LETTURE/ Il Natale di Saba e Quasimodo, domande laiche che toccano la fede

“Notte fredda e stellata di Natale,/ sai tu dirmi la fonte onde zampilla/ improvvisa la mia speranza buona?”. I versi di Saba sono una eco nel cuore di cui cercar l’origine

24.12.2018 - Gianfranco Lauretano
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Andrea Appiani, Natività per la Collegiata di Santa Maria ad Arona (1782)

Come ben sa chi come me insegna, durante il periodo natalizio si cercano, soprattutto nelle scuole primarie o dell’infanzia, le poesie sul Natale, da imparare o recitare insieme. Ce n’è di molti tipi, ma in realtà la qualità è scarsa: quanti colleghi, sapendo che scrivo, mi chiedono se per caso non ne abbia una mia! Potrei farne un business… Come al solito, i testi migliori sono quelli dei classici, a cui sarebbe meglio fare sempre riferimento: da altri autori, tipo Rodari, che edulcorano il Natale, preferisco tenermi lontano. Tra i classici c’è una splendida poesia di Pasternak, che ha però l’inconveniente di traduzioni non sempre attendibili. Dei nostri autori, giustamente celebri sono quelle di Saba e Quasimodo, mentre la poesia “Natale” di Ungaretti, anche se più conosciuta, non è adatta alla festa, perché vi si parla della stanchezza umana di un soldato che vuole essere lasciato in pace, almeno a Natale, dagli orrori della guerra.

Saba è quello che mi sorprende di più: occorre infatti ricordare che il poeta triestino era di origine ebraica e che nel dopoguerra maledì gli italiani per aver mandato al governo la Democrazia cristiana, cioè i preti e i cattolici, come diceva. Eppure il suo testo è connotato da una fede così trasparente e vera da essere un miracolo di semplicità:

Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

Questa poesia fa il paio con un altro testo sabiano meno noto, forse giovanile, in cui dice:

Notte fredda e stellata di Natale,
sai tu dirmi la fonte onde zampilla
improvvisa la mia speranza buona?
È forse il sogno di Gesù che brilla
nell’animo dolente ed immortale.

Mentre Saba pone l’accento sulla bontà, che ritiene portata nel mondo da Gesù, Quasimodo pone l’accento sulla pace:

Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Sappiamo che la seconda fase del poeta siciliano, quella cosiddetta neorealista, è contrassegnata da temi legati alla storia, alla sofferenza del mondo, a partire da quanto l’autore aveva visto e vissuto nella Milano devastata dalla seconda guerra mondiale. Come nella famosa “Alle fronde dei salici”, anche qui Quasimodo vive la sofferenza dell’uomo moderno con lo sguardo rivolto ai testi della fede, a cui fa riferimento.

Dunque bontà a pace. A ben vedere i sentimenti dominanti che l’idea stessa del Natale innesca in tutti noi sono quelli indicati da alcuni dei nostri grandi poeti, perfino se laici o di estrazione religiosa non cristiana. A questo proposito si potrebbero affiancare loro i nomi di Pascoli o Gozzano. La pace e la bontà, per i capisaldi della nostra letteratura, sono un portato della venuta di Cristo. Sarà vero? Avranno ragione i poeti?

Niente di più facile da verificare. Noi viviamo in un’epoca in cui, non solo in Italia, il significato originale del Natale, cioè la nascita di Gesù, viene sradicato, cancellato, occultato costantemente. Ci sono così tanti esempi sotto gli occhi di tutti che è inutile farne. Uno per tutti: i presepi ormai tolti dalla maggioranza delle scuole. Ebbene, la conseguenza è esattamente la scomparsa di pace e bontà. La pace resiste nei discorsi perché è un valore laico col quale si può parlare del Natale senza parlare del Nascituro: ma quanto a pace vissuta, senza bisogno di attingere alle guerre, al terrorismo eccetera, siamo ben lontani dall’averla. Abbiamo invece una vasta guerriglia sociale, pazienti che accoltellano col cacciavite i medici, aumento impressionante di querele e denunce per futili motivi, coi tribunali intasati da milioni di procedimenti bloccati, teppismo insensato e diffuso, sedie scagliate sugli insegnanti, bullismo fin dalla tenera età… sì, perché la bontà, l’altro valore spiccatamente natalizio, non la si insegna più neanche ai bambini. Per la maggior parte dei genitori, anzi, che i figli siano buoni implica che siano tonti e remissivi (bisognerebbe usare una parola maleducata), idioti nel senso dostoevskjano, cioè buoni perché incapaci di reagire ai cattivi. E così abbiamo bambini sfacciati, maleducati, presuntuosi e bulli in numero crescente, certo il contrario di quel buon Gesù Bambino il quale, se avesse come genitori quelli di oggi, avrebbe visto denunciare l’ufficio del turismo di Betlemme e il reparto di ostetricia del locale ospedale perché non si trovava un posto per loro.

Così, avendo fatto uscire di scena Gesù Bambino, abbiamo reso la bontà una tontaggine e la pace un’ipocrisia. Tra un po’ cancelleremo anche quelle splendide poesie che le rivivevano e ammettevano tranquillamente la loro origine cristiana perfino quando l’autore proveniva da concezioni diverse. Rimarremo con le filastrocche sui lumini, i regalini, i sentimentini, con l’atmosfera luccicante e mangereccia delle città dello shopping, con le canzoni americane di Santa Claus, pure lui lontanissimo dal santo da cui proviene, con questo ballo insensato e disperato che sta diventando il nostro Natale e la nostra vita, da cui bontà e pace sono bandite come valori antiquati e inopportuni, ed è quanto mai attuale la domanda del poeta: “Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino/che morirà poi in croce…?”.

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