STORIA/ Il destino dell’euro e l’ipocrisia delle regole europee

- Massimo D'Antoni

Se la crisi ha messo a nudo la strutturale debolezza dell’eurozona, è naturale chiedersi quali azioni possano essere messe in atto per raddrizzarla (2). MASSIMO D’ANTONI

Euro_banconote_monete_lapresse
LaPresse

Se la crisi ha messo a nudo la strutturale debolezza dell’eurozona, è naturale chiedersi quali azioni possano essere messe in atto per raddrizzare la pianta, per evitare che nuove analoghe crisi si verifichino. Nel rispondere, non basta ovviamente immaginare un diverso assetto monetario, occorre chiedersi come il cambiamento auspicato possa essere realizzato nell’attuale quadro di divergenza di interessi e di rapporti di forza.

Si sente spesso affermare che occorre cambiare “le regole”. Il che è indubbiamente vero, purché si abbia chiaro che le regole sono sempre il riflesso di un equilibrio di rapporti economici e politici; ciò vale anche per le regole attuali codificate nei trattati, che sono il complemento di una costruzione che, seppure da noi giudicata negativamente, ha una sua logica.

Per chiarire: è vero che le regole del patto di stabilità e crescita (nonché il fiscal compact) impongono politiche di austerità che hanno rallentato e impedito una rapida uscita dalla crisi. Ma una loro eliminazione non sarebbe sufficiente a risolvere il problema. In assenza di un’azione coordinata in senso espansivo di tutti i paesi, a cominciare dalla Germania, lo sforamento dei vincoli di bilancio rischierebbe infatti di portare rapidamente al manifestarsi di squilibri nella bilancia dei pagamenti (cioè nei conti con l’estero), e quindi a una nuova crisi. Le regole di bilancio rigide sono il complemento di un sistema di cambi irreversibili in cui i paesi non vogliono assumersi obblighi reciproci rispetto ai rispettivi conti pubblici ma nemmeno possono permettersi il default di uno di essi.

Questo per dire che il cambiamento delle regole non è in grado di per sé di determinare un diverso assetto dell’eurozona, ma deve presupporre l’adesione a tale assetto nella pratica delle scelte politiche dei paesi aderenti. Come dovrebbe essere ormai chiaro, le regole europee sono applicate in modo selettivo, in ragione dei rapporti di forza di cui dicevamo. Il fiscal compact e le sanzioni ivi previste sarebbero ben poca cosa se i paesi non fossero soggetti a meccanismi di pressione ben più forti, quali il rischio di ritrovarsi esposti alla speculazione dei mercati finanziari privi dell’ombrello protettivo della banca centrale (leggi: spread elevati). Come in molti altri contesti, le regole europee sono vincolanti, ahimè, solo per coloro che non hanno la forza di ignorarle.

Tra le proposte di riforma che circolano in questo momento, particolarmente significativa è quella formulata nel cosiddetto Rapporto dei Cinque Presidenti, sottoscritto dai vertici delle principali istituzioni europee. Al netto di ipotesi e proposte che alla fine non sono niente più che auspici, essa si sostanzia di due punti qualificanti: la richiesta di riforme strutturali e una maggiore integrazione finanziaria. 

1. È noto che nel linguaggio delle raccomandazioni europee per riforme strutturali si intende in primo luogo la flessibilizzazione del mercato del lavoro e lo smantellamento delle forme di contrattazione centralizzata in favore della contrattazione aziendale; in sintesi, una maggiore facilità di licenziamento che favorisca l’adattamento delle retribuzioni all’andamento del mercato e che consenta un rapido riequilibrio della struttura produttiva attraverso la riallocazione dei fattori produttivi. La ragione di tale insistenza è ovvia: la rigidità del cambio deve essere compensata da una maggiore capacità di assorbimento degli shock da parte del mercato del lavoro; in quest’ottica, anche la mobilità geografica del lavoro (cioè la migrazione intra-comunitaria) va incoraggiata.

2. Il secondo aspetto è quello dell’integrazione finanziaria: uno dei problemi che hanno dato luogo alla crisi degli anni 2011-12 è stato il “loop” tra banche e debito pubblico, per cui i sistemi bancari nazionali erano tra i maggiori possessori di debito del loro paese, e ciascuno stato era il garante del proprio sistema bancario. Su questa linea, l’Unione si è mossa in questi anni in direzione della creazione di un’unione bancaria. Un progetto in astratto auspicabile, se non fosse che di una vera integrazione bancaria non è mai stato accettato un elemento chiave: la garanzia comune dei depositi. La Germania si è infatti sempre opposta, chiedendo che preventivamente si intraprendessero azioni miranti a isolare le banche dal bilancio pubblico, da un lato introducendo un divieto di salvataggio delle banche coi soldi pubblici (il cosiddetto bail-in), dall’altro proponendo di aumentare il costo per le banche di detenere titoli di stato dei paesi più “a rischio”.  Resta da capire se parte di tale maggiore integrazione non sia un implicito incoraggiamento delle acquisizioni delle banche dei paesi periferici da parte dei sistemi bancari dei paesi più “forti”. È peraltro probabile che le ultime vicende, con il salvataggio delle banche venete, saranno utilizzate come argomento per rinviare sine die ogni ulteriore avanzamento su questo fronte.

