LETTURE/ “Sognavamo cavalli selvaggi”, il ’68 (quello vero) tra amore e rivoluzione

“Sognavamo cavalli selvaggi” di Luca Visentini (2018) è un romanzo di politica, amore e ideale. La Milano dal 1968 al 1977 vissuta da un giovane della nuova sinistra

14.11.2018 - Maurice Bignami
Scontri tra manifestanti e polizia negli anni Settanta (foto dal web)

Sognavamo cavalli selvaggi di Luca Visentini è un bel romanzo. Sul Sessantotto e dintorni, è forse l’unico che consiglierei. Ai grandi, vale a dire a quelli che lo hanno vissuto. Ai piccini, cioè a quelle generazioni che non c’erano. Ai ragazzi di oggi, insomma. E d’ora in poi, quando mi chiameranno da qualche parte per raccontare quegli anni, è ciò che probabilmente farò. Fino ad oggi ho sempre dovuto rinunciare ad ogni suggerimento. In fatto di produzione artistica, i protagonisti dell’immaginosa contestazione sessantottina non hanno lasciato un granché ai posteri. Specialmente in campo narrativo. In generale, poi, il prodotto più emblematico rimane sempre il paio di natiche fotografato nel ’73 da Oliviero Toscani. Quello con su stampigliato lo slogan Chi mi ama mi segua. Da “vietato vietare” al reparto marketing.

D’altra parte, come dice il noto proverbio: “Se ti ricordi gli anni Settanta vuol dire che probabilmente non c’eri”. Quelli che invece c’erano hanno di solito perso la memoria. Sono rimasti i finti ricordi in salsa ideologica (per i compagni di ogni sponda) e i comportamenti reattivi (per la truppa dei comprimari). Perché il Padre morisse e con esso ogni Legge e Comandamento, la generazione del Sessantotto è stata infatti la prima che ha rinunciato a trasmettere qualcosa a quelle successive. Abiurando le regole del gioco, ha perso il gusto del confronto e della mediazione. Passando la mano, ha rimosso il vero e abdicato al giudizio. Quel periodo si è poi rivelato un momento di passaggio in cui sono venuti meno alcuni schemi di relazione sociale assodati (specialmente quelli in auge tra le generazioni e i sessi), ma i nuovi modelli, funzionali allo sviluppo postmoderno, erano già in formazione e il Sessantotto si è limitato a sintetizzarli e ad accelerarne il successo. Dopo di che, sono state elaborate un paio di narrazioni (una pro e l’altra contro), che tutti hanno assimilato e ora sembrano più autentiche di quelle vere.

Da bravo scalatore, per dire la sua Visentini non ha scelto la via più facile e ha optato per la forma forse più rischiosa di romanzo. Peggio c’è solo quella epistolare (che Visentini, temerario, ha qui utilizzato un paio di volte con efficacia). Ha messo insieme centoun racconti brevi, brevissimi. Sembra facile, mi direte. È infatti l’ideona che viene in mente a tutti gli scrittori in erba, quando non sanno ancora maneggiare una trama complessa. Però, metterla in pratica è difficile come cucinare un uovo al tegamino. Sembra una stupidaggine, ma è la vera prova del cuoco. Sbriciolare in cento pezzi l’esposizione senza ripetersi e annoiare, ma incitando continuamente il lettore a girare pagina per sapere come va a finire, è da maestri. Confesso di aver saltato qualche frase solo in quelle parti in cui l’autore si lascia prendere dall’amore per la montagna. Sono nato a Parigi, dove il posto più alto è Montmartre e ci si sale passando da un bistrot all’altro, e va detto comunque che Visentini non ti suggerisce mai d’infilare il piede in quella “rientranza a forma di vertebra di moffetta”.

I personaggi, poi, hanno consistenza e vita propria. Non sono pupazzi. Li vedi vivere e hanno perciò una straordinaria capacità generativa. Li guardi e loro ti rimettono al mondo gente a cui non pensavi da cinquant’anni. Così, a modo suo, Visentini compie alcuni piccoli miracoli: ridà la voce ai muti, la vista ai ciechi e qualche ricordo originale agli smemorati. Sognavamo cavalli selvaggi, però, non è un “amarcord”. Anzi, leggendo tra le righe – dietro la stringente melanconia che ti acchiappa spesso alla gola, sotto qualche ripetuta affermazione che testimonia sinceramente l’epoca e i suoi luoghi comuni – c’è un giudizio. Meglio ancora, c’è una piattaforma su cui il lettore (che ci fosse o non ci fosse ancora) può farsi un’opinione. E non è poco.

Infine, c’è Elisabetta. Sarà che ha il nome di un personaggio (che è più di un personaggio) di un mio romanzo, ma la ragazza mi ha un po’ stregato. Mi sembra anche di averla conosciuta, da qualche parte. Di certo, non in montagna. Forse al mare. In ogni modo, a quel tempo, con una scusa, avrei chiesto a Visentini il suo numero di telefono e ci avrei provato. È il Sessantotto, baby!

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