LETTURE/ Quello strano luogo fatto per perdersi, officina di santi e di profeti

- Gennaro Cassiani

“Un luogo immerso in un silenzio rotto solo dal vento che scolpisce le dune di ora in ora. Un mondo in più sensi cangiante. Dove ci si conosce e ci si perde”. GENNARO CASSIANI

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L'atlante dei luogi misteriosi e maledetti (foto LaPresse)

I deserti… Parlare della bellezza dei deserti non è semplice. Mia moglie, ad esempio, che mi conosce ormai da quasi vent’anni, se la dà a gambe levate appena sente il suono della parola. La colpa è mia. È dura girare con un casco da moto in testa tagliando l’aria che sembra quella prodotta da un immenso asciugacapelli. Con la visiera abbassata si deve. Ma non si resiste a lungo. E allora serve una sciarpa di cotone. Diversamente, l’impatto con l’alito bollente del deserto cuoce letteralmente il viso e può fare esplodere i capillari della faccia. Con gli occhi, poi, c’è poco da fare. A fine giornata, sono rossi come quelli di un coniglio.

Se anche un giorno finisse la “terza guerra mondiale a pezzi”, io, in moto, non ci tornerò più in un Erg. E ciò non perché il mio bicilindrico non è più con me. Il fatto è che è davvero hard andarci su due gomme se uno non ha il “manico”, come si dice, di un pilota della Dakar e anche la moto di un pilota della Dakar e il team meccanico al seguito di un pilota della Dakar. Tirare fuori dalla morsa della sabbia dieci volte al giorno il proprio mezzo e quello dell’amico sottopone a una prova degna di un eroe omerico e io ormai sono troppo vecchio e rammollito.

Con un 4×4, in confronto, è quasi una passeggiata di salute. L’equilibrio è garantito. Tassativo è però sgonfiare i pneumatici, aumentando la loro impronta sul suolo. È poi essenziale trovare l’andatura, tenere la marcia e non cambiare direzione repentinamente, pena perdere subito trazione e rendersi conto che, in un secondo, il veicolo è sprofondato nella sabbia fino alle portiere. Tra un’evenienza del genere e l’altra, il divertimento è assicurato. Si procede alla guida di un bestione meccanico di 25 o 30 quintali che, nel traffico, è come un elefante in una cristalleria, ma sulla sabbia “galleggia” e fila dritto come un catamarano. Ma questo non è tutto, almeno per me.

Quando penso al mio posto elettivo, penso a un deserto. Un altro, magari, pensa a una spiaggia dei Caraibi, a una sdraio, a un tramonto e a un drink. Io penso a un deserto, magari ad agosto, quindi anche con qualche bella tempesta di sabbia nell’aria. Sarò matto? Forse sì.

Io penso a migliaia di dunette o a immensi cordoni di dune alte come cattedrali, o a sterminate hammade immerse nella distorsione ottica che il calore diurno produce a contatto col terreno. Penso a un mondo tutto giallo, rosato, marrone, o anche bianco accecante. Un luogo immerso in un silenzio rotto solo dal vento che scolpisce le dune di ora in ora. Un mondo in più sensi cangiante. Un mondo abitato da creature timide e prudenti. E anche disseminato di piante basse e “ossute”, aggrappate alla vita con gli “artigli”, pronte a fare capitale di un sola goccia di umidità; armate di spine in grado di trapassare un dito. Sembrano secche e invece sono impossibili da ardere. Una volta, ho visto il Sahara Occidentale fiorito. Era novembre, se non sbaglio, e non pioveva da anni. Il terreno bevve a dismisura e si ubriacò. Così, in poche ore, fiorì come un prato trentino a primavera. Un’altra volta, che era estate, piovve nel Grande Erg Orientale. Fu quasi una bomba. Ma prima si alzò un vento che smantellava i muretti a secco e mandava a gambe all’aria i motociclisti…

Chiudo gli occhi e ripenso anche alle piccole orme dei coleotteri sulla sabbia che, al mattino presto, complice l’umidità notturna, è dura come l’asfalto. Sembrano ricami i segni lasciati da quelle microscopiche zampine che hanno scalato e scollinato. E che dire poi di quel miracolo dell’evoluzione che è il dromedario? Pasteggia a pale di fichi d’india. Le trangugia come patatine fritte. Sonnecchia placidamente a 50° C all’ombra. Ai “piedi”, poi, si ritrova come delle ventose: sono la versione biologica delle nostre infradito (le scarpe ideali per la sabbia). E le sue ciglia!? Sembrano finte per quanto sono lunghe. Non c’è tempesta di sabbia in grado di scartavetrare una carrozzeria che esse possano temere.

Dicevo che amo il deserto e le sue atmosfere. Ma ciò non solo e non tanto per il piacere di praticare la guida in fuoristrada. Perché, allora? Non è facile spiegarlo all’amico che me lo chiede mentre mi guarda con due grossi punti interrogativi pulsanti negli occhi. Penso che abbia a che vedere con due cose. La prima è conoscersi. La seconda, funzionale alla prima, è perdersi. Il deserto in effetti è il posto ideale per perdersi.

Ci si perde appena arrivati, nel deserto. Buona parte del nostro io entra a contatto con l’ambiente più ostile della terra. È normale che corpo e mente, abituati a ben altro, si spoglino del loro habitus consueto. È normale che l’individuo, per fare fronte al contesto irrompente, che convoca a sé tutti i sensi, ceda molto del se stesso precedente, lo lasci andare, se ne dis-possessi.