La correzione dell’unione monetaria che si sta realizzando è dunque qualcosa di ben diverso dall’unione fiscale e politica che qualche ben intenzionato auspica. Anche laddove il termine unione fiscale compare nei documenti ufficiali, non si allude certo ad una condivisione del debito (eurobond) o alla realizzazione di trasferimenti fiscali tra paesi (possibilità tassativamente esclusa dai politici tedeschi di ogni colore); l’idea è semmai quella di vincolare ulteriormente l’autonomia dei paesi membri in tema di politica fiscale, assegnando ad un ministro delle finanze europeo il potere di veto sulle leggi di bilancio dei singoli stati. A ben vedere, sarebbe un’ulteriore cessione di sovranità cui però non corrisponderebbe né una maggiore solidarietà tra paesi né alcuna nuova forma di controllo democratico sull’operato delle istituzioni europee.

E qui sta alla fine il punto: una “vera” unione fiscale, come quella che si realizza in qualsiasi stato, anche federale, comporterebbe trasferimenti sistematici dalle zone più ricche a quelle meno ricche. Sarebbe questa infatti la conseguenza del riconoscimento di diritti sociali comuni e un comune sistema di imposizione. Ma, come abbiamo detto, si tratta di un’ipotesi che non è sul tavolo della trattativa, né si capisce perché le zone ricche dell’Unione dovrebbero accettarla in un futuro ragionevolmente vicino.

C’è peraltro da chiedersi se una tale più stretta integrazione, con creazione di un super-stato europeo, quand’anche fosse politicamente attuabile (e non lo è), sarebbe per tutti auspicabile. Verosimilmente essa comporterebbe infatti una “meridionalizzazione” del Sud Europa, una riduzione della nostra economia ad appendice periferica, e in parte assistita, di un core che avrebbe il proprio centro nell’area tedesca.

Parlando di integrazione politica tra stati, non può non tornare alla mente del resto l’argomento avanzato già nel 1938 da Friedrich von Hayek, uno dei pensatori di riferimento della visione neoliberista. Nell’auspicare la creazione di un federazione tra stati egli avanzava il seguente argomento: portando il livello della decisione politica e di governo ad un livello sovranazionale, sarebbero venuti a mancare i presupposti (di consenso, di solidarietà) per realizzare forme di intervento pubblico nell’economia. L’integrazione politica sovranazionale sarebbe dunque la migliore premessa al progetto liberista di riduzione dello spazio di intervento e regolazione pubblica; l’azione pubblica sarebbe infatti da un lato impedita a livello decentrato, per effetto della perdita di sovranità degli stati nelle decisioni economiche, ma dall’altro essa sarebbe irrealizzabile a livello sovrastatuale. Anche se Hayek non è considerato tra i “padri” dell’Europa, il quadro da lui delineato è una descrizione lucida delle conseguenze dell’integrazione politica.

“La pianificazione e la direzione centralizzata dell’attività economica presuppongono l’esistenza di ideali comuni e valori comuni; e l’intensità con cui la pianificazione può essere realizzata è limitata dalla capacità di ottenere e far valere un accordo su una tale scala comune di valori. È chiaro che un simile accordo sarà tanto meno difficile quanto maggiore è l’omogeneità e similarità di mentalità e tradizioni degli abitanti di una certa area. (…) Deve essere chiaro che le persone saranno riluttanti ad assoggettarsi a qualsiasi interferenza nei loro affari quotidiani quando la maggioranza che indirizza il governo è composta da persone di diversa nazionalità e diverse tradizioni. (…) Sembrano esserci ben pochi dubbi che lo spazio per la regolamentazione dell’attività economica sarà molto più ristretto per il governo centrale di una federazione di quanto non lo sia per gli stati nazionali. E dato che, come abbiamo visto, il potere degli stati che sono parte della federazione sarà ancora più limitato, gran parte dell’interferenza con la vita economica alla quale ci siamo abituati sarà del tutto impraticabile entro un’organizzazione federale. (…) La conclusione che, in una federazione, certi poteri economici, che sono attualmente prerogativa dagli stati nazionali, non potrebbero essere esercitati né a livello federale né dai singoli stati, implica che, qualora la federazione fosse fattibile, ci sarebbe complessivamente un minore ruolo per il governo. (…)”.

(2 – continua)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori