LETTURE/ Dante e la selva oscura: nella “Commedia”, il tribunale del nostro tempo

Nel suo ultimo lavoro su “Dante e la selva oscura”, il docente e scrittore Gianni Vacchelli mette la “Commedia” alla prova di alcuni nodi cruciali del nostro tempo

06.12.2018 - Silvia Stucchi
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Eugène Delacroix, La barca di Dante (1822)

Come ci si può rapportare, oggi, in modo creativo e insieme rigoroso, a Dante? La Commedia è un testo talmente ricco da offrire una molteplicità di metodologie di accesso; quella di Gianni Vacchelli, in Dante e la selva oscura (Lemma Press 2018) può essere definita una lettura esegetico-sapienziale. Vacchelli, docente di liceo classico a Milano, collabora con l’Università Statale della stessa città ed è scrittore e narratore; tra i suoi saggi, si può citare L’attualità dell’esperienza di Dante (2015), mentre fra le opere narrative si annoverano Arcobaleno (2012); Generazioni. Storie di liberazione e abisso (2016); Alice nella notte (2018).

Per capire il presente volume ed entrare in sintonia con il pensiero di Vacchelli, è utile iniziare la lettura — non ce ne voglia l’autore — dalle pagine dedicate a “Dante poeta della liberazione, della giustizia e delle pace”, testo di una conferenza pronunciata il 22 ottobre 2015 all’Italian Library and Reading Room dell’Università di Khartoum. Spesso, una delle modalità migliori per trovare una via nuova di accesso a un testo che sembra tanto noto da poterne arricchire la conoscenza solo con puntuali osservazioni erudite, è la semplicità, che non vuol dire affatto banalità, anzi: “semplicità” significa, piuttosto, tornare alle basi, ripensare dalle fondamenta a quello che sta alla base di un testo, riscoprirne l’essenziale, come se ci stessimo rivolgendo non a un pubblico di esperti, ma a chi deve essere guidato per la prima volta a conoscere un autore che — io non ci avevo mai fatto caso — è talmente radicalmente alla base della nostra cultura da essere il solo, delle nostre lettere nazionali, a venire citato unicamente con il nome di battesimo (insieme con Galileo, ma per quest’ultimo ha influito la quasi perfetta omofonia con il cognome).

Spesso, le evidenze più lampanti sfuggono al nostro sguardo, proprio perché le abbiamo sotto gli occhi: e noi, oggi, tendiamo a dimenticare che, per prima cosa, “la Commedia (…) è un poema che parla di liberazione, di amore, di pace, di bellezza”.

Dante è il poeta di un’Europa da farsi, un poeta universale nelle sue aspirazioni; e come la Commedia è imperniata sul numero tre, così come il Dante della Commedia non è semplicemente, come spesso banalizza la vulgata scolastica, di necessità sempre un po’ frettolosa, solo il Dante agens contrapposto al Dante auctor, quello che interviene a posteriori nel testo, commentando, appellandosi al lettore, facendogli notare e sottolineando a suo beneficio determinate circostanze. Non che questo sia sbagliato: ma forse, suggerisce Vacchelli, sarebbe proficuo leggere la Commedia anche pensando a un Dante tripartito: Dante uomo, Dante poeta, Dante mistico, tre aspetti dell’autore che costituiscono quella che Vacchelli chiama una “tri-unità”. In questa chiave e alla luce di queste considerazioni, la lettura del Canto I dell’Inferno diventa pertanto una esperienza davvero emozionante e appagante: e quindi, si può iniziare il capitolo dedicato a “La poesia profetica e critica di Dante”.

Dopo alcune suggestioni introduttive che toccano due temi solo apparentemente agli antipodi, poesia ed economia (nel segno della riflessione di Pound, il quale, con linguaggio pregnantemente medievaleggiante, bollava come “usura” le derive del capitalismo finanziario), Vacchelli affronta il problema di quale sia la “selva oscura” oggi, in cui rischiamo ancora di smarrirci. Dante, come sottolineato da Auerbach, giudica la storia con un criterio che non abbraccia l’idea delle “magnifiche sorti e progressive”, frutto di quello che Vacchelli definisce “uno storicismo imbarazzante”. Offre, invece, una leva, per così dire, per scoperchiare tutto quello che è venuto dopo di lui: e così, un’intera, nascente e anche futura modernità è da Dante chiamata a giudizio. Naturalmente, Vacchelli non vuol negare alcune positività del moderno. Ma se  l’uomo è cogito ergo sum, è anche vero, innegabilmente, che sum, ergo cogito.

In fondo, sottolinea Vacchelli, i due più grandi geni del Medioevo, Francesco e Dante — cui si potrebbe affiancare, forse, anche Gioacchino da Fiore — appaiono oggi come due straordinarie intelligenze critiche, oltre che costruttive. Essi, infatti, nota l’autore di Dante e la selva oscura, legarono la loro riflessione ai grandi mutamenti che interessarono l’Europa nel passaggio da un’economia basata sulle risorse naturali e materiali a un’economia monetaria, nella quale ogni cosa cominciava a venire pesata e valutata secondo il suo prezzo e nella quale il denaro diventava l’autentico fattore propulsivo. Oggi, invece, ci troviamo nel tripudio di un’economia finanziaria, ma immateriale, e sempre più tentati dai mali del consumismo estremo, dell’accumulo compulsivo e insensato. Così comprendiamo come sia ancora attuale, dopo settecento anni, la vibrata denuncia dantesca del regno della Lupa, segno di una economia ridotta a pratica protratta di avidità, comportante il rischio di desertificazione, all’insegna della finanziarizzazione selvaggia, della società mondiale.

Quello di Gianni Vacchelli è un libro insieme rigoroso e molto personale, e importante perché ci ricorda che lettura della Commedia, prima di essere palestra per dispiegare l’erudizione o la finezza esegetica, è strumento capitale per imparare a maturare il senso dell’integrità umana, nella piena adesione alle relazioni vitali, in primis con Dio, avvertito non come qualcuno che punisce e premia, esalta e atterrisce, ma sentito “come l’Amore che tutto fonda, ordina e guarisce”. E questo non dobbiamo dimenticarlo  mai, e non solo mentre leggiamo le tre Cantiche.