STORIA/ Leggi razziali, Vittorio Emanuele III sotto “Processo” per avere diviso gli italiani

- Mario Cardarelli

All’Auditorium di Roma si è tenuto il “Processo a 80 anni dalla firma delle leggi per la difesa della razza”. Un evento che ha rotto l’unità del popolo italiano. MARIO CARDARELLI

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Vittorio Emanuele III con Mussolini e Hitler (foto da web)

Ottanta anni fa, nel 1938, furono promulgati  a firma del re Vittorio Emanuele III i “Provvedimenti per la difesa della razza italiana” opera del governo del Cavalier Mussolini. Nessun evento migliore della celebrazione del Giorno della Memoria poteva offrire spazio adatto alla rappresentazione teatrale del Processo a 80 anni dalla firma delle leggi per la difesa della razza, tenutosi all’Auditorium di Roma. Vi sono entrato dopo aver acquistato alla libreria adiacente Il Papa della fisica, di Gino Segrè e Bettina Hoerlin. Sottotitolo, “Enrico Fermi e la nascita dell’era atomica”. Cosa pensate che avrebbe fatto chi (frequentando il liceo classico, passato — dopo la guerra — dalla denominazione di Umberto I a quella di Pilo Albertelli, martirizzato a Via Tasso), si è ritrovato nella stessa classe allo stesso piano del grande esule? E sono uscito ripensando al Risorgimento nelle parole di Anita Garibaldi, alla Liberazione in quelle di Primo Levi, allo Statuto Albertino dell’8 febbraio 1848 ed alla Costituzione della Repubblica Italiana del 1° giugno del 1948.

L’altra sera, 18 gennaio (ricorrenza da kabbalah questo numero 8?) sotto la presidenza di una vera corte con Paola Severino presidente e Giuseppe Ayala membro con Rosario Spina, è stato condotto un Processo al presunto imputato Vittorio Emanuele III, quale firmatario; un processo costruito sulla ricerca e sul dibattimento delle responsabilità di tutti coloro che contribuirono a preparare questo orribile atto giuridico gravido di conseguenze etiche, morali, storiche.

I lettori di brani consegnati alla memoria (da Guido Carli, Rita Levi Montalcini, e altri) hanno dato seguito alla “Ballata” di Mario Castelnuovo Tedesco, magistralmente eseguita con le cadenze di una colonna sonora evocativa di chi si apprestava, come Enrico Fermi, lo stesso Castelnuovo e decine di altri esponenti illustri della cultura, dell’arte e della scienza italiana, ad abbandonare l’Italia. Ma l’emozione delle note ha trovato un gradino più alto con la lettura del resoconto di Perugia della Rocca e della lettera di Elio Cittone, nonno di Morgane Kendregan, che con i suoi 19 anni ha costruito idealmente una liaison tra passato e presente. Quella liaison necessaria per evitare un futuro senza memoria, un futuro di privazione, sofferenza e discriminazione.

E’ palese che in queste poche righe sia impossibile rievocare in modo compiuto una tragedia nazionale: quella della prima vera frattura prodotta nel Paese, originata dallo tsunami iniziato nella Germania stregata dal nazismo. A questa tragedia fece seguito quella altrettanto dolorosa e sanguinosa della guerra civile, cui fu posta fine dalla Resistenza e della liberazione. E dalla liberazione si originò quella strada — percorsa non sempre in modo lineare (basti pensare all’amnistia di riconciliazione voluta da Togliatti ed all’impossibilità per gran parte dei sottoposti alle leggi sulla razza di poter tornare ai propri ruoli precedenti, o di avere i risarcimenti dovuti) — che portò con il referendum sulla monarchia e con il varo della Costituzione repubblicana a mettere fine a quella che — parafrasando il titolo del film su Winston Churchill, appena uscito nelle sale — fu l’ora più buia.

Perché il Processo a Vittorio Emanuele III come fase finale del percorso della memoria merita un’attenzione particolare, tale da dedicargli queste righe? Perché il Processo è così diversamente importante rispetto all’abbondante letteratura e cinematografia sulla discriminazione razziale dei discendenti di Abramo e d’Isacco, discriminazione tanto religiosa quanto socioeconomica e così totalizzante nell’individuazione di un’umanità, cui fu negato il diritto indisponibile, naturale della salvaguardia e della protezione di se stessa, al punto di culminare nella Shoah?

La risposta, dopo averlo visto e in qualche modo vissuto grazie alle parole dei protagonisti, appare semplice, ma confesso inaspettata per la sua peculiarità di frattura costituzionale e storica. Lo Statuto Albertino sanciva la condizione di super partes del re, pater patriae al di là del bene e del male (per dirlo con la Cavani), e per questo ingiudicabile (omonimo di non colpevole? Mah!). Ma lo Statuto Albertino, costituzionalmente, faceva del popolo italiano cristiano o ebraico che fosse un unico popolo che agognava un’unica patria, con un’unica lingua essendo un’unica nazione. Le leggi razziali firmate dal re spaccarono quest’unità che era stata consegnata dal Risorgimento e ci volle una guerra mondiale, i campi di sterminio, la Resistenza, la liberazione, la Repubblica per arrivare all’articolo 3 della Costituzione che finalmente quella frattura ricompose, curò e saldò. 

Salvaguardare questo patrimonio per tutti e da parte di tutti — presente tra l’altro nella Carta dell’Onu — non è quindi solo il ricordare da parte di alcuni, perché l’esercizio e la difesa dei diritti poggia su una reciprocità attiva. Mentre la loro disponibilità in quanto connaturati poggia su ben altro… 

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