, i quali sembrano volerci suggerire quanto è vano cercare una spiegazione esaustiva all’assurdo della presenza del male in quanto dolore inferto dall’uomo ai figli della natura. Un libro quindi sull’incapacità di amare, nel senso cristiano di esprimere agape, carità, empatia o partecipazione per il pathos, il patire/sentire del prossimo. Non per nulla in “Alonso” il colloquio, il rapporto si riduce spesso al mero scambio epistolare, intessuto perciò di lontananza e assenza.

Permea ed attraversa del resto tutta questa storia di disamore una algidità paralizzante che si traduce nell’impotenza a trasformare gli aneliti in slanci concreti. Ogni rapporto fra il puma e i visionari, come quelli fra loro stessi, risulta sfalsato, equivoco o patologico. Più ancora di esprimere malvagità, tuttavia, sembra che questi uomini malati d’un oscura voluttà di morte rivelino una inibizione a provare emozioni in altra forma che non sia quella dell’amore stravolto, ossia d’un odio freddo che sa di stallo, indifferenza paralizzante e deserto affettivo.

E non vi è prospettiva di riscatto o di grazia in “Alonso”, solo rassegnazione a questo disamore che tutti ribadiscono, come un destino di gelo affettivo che alcun sorriso di bimbo o tenerezza di cucciolo potrà mai sciogliere. E non importa se nell’ultima pagina di questa storia arcana ed inquietante — che la Ortese ha distillato con la magia della sua alchimia letteraria — la speranza faccia capolino attraverso un sogno consolatorio. Nessun puma salvifico tornerà a visitare gli “uomini del lutto”, perché il dolore — come altrove confessa amara l’io narrante — “a volte è insostenibile, eppure non può cessare!”.

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