LETTURE/ Frye e la Bibbia, ecco perché “il grande codice” non smette di parlare all’uomo

Da Dante a Shakespeare fino a Pasolini, la grande letteratura ha sempre attinto alla Bibbia. Northrop Frye spiega “il grande codice”

27.12.2018 - Massimiliano Mandorlo
caravaggio_conversione_sanpaolo_1601
Caravaggio, Conversione di San Paolo, particolare (1601)

Da Dante a Shakespeare e Milton, attraverso i maudits fino a Eliot, Pascoli, Rebora, Montale, Ungaretti e Luzi (o parallelamente, nella prosa, da Manzoni e Melville fino a Primo Levi e Pasolini, solo per citarne alcuni) la grande letteratura ha attinto da quell’immensa opera-mondo che è la Bibbia, dal suo “grande codice”. È questa infatti la fortunata espressione di Blake recuperata dal critico canadese Northrop Frye nel suo The Great Code: The Bible and Literature. L’opera di Frye, tradotta da Rizzoni e pubblicata nel 1986 per Einaudi, vede ora la luce nella collana “Cultura e storia” di Vita e Pensiero, arricchita dalla preziosa introduzione critica di Boitani, utile a orientare il lettore nella comprensione di un lavoro così complesso e multiforme: “Ogni pagina de Il grande codice contiene almeno un paragrafo illuminante o sorprendente in una congerie complessa che richiede al lettore calma e riflessione […] All’interno di ciascuna cruciale sezione, infatti, Frye distribuisce a piene mani la propria conoscenza e le proprie riflessioni, disegnando l’arco grandioso della Scrittura cristiana” (pp. xviii, xx).

Tra i concetti fondamentali del pensiero di Frye, quello di imagery (lasciato volontariamente in inglese dal traduttore) costituisce il nucleo principale di quel variopinto mosaico che è il grande codice: “La Bibbia comincia all’inizio del tempo, con la creazione del mondo, termina con la fine del tempo, con l’Apocalisse, e fra questi estremi passa in rassegna la storia umana […] sotto i nomi simbolici di Adamo e Israele. Vi è anche un corpus di immagini concrete: città, montagna, fiume, giardino, albero, olio, fontana, pane, vino, sposa, pecora e molte altre che ricorrono così spesso da indicare chiaramente qualche tipo di principio unificante” (p. 5).

Tramite molteplici strati e livelli di senso ma in una totale continuità di significato, il lettore viene condotto a scoprire il vero cuore della Bibbia, la sua rivoluzionaria pretesa: quella di essere “non […] un libro che indica una presenza storica fuori di sé, ma identifica se stesso con questa presenza”. Assistiamo così a un capovolgimento finale di prospettiva: “Alla fine, anche il lettore è invitato a identificarsi con il libro” (p.167).

Frye non si limita alla ricognizione o all’esegesi approfondita dei vari elementi ma sembra piuttosto interessato alla “potenza creativa” e “immaginazione creativa” dei testi sacri, adottando nella sua indagine gli strumenti della critica letteraria, della filosofia, della linguistica e retorica. La Bibbia è infatti per Frye un’opera di smisurata potenza che oltrepassa, pur contenendoli, storia, mito e poesia in funzione del suo rivoluzionario kèrygma: “La Bibbia […] ha un mito storico che elude i criteri storici convenzionali: essa non è né uno specifico resoconto storico, né una visione puramente poetica, ma presenta la storia di Israele, passata e futura […] La Bibbia cristiana è un libro scritto che addita una presenza parlante nella storia, presenza identificata con il Cristo del Nuovo Testamento” (pp. 89, 102).

La struttura a dittico de Il grande codice (L’ordine delle parole e L’ordine dei tipi sono infatti le macro-sezioni in cui è articolato il volume) viene a comprendere gli argomenti fondamentali su cui si sviluppa il discorso, seguendo una suddivisione “a doppio specchio”: linguaggio, mito, metafora e tipologia. Partendo dalla “magia verbale” delle metafore (“non un ornamento accidentale del linguaggio biblico, ma uno dei modi di pensare dominanti”, p. 76) e attraversando il pensiero “tipologico” e le sue imageries fino a tornare al problema centrale del linguaggio, Frye ripercorre le grandi fasi della storia cristiana, dalla creazione all’Apocalisse. L’autore giunge così alla rivelazione di quel “finale assolutamente aperto” che attende l’uomo, reduce dalle cadute e dai travagli della storia e che lo eleva “a un nuovo inizio reso ora presente” (p. 167).

All’autore de Il grande codice interessa offrire al lettore e allo studioso non appena un’opera specialistica ma tentare di aprire nuovi campi di ricerca, porre nuove domande su quello smisurato tesoro di metafore, parabole, racconti e epifanie che è la Bibbia. Ormai un classico per chi voglia approfondire l’universo delle Sacre Scritture, l’opera di Frye sembra rispondere, rilanciando ulteriori interrogativi, a quella bruciante domanda posta da Luzi in Per il battesimo dei nostri frammenti: “C’era, sì, c’era – ma come ritrovarlo / quello spirito nella lingua / quel fuoco nella materia”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA