LETTURE/ “Tempo”, quando le parole e gli uomini aspirano all’eternità

In italiano la parola tempo racchiude una molteplicità di valori. Un breve “sentiero” a ritroso nella storia di questo termine

12.12.2018 - Moreno Morani
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In italiano la parola tempo racchiude una quantità di valori, perché designa sia la dimensione temporale vera e propria sia la condizione atmosferica. Su questi valori fondamentali si sono inseriti anche altri significati più specifici: per esempio in musica si usa tempo per designare l’andamento più o meno veloce o lento di un brano. Altre lingue europee distinguono in modo più preciso i due significati principali, scorrere del tempo e situazione meteorologica, come l’inglese che ha time e weather o il tedesco che ha Zeit e Wetter. Per tempo come termine tecnico musicale si ha in genere la conservazione della parola italiana, secondo una prassi comune nella terminologia musicale.

Se seguiamo a ritroso la storia del termine italiano noteremo che il suo antecedente latino, tempus, era affiancato da un’altra parola, tempestas: questa però nel contesto latino era una parola ambigua, perché designava sia un termine preciso della durata temporale (un momento particolare) sia il tempo atmosferico, favorevole o sfavorevole. Successivamente tempestas si è nettamente specializzato a designare il tempo atmosferico sfavorevole, e nelle sue riprese romanze (come l’italiano tempesta) ha conservato solamente questo valore.

Di tempus non abbiamo un’etimologia certa, e se estendiamo lo sguardo anche ad altre lingue antiche noteremo che non esiste nel mondo indoeuropeo un termine comune per indicare il tempo, e la maggior parte dei termini usati non ha spiegazioni sicure: evidentemente un’indicazione che ecceda la singola precisa partizione di tempo (come l’ora del giorno o la stagione dell’anno) presuppone una capacità di astrazione che mancava agli uomini della più antica fase indoeuropea.

Molte parole usate nel significato di tempo sono prive di etimologia (come il greco chrónos) o si rifanno a idee cicliche, come il russo vremja (collegato con la radice che appare nel latino vertere “voltare, girare attorno”: dunque l’idea del ricorrere del ciclo stagionale) o il tedesco Zeit (collegato al ciclo delle maree, come si evince dal termine inglese corrispondente tide “marea”).

Una designazione  molto precisa e articolata del tempo si trova nel greco antico, dove i termini utilizzati sono tre: chrónos, il tempo come dimensione, kairós, un momento preciso nello scorrere del tempo, un punto nodale (a questo preciso significato si arriva partendo dal termine presumibilmente corradicale kaîros “nodo”) e aiṓn. Quest’ultimo è il termine più interessante: in origine designa la durata della vita umana, o, meglio ancora, la vitalità e l’energia che ci rendono vivi. La parola è poi assunta e fatta propria dal lessico filosofico, che le dà un contenuto astratto, quello di un tempo indeterminato, senza fine: un perpetuarsi che diventa un’eternità viva e pulsante, in grazia del significato originario della parola. Aiṓn proviene da aiwṓn, termine che ha una corrispondenza perfetta nel latino aevum, la durata dell’esistenza umana: da aevum il latino ha formato, con un procedimento che segue l’evoluzione semantica del termine greco, l’aggettivo aeternus (da aeviternus) e l’astratto aeternitas “eternità”.

Nel linguaggio della Chiesa il kairós per eccellenza è il momento della nascita di Cristo, evento col quale trova compimento l’attesa degli Ebrei e il desiderio dei pagani. Con la venuta di Cristo si realizza la pienezza dei tempi, o, con parola greca, il plḗrōma.

Anche aiṓn è termine del linguaggio cristiano (e non solo: gli gnostici se ne sono appropriati e l’hanno usato per designare gli eoni, entità varie emanazione del Dio supremo). Aiṓn è la parola che si usa nella formula liturgica che in latino suona per omnia saecula saeculorum “per tutti i secoli dei secoli”. La traduzione latina ha scelto una designazione di tempo molto lunga, ma con un riferimento a un’unità di misura definita (il secolo), tale da poter essere sottoposta a un calcolo temporale e numerico. L’originale greco, col suo carattere indeterminato, ci mette di fronte in modo più diretto e immediato all’infinita eternità di Dio.

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