LETTURE/ Dio con chi parla? Breve storia di una risposta, dai Padri cappadoci a Erasmo

- Stefano Arduini

Uno dei capitoli della storia culturale d’occidente in cui la traduzione ha giocato un ruolo importante è il prologo del Vangelo di Giovanni e il terminedi “Logos”. STEFANO ARDUINI

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Holbein il Giovane, Erasmo da Rotterdam (1523)

Uno dei capitoli della storia culturale d’occidente in cui la traduzione ha giocato un ruolo importante è il prologo del Vangelo di Giovanni il cui testo, come è noto, recita “en arché en o Logos“. Questo inizio è stato reso nella traduzione latina di Girolamo con “In principium erat verbum”. Traduzione questa che è stata successivamente accettata ed è entrata nell’edizione sisto-clementina (1592). Tale testo ha costituito la base per le traduzioni nelle lingue moderne con alcune modifiche. La scelta di rendere logos con verbum non è tuttavia stata sempre pacifica ed ha suscitato qualche interrogativo. Vediamo di tentare una ricostruzione che ci permetta di cogliere il percorso di un concetto chiave dell’occidente nel suo viaggio da una cultura ad un’altra.

Innanzitutto il problema è puramente linguistico. Il termine greco logos è fortemente polisemico. Oltre al significato di parola, ma ad esempio in Omero compare solo due volte in questo significato e sempre al plurale, può significare: 1. espressione; 2. parlare, dire, ma anche diceria, fama, notizia; 3. discorso, conversazione, colloquio, discussione ; 4. racconto, narrazione, generi letterari o scientifici; 5. “ragione” e “ragionamento”; 6. spiegazione, giustificazione, conto, computo; 7. opinione, parere, valutazione; 8. relazione, corrispondenza, proporzione, analogia; 9. intelletto o ragione divina, come in Plotino. Questa polisemia non è di poco conto e dà al termine greco un valore complesso che i greci coglievano di volta in volta dal contesto. A questo si aggiunge il fatto che in latino logos è stato tradotto in vari modi ma soprattutto con ratio o con sermo ed oratio. Verbum corrisponde semmai al greco lexis, onoma o sema

Tale polisemia trova nelle traduzioni del Vangelo giovanneo un ambito particolarmente interessante perché la scelta linguistica comporta due ermeneutiche decisamente diverse. 

Uno snodo importante nell’evoluzione del concetto lo incontriamo in Filone d’Alessandria. Per Filone  il logos è un tramite fra Dio e mondo, è l’ombra di Dio così come il mondo è l’ombra del logos. Nel logos è contenuto il “sigillo” dal quale prende vita il mondo. Questa idea è presente sottotraccia, nonostante le differenze, nelle interpretazioni del logos giovanneo dei primi padri della chiesa. Ad esempio Origene vede l’opera del logos come mediazione nella creazione, il logos è ciò a somiglianza del quale tutti gli esseri sono stati fatti. Su simili concetti si fondano le formulazioni dogmatiche del Concilio di Nicea riguardo la Trinità e l’Incarnazione. Si tratta di una prospettiva che cercava, nel concetto di logos, di salvare le speculazioni della filosofia greca. In questo senso Giustino ci dice che già Platone ha affermato che l’universo è opera del logos e che anche i pagani che hanno vissuto secondo il logos sono cristiani. L’atteggiamento di dialogo che Giustino mostra nei confronti della filosofia greca viene sviluppato dagli Alessandrini che affermeranno che è tramite il logos che la religione rivelata e le verità della ragione naturale hanno lo stesso fondamento. E il logos viene utilizzato anche per ricondurre Platone al cristianesimo. Eusebio di Cesarea, Cirillo d’Alessandria  e Teodoreto di Ciro citano in contesto trinitario un passo dell’Epinomis, il dialogo platonico considerato apocrifo, proprio a proposito di un’interpretazione trinitaria del logos.

Sempre nella direzione di una mediazione fra grecità e cristianesimo troviamo Gregorio di Nazianzo che, con gli altri Padri Cappadoci, viene considerato il fondatore di un neoclassicismo cristiano. Per Gregorio il cristianesimo diventa l’erede di tutto quanto della tradizione greca sembrava degno di sopravvivere. E proprio sul logos Gregorio ha dei brani fondamentali che vedono in esso ciò che collega l’uomo al logos divino. 

