STORIA/ Quei comunisti italiani che morirono nel Gulag a causa degli “amici”

80 anni fa, mentre in Italia il fascismo stava promulgando le leggi razziali, in Urss si era nel pieno del Grande terrore. Horribilis annus, quel 1938

01.11.2018 - Pierluigi Castagneto
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LaPresse

Ottant’anni fa, mentre in Italia il fascismo stava promulgando tutta quella serie di provvedimenti legislativi,  definiti nel loro insieme come leggi razziali e alla conferenza di Monaco Mussolini e Hitler mettevano sotto scacco Francia e Inghilterra, in Urss si era nel pieno del Grande terrore. Horribilis annus, quel 1938, per i russi e per la civiltà europea, ma che oggi sembra quasi dimenticato. Quasi nessuno si occupa o scrive del dramma di quei milioni di uomini e donne che vennero falcidiati nei Gulag comunisti. Poche le trasmissioni televisive, limitati i testi giornalistici, quasi inesistenti mostre ed eventi culturali.

Sembra invece più viva la memoria delle leggi razziali, quasi a dire che la riflessione sui totalitarismi in Italia vada focalizzata solo ed esclusivamente sulla barbarie fascista. Ciò non toglie come sia importante la testimonianza della senatrice a vita Liliana Segre, per raggiungere un numero sempre maggiore di studenti italiani, per raccontare l’inferno di Auschwitz.

Ascoltare una delle ultime testimoni italiane della shoah è molto rilevante e veramente formativo per gli studenti ormai immemori di oggi, tuttavia è anche vero che non si può chiedere (e loro non lo farebbero) agli ebrei italiani di parlare dei drammi altrui, di ciò che non li ha coinvolti direttamente.

Sulla stessa linea gli Istituti Storici per la Resistenza, i quali mal digeriscono di parlare dei Gulag, forse perché nipoti di quella tradizione comunista che ha optato per il silenzio sino alle soglie del Duemila, ma anche perché sempre schiacciati sulla militanza antifascista. Eppure molti deportati italiani nel grande nord siberiano erano persone che emigrarono nella nazione dei contadini e degli operai per sfuggire al fascismo e loro malgrado, con il consenso dei burocrati del Comintern e del Pci, finirono sotto le grinfie degli apparati di sicurezza dell’Nkvd.

Un eccellente libro, già noto, uscito nel 2006, di Elena Dundovich e Francesca Gori per Laterza titolato Italiani nei lager di Stalin, documenta in modo preciso la sorte di molti italiani giunti in Unione Sovietica per scappare dagli apparati repressivi fascisti. Erano prevalentemente comunisti, ma anche anarchici e socialisti italiani che iscritti al partito comunista bolscevico, frequentarono le scuole leniniste e lavorarono nelle fabbriche sovietiche. Le autrici ne hanno individuati oltre un migliaio, i quali furono internati o morirono tra le Isole Solovky, il Kazakistan, la Siberia e la Kolyma, su una comunità italiana che in Urss attorno al 1935 non superava le 4mila unità. Il silenzio di oggi è una buona occasione mancata per celebrare quegli uomini e quelle donne, che videro infranti i loro sogni di libertà e di giustizia e che invece perirono di stenti e di fame.

Il sistema sovietico tuttavia fu concepito come dittatura del proletariato e sin dai primi mesi del 1918 Lenin organizzo un sistema repressivo nei confronti dei suoi oppositori politici, a cominciare dai sostenitori della causa dei Romanov, i “bianchi”, ma anche di quelle frange politiche in disaccordo con i bolscevichi, come menscevichi e socialisti rivoluzionari. Poi vennero i kulaki, i trockijsti e tutti quelli non in linea con il potere sovietico. Chi farà memoria dunque di quella innumerata moltitudine di oppressi che per mille ragioni in quei terribili anni del socialismo realizzato, furono incarcerati perché accusati di essere antisovietici e nemici del popolo e vennero etichettati in base ai vari commi dell’articolo 58 del codice penale come sabotatori, spie, banditi e cospiratori di ogni genere? Tra questi, anche molti contingenti nazionali subirono vaste epurazioni, tra cui gli italiani, a partire dal 1941, quando il regio esercito partecipò all’invasione dell’Urss con l’operazione Barbarossa.

Il “Grande terrore” e stato solo un episodio della deriva totalitaria sovietica.  I dati però mettono in evidenza l’estrema violenza  con cui fu attuato. Tra il 1937 e il 1938 vennero arrestati un milione e 600mila persone di cui 680mila fucilati. Avviato il 30 luglio 1937, quando il Politburo approvò l’ordine operativo del Commissario del popolo per gli affari interni n. 00447, si attenuò con la morte di Ezov alla fine del 1938 (anch’egli arrestato, processato da una troika e fucilato), capo del Commissariato del popolo per gli affari interni, ma continuò a falcidiare uomini negli anni seguenti. Furono preparate centinaia di liste di epurazione e istituite centinaia di troike che avevano il compito, in base agli elenchi, di emettere le sentenze: o di morte immediata o di lavori forzati nei lager. Secondo Oleg Chlevnjuk, storico presso l’Alta scuola di economia di Mosca, lo stesso Stalin si occupava delle liste e dei processi e nel suo archivio privato sono state trovate innumerevoli annotazioni in cui si formulavano indicazioni operative ai vari organi di sicurezza e allo stesso Ezov.

Solzenicyn (Arcipelago Gulag), Salamov (I racconti di Kolima) e Grossman (Vita e destino) ritengono che i lager nazisti e i gulag sovietici fossero la stessa cosa, si basassero sullo stesso principio: discriminare i buoni dai cattivi e sterminare questi ultimi. Una bestemmia per i difensori della causa antifascista e per molta intellighenzia ebraica. Eppure il motto “il lavoro rende liberi” che troneggia ancora all’entrata di Auschwitz, non è moto dissimile dalla frase di Stalin che ammoniva gli Zec (i prigionieri politici) scritta sulle pareti dei campi di concentramento secondo cui “Il lavoro è una questione di gloria, onore, valore ed eroismo”. Ma per Dugaev, personaggio di uno dei racconti della Kolima, non si trattava di eroismo, perché aver fatto solo il 25 per cento della quota giornaliera di lavoro sembrava un cifra molto elevata; non così per i sorveglianti. Ormai infatti “i suoi muscoli erano intorpiditi, le braccia le spalle e la testa gli facevano male, per lo sforzo della carriola. Era ormai molto che non provava più fame. Mangiava soltanto perché vedeva gli altri mangiare” (…) Una notte lo vennero nuovamente a prendere i soldati e lo condussero lungo uno stretto sentiero nel bel mezzo della foresta, fino a un’alta palizzata circondata da fil di ferro spinato, che chiudeva l’apertura di una piccola gola da cui i dormienti sentivano provenire, a volte, un rumore di trattori nella notte. E Dugaev, quando si rese conto di cosa si trattava, rimpianse di aver lavorato, di aver tanto sofferto per niente anche quel giorno, quel suo ultimo giorno”.

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