STORIA/ Il 1918, i cattolici e quei fatti che smentiscono il “maledetto Risorgimento”

- Alberto Leoni

Dire 1918 vuol dire riflettere sulla vittoria dell’Italia e sul ruolo dei cattolici. I quali ancora oggi si interrogano su certi fatti, dando risposte preconcette e sbagliate. ALBERTO LEONI

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Vienna, nella Cripta dei Cappuccini (Foto Wikipedia)

Il 1918 rappresenta, a un secolo di distanza, una svolta epocale nella storia d’Italia e non solo: se un secolo fa la stragrande maggioranza degli italiani era cattolica, la storia di quegli anni è anche quella della presenza e dell’influenza dei cattolici sulla storia del nostro paese. Comprendere com’era l’Italia del tempo può aiutarci a ricostruire la trama degli avvenimenti che si sono succeduti da allora fino ad oggi.

Ripartendo dal 1918 può essere utile, nell’anniversario della Vittoria (l’unica nella storia patria) verificare quale fu l’atteggiamento dei cattolici nei confronti dello Stato nella prova più dura fino ad allora subita, superata solo dalla guerra in Italia nel biennio 1943-1945. Una cosa è certa: i governi italiani postunitari, dalla Destra alla Sinistra, furono ferocemente avversi alla Chiesa e ai cattolici, conducendo una lotta senza esclusione di colpi, e non si trattò solo del tentativo di qualche scalmanato di buttare la salma di Pio IX nel Tevere come accadde nella notte del 13 luglio 1881. Si tratta di persecuzioni, di attacchi a mano armata, persino di cannonate come quando il convento dei cappuccini in corso Monforte a Milano fu bombardato durante la repressione di Bava Beccaris nel 1898. E non va dimenticato che il ruolo dei cappellani militari fu soppresso nel 1878 e ripristinato solo nell’aprile 1915 dal cattolico generale Luigi Cadorna nell’imminenza dell’entrata in guerra. 

Di contro, nel 1915, stava l’Austria cattolica dell’imperatore Francesco Giuseppe e, vista così la situazione, sembra proprio che gli italiani non avessero alcun motivo per scendere in guerra contro i propri confratelli d’oltralpe. In effetti, non si può davvero parlare di un entusiasmo popolare per la guerra, fatta eccezione per una consistente minoranza di attivisti, politici e intellettuali: volontari che, nella migliore delle ipotesi, sarebbero stati estinti nei primi mesi di combattimento lasciando a una massa riluttante il compito di finire una guerra che pochi entusiasti avevano voluto.

Ma l’interpretazione della prima guerra mondiale corrente oggi in alcuni settori cattolici è quella di una guerra voluta principalmente per fini interni, per reprimere i moti sociali e sottomettere la Chiesa oltre, naturalmente, a distruggere l’Impero austro-ungarico secondo la volontà strategica delle massonerie anglo-francesi.

L’esito della guerra fu la collaborazione dei cattolici con il potere dello Stato, compiuta per dovere, certo, ma spinta sino al collaborazionismo da parte, per esempio, dei cappellani militari che vedevano finalmente riconosciuto un proprio ruolo nell’esercito.

Ora, in ogni “vulgata” c’è sempre molto di vero, ma la responsabilità di credenti impone una fatica ulteriore, magari infruttuosa: quella di rendere ragione di quanti più aspetti possibili della realtà. Solo così chi fruisce di una ricostruzione storica può essere sufficientemente libero e consapevole da poter scegliere a cosa aderire in quella libertà che è la principale prerogativa dei figli di Dio. Contro la suddetta ricostruzione, semplice e immediata, militano diversi argomenti che rischiano di rendere complesso il quadro ma che vanno ugualmente citati, senza la minima pretesa che ciò possa essere esaustivo.

Per prima cosa andrebbe ricordato che, dal 1870 al 1914, molte cose erano accadute in Italia e che i cattolici non erano rimasti a piangersi addosso sulle macerie dello Stato Pontificio. Per quanto illegale e violenta fu la soppressione di uno stato millenario, non era lo Stato la principale difesa del cristianesimo. Chi si era illuso di eliminare la Chiesa la ritrovò più forte e più organizzata nel giro di pochi decenni. Forse non tutti conoscono cosa costruì l’Opera dei Congressi, iniziata nel 1874, che rispose con le opere e la solidarietà alla sfida di uno Stato nemico della Chiesa. Iniziata nel 1874, l’Opera portò alla costituzione, secondo i dati del 1903, di 1965 comitati parrocchiali, 512 sezioni giovanili, 155 gruppi o fasci democratici cristiani, 42 circoli di studi sociali, 229 unioni professionali, 66 banche cattoliche, 109 Unioni agricole diocesane, 30 cooperative di produzione, 149 di consumo, 759 casse rurali, 825 Società operaie, 44 Casse operaie e altre 541 associazioni cattoliche (Marco Invernizzi, I cattolici contro l’unità d’Italia? L’Opera dei Congressi 1874-1904, Piemme, p. 106). L’Italia cattolica aveva subito un’unità forzata ma aveva reagito dando carne, sangue e muscoli alla nazione, senza chiudersi nell’intransigenza ma ponendo le basi dell’Italia moderna. Ed è per questo che si può dire che, nel 1914, l’intransigentismo cattolico, di cui forse qualcuno può essere nostalgico, si stava già spegnendo per forza di cose, soppiantato da una partecipazione politica ed economica di cui noi oggi, indegni epigoni, non sembriamo più capaci. 

