A CHE ORA SI VA A CENA?/ Gli orari dei pasti sono uno status-symbol, ecco perchè

- Silvana Palazzo

A che ora si mangia? Nel libro di Alessandro Barbero le abitudini alimentari dei “grandi”: gli orari erano uno status symbol. Lo storico ha analizzato il fenomeno

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A che ora si mangia? Le abitudini alimentari (Foto: Il banchetto di Hogarth)

Anche l’alimentazione è una questione di status symbol. Le abitudini alimentari possono tracciare i confini tra le diverse classi sociali. Tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, ad esempio, scomparve la tradizionale cena serale tra gli aristocratici: si consumava un’abbondante colazione a metà mattinata, mentre il pasto principale della giornata veniva preparato sempre più tardi, anche alle sette del pomeriggio. Gli orari dei pasti per oltre un secolo sono stati un importante indicatore sociale, analizzato con particolare attenzione dallo storico Alessandro Barbero, che ha realizzato un libro su questo fenomeno. In “A che ora si mangia? Approssimazioni storico-linguistiche all’orario dei pasti (secoli XVIII-XXI)” vengono svelate le abitudini di alcuni celebri personaggi. Il libro racconta quindi dal punto di vista storico dove e come nascono gli orari dei pasti. Si tratta di un fenomeno interessante anche perché provocò mutamenti lessicali che sono ancora oggi oggetto di discussione.  

A CHE ORA SI MANGIA? DOVE NASCONO GLI ORARI DEI PASTI

LE CURIOSITÀ ALIMENTARI SUI GRANDI PERSONAGGI DEL PASSATO

Goldoni ordinava il pranzo in albergo se tardava, perché non riteneva corretto mangiare dai suoi amici dopo le due. Quando nel 1762 si trasferì a Parigi scoprì però che i francesi non erano così rigidi e che la buona società si sedeva a pranzo proprio alle due. Kant invece si alzava presto per bere il té e lavorava senza mangiare nulla fino a pranzo, ma si intratteneva a tavola anche quattro ore. Non si pranzava tardi perché ci si alzava tardi, ma a causa di esigenze produttive: si preferiva concentrare il lavoro al mattino, quindi le questioni professionali non venivano curate nel pomeriggio. In Italia la situazione non è molto differente: Stendhal a Milano nel 1801 continuava a non cenare, ma pranzava alle quattro. Manzoni invece indicava le cinque come solita ora, ma lasciando comunque intendere che le abitudini erano differenti. Belli invece notò che l’espressione “dopopranzo” non aveva più alcun rapporto con l’ora effettiva in cui si pranzava. 



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