Poi, però, può accadere che ci si perda davvero, nel deserto. Perdersi può succedere per tanti motivi. Inesperienza col gps. Sottovalutazione. Malintesi. I casi possono essere tanti. Ma il primo fattore, a mio avviso, è la sottovalutazione. A quel punto, il mondo sembra capovolto, il deserto sale in cattedra e ci si può liberamente affliggere. Ho visto persone grandi e grosse mettersi le mani in faccia, o parlare come se avessero un nodo scorsoio alla gola. Oppure diventare aggressive con i compagni. O anche ammutolire e seguire l’amico come un cagnolino.

Prima di ritrovare la pista giusta occorre ritrovare la lucidità. Il deserto, che la sa lunga, suggerisce di dormirci sopra. Nessuna fretta. Il deserto azzera la fretta. Al mattino si recupera. Ma la “retta via” non è mai retta, nel deserto. Muraglie di dune si aggirano, non si scavalcano correndo rischi inutili. Nessun autoctono sano di mente lo farebbe. Il deserto continua a insegnare cose: comanda lui; l’umiltà è tutto; l’amico è più amico di prima; la macchina è diventata anche una “casa”; il “mulo a 4 ruote motrici” si merita più attenzione di noi stessi.

Perdersi porta in dote queste cose. Poi, rimesso dritto il mondo e ritrovata la pista, arrivano i pensieri. Vagonate di pensieri. E anche di incontri surreali destinati a restare impressi per sempre. Ad esempio, il tizio in motorino che sbuca dal nulla, si ferma e, come un prestigiatore, tira fuori da sotto la tunica una teiera laccata e una bustina di zollette di zucchero. Poi, sorridendo, fa cenno di sedersi per terra e invita a dare corso alla conversazione. E siccome con noi c’è una donna, a lei offre lo sgabellino di legno che porta legato sul retrotreno del suo mezzo rugginoso.

Incontri desertici. Ecco qua due bimbi che, scalzi, camminano sulla pista con la mano nella mano. Sembrano un miraggio e invece sono reali. Camminano nel nulla. Il più grande si porta dietro una grossa brocca che, in vero, sembra una fioriera. Sono un po’ diffidenti, ma poi la sabbia diventa un quaderno: a un toponimo pronunciato alla meno peggio, i due rispondono con una mappa tracciata con un bastoncino. Metto via il gps andato in protezione termica e chiedo se hanno bisogno di qualcosa. Niente. Non vogliono niente. Non hanno bisogno di niente, a differenza mia. O ancora, ecco il pastore che oggi ha il suo giorno fortunato. Pascola i cammelli sotto un sole feroce e non mangia: c’è il Ramadan; così è arrivato forse al trentesimo tè ed è in preda a un’emicrania lancinante. Ha in dono 2 bottiglie di acqua calda e un blister di aspirine. Fosse stata fredda l’avrebbe lasciata al sole: mica è un fesso di europeo. Lui beve solo caldo. “Freddi sono i morti”, mi dice. “Non fa una grinza”, rispondo. Il mio amico, invece, che in macchina ha un frigo a 12v che gli occupa un bel pezzo di cassone, fa una giravolta come una ballerina classica e si dilegua. Alla fine, il tizio saluta in spagnolo e fa la “V” di vittoria: è un Sahrawi. Il francese gli va di traverso più dell’acqua fredda.

In mezzo al deserto, non si può sdegnare un invito a fare conoscenza o una richiesta di un “passante”. In mezzo al deserto si resetta il rapporto con le lancette dei minuti e delle ore e, ugualmente, la conversazione, l’incontro — in quanto dono di Hallah — non può essere rifiutato. Ne va semplicemente di una pessima figura che peserà sulla coscienza. E già, in mezzo al deserto, si riscopre ciò che su una strada asfaltata d’Europa sarebbe inconcepibile.

Insomma, nel deserto ci si perde e ci si ritrova. Nel deserto, io ci vado per cavarmela un po’ meglio di prima, quando torno a casa mia. Quando torno, ha fatto esperienza di “smarrimento” in molti sensi e Dio sa quante volte capita di sentirsi smarriti a casa propria. Bene, se uno s’è smarrito e se l’è cavata in mezzo al deserto, dove, in teoria, è parecchio più difficile ritrovare la pista perduta, risolvere un problema meccanico, farsi bastare il poco che c’è in serbo, una volta a casa, le difficoltà e le rinunce si riducono del loro peso. Ciò che viene meno senz’altro è la rappresentazione mentale del fardello insostenibile degli affanni che, in verità, insostenibili non sono.

Il deserto fa coraggio. Allena a farsi coraggio di fronte ai guai. Fa venire delle idee, delle trovate magari “bislacche”, ma efficaci per tirarsi fuori d’impaccio in qualche modo, quale che sia.

Il deserto fa capire che serve davvero poco. Moltissimo è “fuffa”. Si può buttare via. Poi, come tutti sanno, l’esperienza del deserto, vissuta col privilegio della fede, diventa l’officina dei santi e dei profeti. La cosa ha di certo a che vedere col distacco, il domicilio prolungato nel Nulla e l’incombenza assoluta del cielo. Naturalmente, questo non basta. È chiaro. Ma chi vuole cominciare, arrivato nel deserto, è già “a metà dell’opera”.

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