LETTURE/ San Francesco, il cristianesimo visibile di un pellegrino disarmato

Il cristianesimo è legato inscindibilmente a un luogo, i pellegrini lo sanno bene. Lo sapeva benissimo anche san Francesco d’Assisi, nella sua santa irrequietezza. SERGIO CRISTALDI

01.01.2018 - Sergio Cristaldi
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Giotto, San Francesco nel "Sogno di Innocenzo III" (1295-99)

A uso dei viaggiatori con la passione per gli itinerari storici, sono apparse quest’anno, a breve distanza, due guide sui generis, sulle orme di una personalità particolarissima, Francesco d’Assisi. L’una, realizzata da Fabrizio Ardito (La Via di Francesco, Touring Club Italiano), si raccomanda per le eccellenti fotografie, l’altra, a cura di Gianluigi Bettin, Paolo Giulietti e Nicola Checcarelli (La Via di Francesco. Da La Verna e da Roma verso Assisi, Terre di mezzo), scandisce efficacemente le tappe del percorso. Entrambe riescono senza dubbio pertinenti al profilo dell’interessato, insofferente della stasi e delle sue abitudini. Francesco è uomo di spostamenti continui, di dislocazioni avventurose, sia prima della conversione, sia nella sua singolare esperienza di penitente. E tutto l’Ordine dei Minori, specie ai suoi inizi, coltiverà una tipica vocazione itinerante, vivendo nella vastità di una clausura aperta, secondo la felice espressione di Giacomo di Vitry. Non poteva essere diversamente, data l’inquietudine del fondatore, incapace di fermarsi. 

Tant’è: Francesco non si limita a percorrere la penisola, matura il desiderio di recarsi, pellegrino, in Terrasanta. Un desiderio realizzabile, in quel torno di tempo? Chi volesse farsi un’idea della situazione della Palestina nel Basso Medioevo, può consultare i capitoli correlativi dell’ampio studio di Eric H. Cline, Gerusalemme assediata. Dall’antica Canaan allo Stato d’Israele, apparso quest’anno in traduzione italiana presso Bollati Boringhieri. Non ne ricaverà di certo un quadro idillico. L’aspirazione di Francesco, insomma, incontrava barriere formidabili. Dopo secoli di dominazione musulmana, Gerusalemme era tornata in mano ai cristiani nel 1099, a conclusione della prima crociata. Circa ottant’anni dopo, i musulmani, capitanati dal Saladino, l’avevano ripresa. I pellegrini che avessero voluto visitare la basilica del Santo Sepolcro dovevano pagare un tributo, a rischio di incrementare, in questo modo, fondi destinati al jihad. Ammesso e non concesso che regnasse la pace, una pur precaria pace, in quelle regioni aspramente contese. La resa della città santa alle armate del Saladino aveva infatti suscitato, in Occidente, una recrudescenza dello spirito di crociata.

I Minori alimentano uno spirito diverso, vogliono recare ai musulmani un annuncio disarmato. Nel 1219, cinque di loro, su mandato del fondatore stesso, raggiungono il Marocco, dove predicano apertamente la fede cristiana; l’esito è il martirio. Quanto a Francesco, tenta personalmente il viaggio oltremare, e per diverse volte. Questo capitolo della sua biografia è stato approfondito dal libro di Gwenolé Jeusset, Francesco e il sultano, la cui traduzione italiana, uscita presso Jaca Book, ha goduto l’anno scorso di un’opportuna ristampa. I primi due tentativi vanno a vuoto: nel 1211, un fortunale respinge sulle coste della Dalmazia la nave su cui il santo si è imbarcato; va anche peggio nel 1213 (o 1214), quando Francesco, a causa di una malattia, deve rinunciare al progetto di raggiungere il Marocco attraverso la Spagna. Ma la terza volta l’approdo finalmente riesce. Insieme a uno sparuto manipolo di compagni, Francesco sbarca in Palestina, a San Giovanni d’Acri, la roccaforte ancora sotto il controllo dei crociati. Nazareth non è lontana, e nemmeno Gerusalemme, nemmeno la Betlemme della mangiatoia e dei pastori. Ma come raggiungerle? È l’estate del 1219, un’estate di guerra, con la quinta crociata in pieno svolgimento; i pellegrinaggi sono per il momento impensabili. Francesco tenta il tutto per tutto: si imbarca nuovamente, dirigendosi verso il teatro più cruento delle operazioni belliche, Damietta, la città egiziana dove si stanno giocando le sorti del conflitto. Grazie a una tregua, il frate, con la scorta di un solo compagno, si fa strada verso lo schieramento nemico, ottiene di esser ricevuto dal sultano, rimane con lui alcuni giorni. Malik al-Kamil lo ascolta e lo apprezza, lo ammira anche, gli chiede di pregare per lui perché possa aderire a quella religione che più piace a Dio. L’incontro, a questo punto, è concluso, anche se il suo riverbero dura sicuramente nell’intimo dei due interlocutori. Francesco, comunque, rientra nel campo crociato. Passerà successivamente in Siria, per rientrare infine in Italia. Il pellegrinaggio ai luoghi santi non si avvera, le circostanze non l’hanno consentito. È quasi sicuramente una pia leggenda quella che vuole il santo a Gerusalemme con il salvacondotto di Malik al-Kamil; le fonti del Duecento a riguardo tacciono, la notizia è messa in circolazione solo nel secolo successivo. Gli storici attuali, compreso Jeusset, non le danno alcun credito. 

