STORIA/ La grande lezione di Barbero a una destra senza cultura e senza futuro

Il 20 novembre scorso Alessandro Barbero e Simona Colarizi hanno tenuto una lezione nell’aula della Camera, in occasione del suo centenario

24.11.2018 - Alberto Leoni
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LaPresse

Il 20 novembre 1918 veniva inaugurata la nuova aula della Camera dei deputati in coincidenza con le celebrazioni della vittoria nella prima guerra mondiale. Per questo motivo, il 20 novembre scorso, si è tenuta una cerimonia commemorativa alla quale hanno preso parte, in veste di relatori, gli storici Alessandro Barbero e Simona Colarizi. Si prospettava una giornata noiosetta e invece, provvidenzialmente, il gruppo parlamentare di “Fratelli d’Italia” ha provveduto a ravvivare l’ambiente con proteste veementi sparando dichiarazioni a palle incatenate che è giusto riportare dalla fonte più autentica: Il Secolo d’Italia. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli ha dichiarato come sia stato vergognoso “guastare il Centenario della prima seduta presso la nuova aula di Montecitorio con l’orribile mortificazione della vittoria italiana nella Prima guerra mondiale” proseguendo: “L’anti-italiano presidente della Camera Roberto Fico — ha accusato Rampelli — ha vanificato sostanzialmente, con la maldestra cerimonia di questa mattina, il sacrificio di 600mila soldati caduti per la libertà e l’indipendenza dell’Italia dalle potenze straniere e quello di milioni di persone coinvolte in trincea e delle loro rispettive famiglie”. “Libertà — ha proseguito Rampelli — di cui lui e l’improbabile prof. Alessandro Barbero, presunto storico nostalgico della dominazione asburgica, sono oggi beneficiari. Un’Aula disadorna e dimessa è stata costretta con la violenza a una lettura critica della vittoria e poi accompagnata nelle mille stagioni che hanno diviso il popolo italiano invece di celebrarne il momento più bello, più alto, più unificante. Perché c’è un tempo (sic!) per fare seminari e contraddittori e un tempo per festeggiare e sentirsi orgogliosi della propria storia”. Rampelli ha concluso parlando di “lercia manifestazione di propaganda anti-italiana”.

Il capogruppo FdI alla Camera, Francesco Lollobrigida, su Facebook ha spiegato: “Mi sono ritrovato ad ascoltare interventi faziosi che sottolineavano solo le lacerazioni del nostro Popolo, rendendo marginali le ragioni profonde e i valori che ci tengono insieme. Ho lasciato la Sala e sono andato a fare qualcosa di più utile rispetto a una commemorazione che solo un presidente come l’antipatriottico Fico poteva metter su. Passerà anche questa deprecabile stagione e torneremo a vantarci di essere Italiani!”.

Orbene, chi legge queste pagine sa bene come più volte il “fascismo degli antifascisti” sia stato stigmatizzato. Di fronte a tanta virulenza, tuttavia, sorge il sospetto che il prof. Barbero, così brillante e onnisciente, abbia clamorosamente toppato. La relazione della prof. Colarizi non rientra tra i discorsi più memorabili uditi nell’aula. Un discorso a braccio, espresso con tono un po’ cantilenante, inanellando banalità e almeno due affermazioni imbarazzanti. La prima, esito di un’argomentazione un po’ confusa, è far intendere che il boom economico sia iniziato con i governi di centrosinistra a partire dal 1960, mentre è noto che lo sviluppo è del decennio precedente; la seconda, molto più grave perché più esplicita, è far coincidere la fine della Prima Repubblica con “il crollo dei due partiti maggiori” e cioè la Democrazia cristiana e il Partito comunista. Non so dove abbia soggiornato la prof. Colarizi negli anni Novanta: a crollare fu il pentapartito mentre il Pci, rimasto integro, si trasformò nel Pds, la “gioiosa macchina da guerra” che, in assenza di concorrenti, sembrava destinata a vincere le elezioni del 1994.

La relazione del prof. Barbero è stata, invece, stupefacente e commovente. Una lezione esaltante che non ha tralasciato nulla della Grande Guerra, la grandezza del popolo italiano e la miseria dei suoi capi. In 10 minuti scarsi Barbero ha toccato tutti i nervi scoperti del passato, ricordando la tradizione, il 4 novembre, il nonno reduce che lo portava a visitare le caserme, le perdite, i lutti, la prova superata e il legittimo orgoglio. Una relazione scritta non si trova ma la ripresa della seduta è visibile qui.

Viene allora da chiedere a questi post-fascisti che discorso abbiano sentito e, soprattutto, cosa abbiano capito, perché qui è il vero problema. Da una parte abbiamo un personaggio come Barbero, appassionato e trascinante che cerca di fare sintesi della tante contraddizioni della storia; dall’altra una visione piatta, unilaterale e, diciamolo pure, totalitaria della storia che non ammette complessità o sfumature. Politici come Rampelli non capiranno mai che tanti partigiani antifascisti avevano combattuto contro i comunisti in Spagna. Se Barbero cita loro Prezzolini, interventista e capitano degli arditi che preferiva Caporetto a Vittorio Veneto perché in quella sconfitta è stata la rinascita dell’Italia, essi, i post-fascisti che non riescono a staccarsi da antichi stilemi, colgono la frase come svilente la Vittoria. Quello che definiscono come “l’improbabile prof. Alessandro Barbero, presunto storico” assomigliava in quel momento a Miguel de Unamuno, anticomunista che polemizzò nel parlamento spagnolo contro il generale falangista José MillánAstray e il suo “Viva la muerte”.

La nuova destra che non riesce a emanciparsi dalla vecchia non ha mai compreso che Caporetto e la prima battaglia sul Piave sono la vera gloria della storia italiana e che gli storici inglesi parlano di quella nostra sconfitta come della Dunkerque italiana. Il discorso di Barbero ispira malinconia solo per essere stato rivolto alla Camera dei deputati col più basso livello culturale della sua lunga storia e per aver avuto, straniero in patria, accenti degni di Winston Churchill che, dopo Dunkerque, ammetteva la sconfitta ma guardava incrollabile al futuro e alla vittoria.

E’ comprensibile, quindi che “Fratelli d’Italia” trovi questo storico “anglo- piemontese” stonato rispetto alla tonitruante retorica mussoliniana. Ma questo è un paese libero, per ora, e ad ognuno i propri maestri: purché si continui a cercare di pensare e far affluire il sangue ai neuroni anziché ai visceri o peggio.  Come diceva Gaber: “E pensare che c’era il pensiero”.