Papiro di Artemidoro? Un falso/ Pagato 3 milioni di euro nel 2004, ma l’inchiesta di Spataro svela…

- Matteo Fantozzi

Il Papiro di Artemidoro è un falso, a dichiararlo è stata l’inchiesta di Spataro che ha tolto di torno qualsiasi dubbio.

papiro 2018 pixabay
Papiro di Artemidoro? Un falso

Il Papiro di Artemidoro è un falso, a dichiararlo è stata l’inchiesta di Spataro che ha tolto di torno qualsiasi dubbio. Gli accertamenti disposti dal Ministero dei Beni culturali hanno testimoniato come i disegni siano di un’epoca successiva al I secolo a.C., molto probabilmente si parla di un falso dell’ottocento da attribuire a Costantino Simonidis. Si è lavorato sugli inchiostri utilizzati per provare a tracciare la pergamena che per moltissimo tempo è stata considerata un documento dal valore storico inestimabile. Questo fu comprato nel 2004 dalla Compagnia di San Paolo per una cifra attorno ai tre milioni di euro. Fu un’enorme truffa messa in piedi da Serop Simonian, mercante d’arte di origine armena nato in Egitto e residente in Germania. Questa si sarebbe consumata grazie alla ”leggerezza” degli interlocutori tra cui abbiamo trovato amministratori, politici e studiosi degli enti culturali. Ad acquistarlo fu la Fondazione per l’arte della Compagnia di San Paolo che lo valutò come autentico per esporlo al Museo Egizio.

Papiro di Artemidoro? Un falso. Lo studio di Armando Spataro

Sul Papiro di Artemidoro ha lavorato Armando Spataro, il procuratore di Torino. Questi ha reso ufficiale l’esito dell’indagine proprio pochi giorni prima di lasciare la magistratura per andare in pensione. Il procedimento è stato uno dei più cari proprio a Spataro che l’aveva avviato al suo insediamento nonostante già all’epoca i fatti fossero prescritti. Il valore della verità storico-culturale sul papiro e la sua autenticità però sono ben di diverso peso rispetto a un reato o a una possibile condanna. Tra i punti forti dell’indagine risulta esserci un documento allegato all’acquisto del papiro di Artemidoro. Possiamo leggere come nel 2004 il delegato del governo federale per l’Istruzione e la comunicazione di Bonn evidenziava la non necessità di sottoporre alcuna autorizzazione per l’esportazione dello stesso in quanto non appartenente ai beni artistici di valore per la storia tedesca. Un indizio che ha fatto sobbalzare l’attenzione degli inquirenti per cercare di capire qualcosa in più proprio di quel reperto che si considerava tanto prezioso.



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