Quanto alle ragioni dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 esse risiedono principalmente, come già spiegato in precedenti articoli su questo quotidiano, nella dichiarazione di neutralità del 1914 e di come essa fosse considerata alla stregua di un tradimento dal governo di Vienna. E quanto alla “Felix Austria”, cattolica e imperiale, andrebbe ricordato che fu proprio l’Austria a iniziare la guerra, che i cittadini di Vienna erano entusiasti del conflitto, che generali e ministri imperiali, i cui scrupoli erano ancora più bassi del loro livello intellettuale, ingannarono deliberatamente l’imperatore Francesco Giuseppe inducendolo a dichiarare quella guerra che veniva cercata come una rinascita dell’impero morente. Certamente gli austro-ungarici e i tedeschi non furono i soli a essere ammorbati da quella giustificazione della violenza come levatrice della storia che era propria di tutta l’Europa; ma è altrettanto vero che i crimini di guerra tedeschi in Belgio e in Francia hanno molti punti di contatto con i massacri di Ouradour sur Glane. Quanto agli austriaci, solo recentemente stanno emergendo i crimini di guerra compiuti dalle truppe imperiali in Serbia dal 1914 al 1918, che per estensione e ferocia, sono anticipatori di quelli nazisti. Troppo spesso dimentichiamo il sadismo dell’impiccagione di Cesare Battisti e gli stupri e le razzie commessi in Friuli da soldati privi di ogni controllo e mai puniti dalla disciplina militare. Gli imperi e le nazioni muoiono e l’impero asburgico come l’Italia fascista nel 1943 non sono un’eccezione.

Ci si può chiedere cos’avrebbe dovuto fare un cattolico nel 1914. Ribellarsi all’ordine costituito come, forse, faremmo noi che non rispettiamo più alcuna gerarchia? Noi, per cui “l’obbedienza non è più una virtù”, paradossali seguaci di un malinteso don Milani? I cattolici del 1914 non vivevano un gran rapporto coi loro governi e ne erano spesso perseguitati e avversati. Si pensi a un Tolkien che, sulla Somme, combatte per il suo paese anche se questo festeggia il “Fifth of november” (anniversario della Congiura delle Polveri con la quale alcuni cattolici ipotizzarono, nel 1605, di far saltare in aria il Parlamento e re Giacomo I); a ma ancor più si pensi a un Charles Péguy, in eterna lotta coi massoni suoi compatrioti ma disposto a morire anche per essi, durante la prima battaglia della Marna. L’emulazione di santa Giovanna d’Arco contava per lui ben di più che l’avversione per socialisti e liberali. 

Se c’è un dato comune nel cristianesimo europeo di quegli anni è nel comportamento dei soldati, cattolici, protestanti e ortodossi che odiavano la guerra e amavano i propri compagni d’arme; a volte anche quei “compagni di sventura” che avevano un’uniforme diversa, come accadde in tanti episodi di fraternizzazione. Ed è questa, forse, la spiegazione del comportamento dei cappellani militari, che scelsero di essere vicini ai propri soldati e di guardare l’uomo in trincea che soffriva e moriva, anche combattendo con loro come fece un don Giovanni Minzoni, decorato con la medaglia d’argento al valore. 

Certamente l’immediato dopoguerra fu l’inizio del più grande disordine morale del XX secolo, ma questo non fu dovuto solo a quella rilassatezza e al nichilismo che pervade un paese uscito da una guerra mondiale. Era il trionfo delle ideologie, a partire da quella bolscevica per poi passare alle reazioni esasperate ad essa, che corruppe l’Italia e l’Europa. Eppure, anche in quel frangente, i cattolici non smisero di porsi come l’unica alternativa veramente e pienamente umana, scendendo nell’agone politico con tutta la forza di cui erano capaci. Le elezioni del 1919 videro l’affermazione del Partito Popolare al 20 per cento, subito dopo il Partito socialista al 32 e prima dei liberali (16 per cento). E questo, va ricordato, alla prima prova elettorale. Un mondo cattolico che venne spazzato via dalla violenza fascista e socialista o scelse di appoggiare Mussolini come rimedio estremo.

Nel corso del Ventennio l’acquiescenza al potere fu enormemente diffusa ma, nei giovani, sostenuti dall’eroico esempio di resistenza morale e culturale rappresentato da papa Pio XI si fece strada un reale amore per la democrazia e per la libertà che porterà alla lotta partigiana prima, in quelle formazioni azzurre o bianche che fecero da contraltare alle formazioni garibaldine, e poi alla vittoria epocale del 1948, esattamente un secolo dopo la sconfitta dell’ideale neoguelfo. 

Nel frattempo erano sorte e cadute ideologie e la Democrazia cristiana (Dc) italiana era diventato lo scudo protettivo contro il comunismo che tutto sembrava conquistare. Un partito che faceva del patriottismo un punto di primaria importanza e che oggi è scomparso nello squagliarsi degli ideali più che delle ideologie, le quali, sempre nuove, affiorano come bolle di gas dalla palude in cui viviamo. 

Ora più che mai è il momento di fare sintesi delle contraddizioni storiche e proporre un’interpretazione della Storia che sia realmente cristiana e che tenga conto di tutti i fattori che sono in gioco. Solo così potremo essere degni di quei padri fondatori del nostro paese che, tra difficoltà immani, seppero costruire il nostro presente. Un’interpretazione corretta della Storia serve anche a questo.

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