LETTURE/ Brazzà, quel filo antico (e rosso sangue) fra le colline friulane e il Congo

Un filo sottile rosso sangue unisce Brazzaville, capitale del Congo francese, con la residenza Brazzà, tra le colline friulane in provincia di Udine

25.11.2018 - Anna Cavalloni
In Congo (LaPresse)

C’è un filo sottile, teso da un patto di sangue, che unisce Brazzaville, la capitale del Congo francese, con la residenza Brazzà, sperduta tra le colline friulane in provincia di Udine, che oggi ospita un curioso museo, una villa e il castello di famiglia. Il museo si chiama Spazio Brazzà, il filo risponde al nome di Pietro Savorgnan di Brazzà e il patto è quello che lui fece con il Makoko (sovranità spirituale e temporale), re della tribù dei Teke, in Africa nel lontano 1880, e che mise le basi per la creazione della colonia francese in Congo.

La sua figura, al servizio di Napoleone III, si contrappone a quella molto più nota di Henry Morton Stanley, al soldo di Leopoldo II re del Belgio. In quegli anni i due insistono sulle due rive opposte dello stesso fiume: il Congo, ma mentre Stanley avanza nel cuore dell’Africa nera armato fino ai denti e conquistando il territorio metro per metro, fiaccando i suoi schiavi e seminando il terrore, Pietro Savorgnan fa la parte dell’ufficiale dall’animo nobile, lotta per abolire la schiavitù, crede fermamente che la colonizzazione sia un bene per l’Africa e avanza senza sparare un colpo, armato solo della sua sete di conoscenza e della convinzione che solo con il dialogo si può costruire un futuro migliore per il popolo africano.

Ci sono due fotografie famose che caratterizzano le due personalità: Stanley in tenuta da esploratore imbraccia un fucile, ha uno sguardo duro e risoluto da combattente, dietro di lui, con lo sguardo a terra, sottomesso, un bambino africano seminudo, probabilmente si tratta di Kalulu, un regalo personale offerto all’esploratore da dei mercanti di schiavi arabi.

Pietro Savorgnan di Brazzà si fa ritrarre scalzo, con un bastone da cammino e abiti “etnici”, sembra un profeta: nessuna aggressività, nessun messaggio di conquista. Entrambe le foto sono scattate da Felix Nadar, fotografo parigino a quel tempo molto di moda perché nel 1874 aveva ospitato nel suo studio la prima collettiva dei pittori impressionisti suscitando grande scandalo. Questo fa capire bene l’attenzione e la curiosità con cui il pubblico seguiva le gesta dei due esploratori.

Ma non è solo questo. Il primo, il cui vero nome era John Rowlands, nasce in Inghilterra, abbandonato dalla madre cresce in orfanotrofio dal quale fugge all’età di 15 anni, si imbarca da clandestino per l’America e viene adottato da un uomo gentile di nome Henry Morton Stanley, alla morte del quale egli prenderà il suo nome. Passerà la vita a farsi spazio nel mondo e ad affermare se stesso, soprattutto nei confronti degli inglesi, che non gli perdonano il cambio di nazionalità, tanto che anche quando troverà Livingston non gli crederanno finché non fornirà prove certe. A questa vita si deve la sua determinazione e la sua sete di notorietà, che lo porteranno a penetrare con forza il continente africano e a cambiare gli equilibri della storia.

Pietro Savorgnan di Brazzà è un nobile, sogna sui libri di viaggio della sconfinata libreria del nonno, è colto e vive nel lusso. Per andare per mare anche lui cambia cittadinanza e diventa ufficiale della Marina francese, forse affascinato dagli ideali di fraternità, libertà e uguaglianza. La sua famiglia finanzia in larga parte le spedizioni nel continente africano animate dalla sete di conquista della Francia. Un po’ dandy e un po’ romantico, viaggiava con un baule-letto disegnato da lui stesso e realizzato da Louis Vuitton. La storia ci restituisce una figura gentile e in parte ingenua. Non la pensa così Stanley che quando lo incontra nel 1882 a Parigi lo definisce “un genio diplomatico con un amore per l’annessione degno di Pizzarro”. Comunque anche lui, come Stanley, verrà usato dal proprio paese, accecato dall’avidità coloniale, e poi messo da parte.