Il girovago ha dunque mancato la meta che gli era balenata, imponendosi alla sua irrequietezza. Non l’ha potuta vedere. Giunta al suo culmine, una tensione è stata delusa. Interamente delusa? Forse costretta a trovare una modulazione diversa? Jeusset apre uno spiraglio: “il periodo che seguì l’incontro con l’Islam e con i mussulmani fu segnato dall’ansia di mettere in risalto il mistero cristiano: sia a Greccio, nel presepe vivente, che nelle lettere degli anni 1220-1224, centrate sull’Eucarestia, si tratta di rendere presente, in modo visibile, l’incarnazione e di farne il proprio cibo”. Lo storico francescano ha indicato, in questo modo, una prospettiva meritevole di approfondimento.

A Greccio possiamo tornare con l’ausilio di chi ha ricostruito, adesso, la via di Francesco. E magari con il supporto ulteriore di pagine molto più antiche, le pagine delle fonti francescane, in particolare la Vita di Tommaso da Celano e la successiva Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio. Ecco quanto risulta dall’una e dall’altra. Il santo, ritiratosi nel territorio del borgo di Greccio, territorio appartato, ricco di solitudini, e anche di grotte, medita assiduamente l’Incarnazione. Forse “medita” è un’espressione insufficiente. Il fatto è che Francesco vuole vedere; e meditare quello che ha veduto. Non è per questo, in definitiva, che si è spinto oltremare, intuendo uno sbocco al suo impulso di vagabondo? Si va per vedere, per rendersi conto concretamente, per toccare con mano. Francesco non vi ha rinunciato, semmai è andato fino in fondo alla sua antica passione. E si rivolge a uno del luogo, con cui ha familiarità, lo sollecita a fare i preparativi. Lasciamo la parola a Tommaso da Celano: “A un abitante della contrada Francesco dice: Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui Gesù si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu deposto in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. 

L’idea doveva agitarsi da tempo in Francesco. Dal suo rientro in Italia? Le vicissitudini sperimentate oltremare avevano certo lasciato il segno. Fatto sta che il santo aveva manifestato le sue intenzioni all’autorità ecclesiastica. Nella Legenda maior, Bonaventura certifica un’approvazione del papa. A Greccio, dunque, Francesco non improvvisa. E l’altissima autorizzazione che ha in mano lo conferma nel suo proposito. Gli stessi Vangeli, del resto, parlavano chiaro; soprattutto quello di Luca, coi suoi racconti dettagliati della nascita e dell’infanzia di Gesù. Racconti, appunto; perché si tratta di comunicare un fatto, un avvenimento, e la narrazione è il veicolo primo di questo genere di testimonianza, la base su cui Luca elabora, come è stato detto, una teologia dell’esistenza concreta. Da parte sua, Francesco aspira a versare il racconto in una rappresentazione, volta a porre l’avvenimento sotto gli occhi. Il fatto si deve di nuovo vedere; e non è arbitrario ripresentarne il contesto e gli attori coinvolgendo un minuscolo abitato del Lazio medievale, i suoi dintorni, perfino il suo bestiame. 

Il cristianesimo è legato inscindibilmente a un luogo, i pellegrini lo sanno bene. Ma non si tratta soltanto di visitare i resti di un passato, sulla falsariga di un’archeologia devota. Cristo riaccade nel tempo, viene attualmente, ogni giorno, quotidie, come amavano sottolineare i dottori della Patristica; è presenza attiva in ciascun frangente, in tutte le circostanze. Allora, ogni piega di spazio è teatro di questa venuta. Greccio, la Betlemme italiana, non è un ripiego o un surrogato, è piuttosto il contesto in cui si gioca un riconoscimento. E Francesco mostra ugualmente estro artistico e sapienza teologica quando vuole manifestare la presenza di Gesù in una vera e propria scena; ambientata lì, in quell’angolo di Italia. Si può andare incontro al Signore, captare il suo apparire, anzi renderlo evidente, in soglie vicinissime e al tempo stesso quasi ignorate. La via di Francesco è quella del Dio che si è incarnato, vincolandosi in questo modo a ogni tempo e a ogni spazio, esponendosi al cospetto di ogni umano errare, in cerca di qualcosa o di qualcuno che non si sa. Assecondare gli itinerari francescani significa pedinare l’andirivieni di colui che era a sua volta un cercatore di tracce; e a un certo punto, dopo progetti, ostacoli, impedimenti, delusioni, ha fatto una scoperta folgorante. E non l’ha tenuta per sé.  

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