LETTURE/ Dal moderno all’eterno: l’avventura e le scoperte di Margherita Sarfatti

E’ appena uscito forse il miglior libro di quelli dedicati alla scrittrice veneziana. Appassionata e ostinata nel lanciare giovani talenti, da Boccioni a Sironi

04.12.2018 - Elena Pontiggia
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LaPresse

Lo firma una giovane ma già autorevole studiosa, Elisabetta Barisoni, e Viaggio alle fonti dell’arte: il moderno e l’eterno. Margherita Sarfatti 1919-1939 (Edizioni Zel, Treviso 2018) è uno dei migliori libri, forse il migliore in assoluto, tra i molti dedicati in questi ultimi tempi alla scrittrice veneziana. Fa piacere che gli studi su di lei proseguano, e senza più equivoci, dopo quelli pionieristici di Rossana Bossaglia. Io stessa avevo curato nel 1997 una mostra a Brescia che si intitolava “Da Boccioni a Sironi. Il mondo di Margherita Sarfatti”, e ricordo bene i timori dei pur coraggiosi organizzatori: non ci prenderanno per nostalgici del regime? Parlare bene di lei, non diciamo che fosse proibito, ma quasi.

Ma chi era Margherita Sarfatti? In realtà pochi la conoscono. E molti di quei pochi la ricordano solo per la lunga relazione, durata 18 anni, che la legò a Mussolini. Del resto (è solo un indizio, ma emblematico), a Milano, dove è stata una figura dominante del mondo culturale e artistico per quasi vent’anni, dal 1908-1909 al 1926, non esiste una via Sarfatti. O meglio ne esiste una, ma è dedicata a suo figlio Roberto, andato volontario in guerra e caduto a 17 anni sul Col d’Echele, nell’altopiano di Asiago.

Figura tragica e sventurata, quella di Roberto, che ben merita un ricordo, ma dato che nella Prima guerra mondiale sono morti oltre 600mila soldati, se non fosse stato figlio di tanta madre non avrebbe avuto quel riconoscimento. Per Margherita, comunque, la scomparsa di Roberto era stata lo strazio che si può immaginare. Tra le sue carte aveva sempre conservato un biglietto anonimo che qualcuno, forse una donna, le aveva inviato all’indomani della tragedia: “Ti è morto il figlio, ti sta bene: a te, e a quel rinnegato di Mussolini”. Era un primo saggio di quell’odio politico che in seguito le avrebbe riservato molte altre prove.

Nata a Venezia nel 1880, Margherita Sarfatti è stata, dopo Marinetti, il maggior critico d’arte che abbiamo avuto in Italia nel secolo scorso. Marinetti ha promosso il futurismo, un capitolo fondamentale delle avanguardie internazionali, ma lei è stata protagonista di quel sogno di una classicità moderna (“Ritorno all’ordine” lo chiamano i critici) che ha attraversato l’Europa tra le due guerre.

Il Novecento Italiano, il gruppo che ha fondato a Milano nel 1922, era appunto animato dal desiderio di essere moderno e classico insieme. Margherita ha scoperto per prima il valore di Sironi, quando veniva considerato solo un illustratore. Ha scoperto Arturo Martini, il maggior scultore italiano del ventesimo secolo. Ha compreso precocemente il valore di Boccioni e di tanti altri artisti: architetti come Sant’Elia, scultori come Wildt, pittori come Alberto Martini, Romolo Romani, Funi, Tosi (e l’elenco potrebbe continuare a lungo). E’ stata un critico di singolare intuito, insomma. Non madrina, ninfa Egeria, vestale, come è stata spesso definita. In questo senso le è nuociuto essere una donna. Di Breton nessuno direbbe che era la madrina (o, peggio, il padrino…) del surrealismo.

Aveva un modo appassionato e ostinato di promuovere gli artisti di cui era convinta. Per dire: il primo articolo su Sironi, nel 1916, lo scrive recensendo una mostra a cui lui non partecipava. Non le importava di andare fuori tema, quando voleva segnalare un talento artistico. E poi aiutava concretamente i giovani in cui credeva. Per prima cosa commissionava loro un ritratto, suo o di qualche familiare, in modo da poterli sostenere. Voi direte: se lo poteva permettere. Avete ragione. Ma quanti impiegano le loro risorse in profumi e balocchi (leggi griffe, macchine, vestiti firmati)? Lei li impiegava in opere d’arte. Convinceva anche gli imprenditori suoi amici, nei tempi difficili del primo dopoguerra, a sovvenzionare i giovani pittori e scultori, a comprare i loro lavori, a dare loro ospitalità.

Quanto al suo pensiero critico, non praticava il relativismo. Lettrice di Platone e di Dante, aveva un’idea precisa di quello che l’arte doveva fare: testimoniare che la vita non è un’illusione o un’apparenza (“Il mondo non è fatto di nebbia” amava ripetere) e risalire, come aveva intitolato un libro che voleva pubblicare nel 1923, “dal moderno all’eterno”. Cioè dalla realtà quotidiana e dal tempo momentaneo a qualcosa di più grande. Perché l’arte, come scriveva nella Storia della pittura moderna, “è l’augusta e misteriosa parola di Dio”.