Dopo la Conferenza di Berlino (1885), dove si opera la spartizione dell’Africa da parte dell’Occidente, quel territorio del Congo, che il re Makoko, fidandosi della parola di Brazzà, aveva messo sotto la protezione della bandiera francese, viene invaso dalle compagnie concessionarie per lo sfruttamento, soprattutto di caucciù e avorio, che agirono con brutalità sempre maggiore nei confronti degli indigeni.

Il resto della storia dell’esploratore gentile Pietro Brazzà è leggenda e miseria. Miseria perché quando in Francia arrivarono i racconti delle atrocità sugli indigeni operate dai coloni e l’opinione pubblica insorse, il governo identificò in Brazzà l’unica figura credibile e lo spedì in Africa per verificare la situazione, non prima però di aver avvertito i coloni in modo che avessero il tempo di nascondere le prove e depistare l’esploratore.

Leggenda perché si racconta che il popolo Teke, non potendo denunciare apertamente le efferatezze dei coloni, si esibì in una danza di benvenuto a Pietro durante la quale lo stregone riuscì a segnalare, a passi di danza, il luogo dove si trovavano i campi di detenzione e tortura degli indigeni, permettendo così a Brazzà di scoprire la verità e stendere un’accurata relazione che, prima di partire, nasconderà nel doppio fondo del suo baule firmato Vuitton. Pietro, però, non arriverà mai in Francia, morirà durante il viaggio. Qualcuno dice che fu avvelenato; di certo la relazione, se fu trovata, non fu mai resa pubblica. Ancora oggi Pietro Brazzà è venerato dal popolo dei Teke che lo considera il proprio avo bianco e, nonostante tutto, non ha mai smesso di credere in lui.

L’ultima parte di questa vicenda però è di nuovo solo miseria. Nel 2006 a Brazzaville venne inaugurato un mausoleo in suo onore in realtà per siglare, attraverso una figura/ponte simbolo di un “colonialismo buono”, un’amicizia corrotta tra il presidente Denis Sassou N’Guesso e la Francia che qualche anno prima aveva appoggiato il suo ritorno al potere.

N’Guesso, di etnia Mbochi, è da sempre in conflitto con la tribù dei Teke che non lo riconosce come capo, tanto che, al suo ritorno al potere nel 1998, dopo aver ordinato l’ennesimo massacro dimenticato (circa 50mila morti), tentò di appropriarsi della figura di Pietro. In un tentativo animista-feticista di strappare al re Makoko i poteri del loro avo, fece profanare la tomba di Brazzà ad Algeri e si appropriò di alcune sue ossa. Inoltre, per il giorno dell’inaugurazione del mausoleo, aveva disposto che il vero Makoko fosse confinato nel suo villaggio e sostituito con un Makoko fantoccio. Solo con il suo fermo intervento la famiglia Brazzà otterrà la presenza del vero Makoko alla cerimonia di inaugurazione di quello che oggi in molti chiamano ancora il Mausoleo della Vergogna.

Il Museo Spazio Brazzà si trova in località Moruzzo in provincia di Udine. E’ un piccolo museo privato gestito da Corrado Pirzio Biroli, discendente di Pietro Brazzà ed è aperto la prima domenica di ogni mese (è meglio comunque telefonare). Più che un museo è un luogo curioso dove sono raccolti oggetti, fotografie, documenti e scritti vari che riguardano Pietro, la sua straordinaria famiglia e il forte legame con quel pezzo d’Africa e di storia troppo spesso dimenticata.