USTICA/ Gheddafi non c’entra, e nemmeno gli Usa e la Francia

- Salvatore Sechi

Caso Ustica. Recentemente Daria Bonfietti ha scritto a Matteo Renzi lamentando il fatto che la documentazione su ciò che avvenne il 27 giugno 1980 è lacunosa. SALVATORE SECHI

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Pezzi della fusoliera del DC9 Itavia (LaPresse)

Gli avvenimenti storici spesso non  sono piani, trasparenti. Spesso si presentano con spigolature, lati ambigui o oscuri. Sono cioè un intreccio e danno luogo a quelli che vengono chiamati nodi. Lo studioso è tenuto a scioglierli, cioè a dipanarli. Può farlo in qualunque momento. Il tempo non è una distanza incommensurabile per accertare come sono andate le cose.

Nel mondo della storiografia vive gente che per poco che ci si allontani delle versioni comode (quelle codificate dalla tradizione) si sente profanata o tradita. Allo storico non è consentito, se non è un fanfarone, inventare i nodi, cioè i problemi di un evento storico, quando questi non ci sono.

Che la P2, i gruppi eversivi neo-fascisti, gli imbanditori e redattori di trame e complotti degli apparati militari al soldo degli Stati Uniti e dell’intelligence israeliana abbiano finanziato o messo la bomba che ha seminato centinaia di vittime e di feriti alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, non esistono prove. A dominare e ammorbare l’aria sono le ubbie e le fantasie da inesausto stress cospiratorio dei fantaccini dello stalinismo bolognese, e non solo.

Si può essere ugualmente severi nei confronti del disastro aereo di Ustica, dove perirono 81 persone?

Qui esistono, da una parte, una serie di elementi sicuri, indiscutibili che si riferiscono ad un incidente aereo (anche nella forma di un collasso delle apparecchiature interne) e, dall’altra, una catena di sospetti, indizi, derivazioni, connessioni che vorrebbero rubricare la strage di Ustica nel  perimetro dei regolamenti di conti tra i servizi segreti e gli stati dell’Occidente e quelli del Medio Oriente dall’altra.

Qual è la storia e qual è la constrostoria di questa vicenda che ha al proprio centro ancora una volta il capoluogo emiliano, Bologna?

A districarla ha provato da ultimo Eugenio Baresi. E’ un antiquario bresciano che ha fatto a lungo l’uomo politico nelle file (e negli incarichi) della Democrazia cristiana, anche nazionale. Ha vissuto gli avvenimenti oggetto del suo ultimo libro (Ustica. Storia e controstoria, Koinè edizioni, Roma 2016) come segretario della Commissione parlamentare d’inchiesta guidata dal senatore pidiessino Giovanni Pellegrino, un uomo geloso della  propria indipendenza.

Baresi racconta limpidamente ciò che ha potuto leggere sulle carte degli inquirenti e degli esperti, italiani e stranieri. E non si stanca di ripetere questa realtà pura e semplice, dove non c’è nessun elemento ideologico o propagandistico, e tanto meno interesse — almeno da parte sua — che possa alterarla.

La sera del 27 giugno 1980, il giorno della partenza del Dc9 Itavia da Bologna per Palermo, con 81 passeggeri (di cui 4 di equipaggio) a bordo, il cielo è stato sempre terso, solcato da un bel venticello. Nessun altro vettore ha attraversato la sua rotta né lo ha attaccato né si è nascosto sulla sua coda.

In altre parole, il Dc9 che alle 20.59 e 45 secondi scomparve dai radar e sarà ritrovato nelle acque del mare di Sicilia, non è stato abbattuto da un missile. In secondo luogo non vi è stata nessuna battaglia aerea alle quale il nostro vettore abbia partecipato da protagonista o solo da testimone.

Questi elementi sembrano banali dati di fatto. Sono stati accertati e non sono mai stati smentiti da nessuna inchiesta. Essi non solo contrastano, ma anzi smentiscono ogni ricostruzione di carattere controversistico, che Baresi considera dettata “dalla perversione degli interessi politici ed economici in gioco”. Un’invenzione pura e semplice, cioè, in cui si sarebbero esibiti alti comandi militari della Francia, della Gran Bretagna, dell’Italia e degli Stati Uniti.

Di questo tenore sono esattamente quelle fiorite nei 37 anni successivi, in cui si parlato di una vera e propria guerra guerreggiata nello specchio aereo del mare nel Mediterraneo tra aerei della Libia e dei paesi della Nato citati, per farla finita col duce dell’ex colonia italiana Gheddafi.

Con una sentenza definitiva la Corte di cassazione penale ha confermato le decisioni provenienti da almeno tre Corti di assise e di appello. 

Nessuna fretta né semplificazione, dunque, ma un giudizio ponderato nato in seguito a numerose udienze, confronti in sede dibattimentale e perizie.

Resta insostituibile per rigore, autonomia, approfondimento quella della Commissione internazionale nominata da un magistrato probo e indipendente come Rosario Priore. Era stato scelto per questo incarico complesso e intrigante dall’esponente socialista Giuliano Amato, allora sottosegretario, ma ha emesso una sentenza assai contraddittoria.

Comunque la Corte di cassazione penale, che ha titolo a stabilire la verità sull’accaduto attraverso perizie, documenti, contro-perizie eccetera, conferma quanto avevano stabilito gli altri gradi di giudizio della giustizia penale, cioè l’assoluzione, quindi l’innocenza dei principali accusati, cioè gli uomini dell’Aeronautica militare, nel gennaio 2007 imputati da Priore e da altri magistrati già nel gennaio 1992, di attentato contro l’attività di governo, alto tradimento e falsa testimonianza, negando l’accusa ipotizzata di strage. 

Dunque il fatto non sussiste, cioè non c’è mai stata una strage, non si sa chi l’abbia fatta e come sia stata fatta (missile o battaglia aerea).

L’innocenza del personale dell’Aeronautica risiede nel fatto che non potevano comunicare una cosa che non era mai accaduta: “tutti gli aerei militari italiani erano a terra, i missili di dotazione italiana erano nei loro depositi… gli aerei militari alleati non si trovavano nella zona del disastro e nell’ora e nel luogo del disastro non vi erano veicoli di alcun genere”.

I giudici fanno presente che se avessero emesso una sentenza di condanna nei confronti degli imputati “si sarebbe trattato di una vergogna, perché si sarebbero condannate o ritenute responsabili di un reato persone nei cui confronti vi era un difetto assoluto di prova…”.

Sono parole lapidarie che arrivano alla fine di un milione e 750mila pagine di istruttoria, 4000 testimoni e 277 udienze. La data è quella del 10 gennaio 2007. Ciò malgrado, alcune settimane dopo, in data 25 gennaio, il presidente emerito Cossiga si esibisce in una sua manfrina, dicendo di sapere, ma non di poter dire il nome di chi, “puntando male un missile” ha abbattuto il Dc9.

La sentenza della Corte di cassazione penale sembra non valere nulla. E’ questo il cruccio di Eugenio Baresi. 

Infatti in sede di giudizio civile, per l’aspetto risarcitorio attivato dai parenti delle vittime, a valere non è la sentenza della Cassazione (preceduta da tre gradi di giudizio) secondo cui il fatto, il reato, non esiste, perché la verità è il rinvio a giudizio!

E’ “come se si dicesse che Enzo Tortora non è stato assolto in via piena e definitiva dalla Corte di cassazione perché la verità, nel suo processo, era di chi l’aveva rinviato a giudizio”, commenta Baresi.

Siamo in presenza, a parte le interpretazioni interessate (politiche ed economiche) che l’autore riferisce, di una grave lacuna dell’ordinamento giudiziario.

Il Tribunale civile, sulla base delle personale convinzione di un giudice, ritiene che la verità storica e processuale stabilita dalla Corte di cassazione penale sulla base di infinite indagini, una mole sterminata di perizie e prove documentali, non lo esime dal pensare (senza poterlo dimostrare)  che il Dc9 sia stato colpito da un missile, abbia coperto un vettore militare libico, e che nei cieli ci sia stata una fantastica guerra con performance dell’aviazione francese e statunitense.

Insomma, i giudici di tre corti penali e della Cassazione si sarebbero messi in combutta per occultare una realtà della cui esistenza non c’è la minima prova. Possibile che il ministro della Giustizia Andrea Orlando non si renda conto del sentimento di orrore e di vergogna che suscita questo potere di un singolo giudice civile?

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