LETTURE/ Mariamne, l’epifania secondo Lagerkvist

- Giuseppe Feyles

“Mariamne” è l’ultima opera di Pär Lagerkvist prima della morte, nel 1974. Il romanzo è la storia della lotta tra il potere e la compassione. Con una epifania finale. GIUSEPPE FEYLES

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Guido Reni, Strage degli innocenti (particolare) (1611)

Penso che molti lettori del sussidiario conoscano Pär Lagerkvist per il romanzo Barabba. Ma lo scrittore svedese, premio Nobel per la letteratura nel 1951, ha al suo attivo molte altre opere bellissime. Alcune straordinariamente attuali, come Il nano, grande metafora del potere, pubblicata da Iperborea. Altre introvabili, come il fulminante racconto L’ascensore che scese all’inferno, contenuto in una raccolta di novelle edita negli anni cinquanta e, per quel che ne so, non più pubblicata (chi lo volesse leggere mi scriva…). 

Tra tutte spicca il romanzo breve Mariamne, anch’esso di Iperborea, ultima sua opera prima della morte, avvenuta nel 1974. Come si sa, secondo la testimonianza di Giuseppe Flavio, Mariamne fu moglie di Erode il Grande, che il tiranno amò alla follia ma alla fine fece uccidere. Su di lei si sono esercitati molti autori, da Byron a Voltaire. Ed anche su Erode cinema e letteratura abbondano. Nessuno però raggiunge la profondità dello scrittore svedese. La Mariamne di Lagerkvist è bella, delicata, sensibile, ma fortissima dentro. E’ incarnazione di un amore puro, che conquista lo sguardo del tiranno Erode, ne placa la violenza e ottiene ascolto solo per la forza della sua presenza. Mariamne è “pallida, quasi diafana, come se la sofferenza la illuminasse dall’interno…”. Marianme “vestita d’argento”. Mariamne, “come un albero che il vento colma del suo misterioso mormorio”. Quando Erode la incontra “niente sarà più come prima”. 

La scrittura di Lagerkvist è poesia altissima, ma non fine a se stessa. Il romanzo è in realtà la storia dell’eterna lotta tra il potere, la sua forza spietata che non esita ad annientare chi gli si oppone e un’altra forza, disarmata, ma forse più potente, quella della pietà e della compassione. Ma è soprattutto la storia di un cambiamento impossibile. Erode ama davvero la limpidezza di Mariamne e per un po’ sembra che la sua presenza ne attenui la crudeltà e ottenga da lui clemenza verso il popolo che opprime. Ma per la religiosità nordica di Lagerkvist il male è inesorabile come il bene, se non di più. Erode non cambia e la sua decisione è ancora di morte, verso la donna che crede traditrice e che in fondo ancora ama e poi verso tutti i bambini innocenti del suo regno. L’amore umano non basta a trasformare l’uomo. Ed Erode finisce i suoi giorni solo, abbandonato da tutti, nel suo maestoso palazzo, freddo e vuoto. “Tese le braccia davanti a sé nelle tenebre e ancora una volta, un’ultima volta, gridò il nome dell’amata: Mariamne! Mariamne!”. Tuttavia la disperazione di Erode non è l’ultima parola. Una stella, quella che ricordiamo oggi, appare nel cielo della Giudea. Prima di morire, Erode fa in tempo a vedere i tre saggi venuti dall’oriente. Il romanzo si chiude mentre si apre una storia nuova, che è la nostra, oggi.

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