Una simile complessità concettuale esplode nel momento del passaggio dal greco al latino. In questo contesto culturale troviamo che in molti casi la traduzione  per logos è quella di sermo. Cipriano, ad esempio, utilizza preferibilmente sermo e riporta in Testimoniorum adversus Judaeos l’incipit del Vangelo di Giovanni nella seguente traduzione latina: “in principio erat Sermo, et Sermo erat apud Deum, et Deus erat Sermo”; oppure nella Epistola S. Cypriani ad Jubaianum scrive: “…qui Sermo caro factus sit”. Anche le glosse marginali alla Vetus latina rintracciabili nelle Bibbie vulgate spagnole testimoniano che sermo sta per il logos greco.

In un’analoga direzione si colloca Tertulliano. Tertulliano traduce logos con sermo, cioè con l’attività concreta del parlare. Se dovessimo usare termini moderni, potremmo dire che questo sermo presenta un’idea dialogica del logos in contrapposizione a una monologica. È attraverso il dialogo, come processo ermeneutico, che possiamo definire il soggetto nella relazione con l’altro. Sermo dunque significa “relazione” ed in quanto tale enunciazione.

Questa idea di Dio creatore attraverso l’enunciazione è comune anche all’Antico Testamento e possiamo dire che la creazione è interpretata dalla fede ebraico-cristiana proprio come frutto delle labbra di Dio. È anche per questo che il creato è considerato, usando un’espressione della liturgia sinagogale, come una pergamena sulla quale è iscritto un messaggio. Ricorrendo ad un gioco di parole, possibile solo in greco, potremmo dire, con Filone d’Alessandria, che Dio ha composto dei poiemata, opere che sono anche messaggi, azioni che sono espressioni. Del resto in ebraico una sola parola, dabar, significa allo stesso tempo parola e cosa.

Una ulteriore testimonianza della preferenza nelle prime traduzioni per sermo ci è data, verso il terzo secolo, da Lattanzio nelle Divinae institutiones. Parlando del Figlio, Lattanzio sostiene che questi è sermo di Dio mentre gli angeli sono i suoi spiritus. E se lo spiritus esce senza suono, il sermo proviene dalla bocca e dunque con voce e suono. Anche Lattanzio insiste sulla polisemia di logos e sul fatto che esso, in quanto discorso comunicato per via orale o per scritto, rappresenta la forza creatrice di Dio. 

Con Agostino le cose cambiano, il termine verbum  prende il posto di sermo, accettando la traduzione di Girolamo. Con questa scelta Agostino intraprende la strada di intendere il polisemico logos unicamente nella direzione di singola parola, di prodotto linguistico, eliminando completamente la possibilità di interpretarla come enunciazione, e quindi eliminando del tutto la dialogicità del logos. La differenza linguistica comporta in Agostino una radicale differenza di teologia. Troviamo qui presente un appello alla totalità molto forte. 

Diversi secoli dopo la questione si ripresenta nella traduzione di Erasmo. Erasmo pubblica una seconda edizione greco-latina del Nuovo Testamento nel 1519 in cui verbum viene sostituito da sermo. La scelta non mancò di  suscitare accese polemiche tanto che Erasmo dovette aggiungere delle note esplicative al testo e nel 1520 scrivere una apologia (Apologia de In principio erat sermo). Quali sono le argomentazioni di Erasmo? 

Erasmo dà per scontato che la traduzione normale di logos sia sermo e che l’anomalia è proprio la traduzione verbum. Quest’ultima traduzione è inadeguata perché restringe enormemente le possibilità offerte dalla polisemica parola greca. Nell’Apologia l’argomentazione si fa ancora più stringente. Oltre a citare diversi brani tratti dai Padri della Chiesa, così come fa nelle Annotazioni, sottolinea che verbum corrisponde meglio a ciò che i greci chiamano sema oppure lexis, e nessuno dei due, sottolinea Erasmo, si trova usato nelle Scritture per designare Cristo. Dunque è sermo ad essere più vicino a logos e proprio in un contesto cristologico. L’argomentazione erasmiana significa anche una presa di posizione forte nei confronti della traduzione. Tradurre vuol dire interpretare i testi riannodando un dialogo con il passato che altrimenti verrebbe interrotto. 

La posizione di Erasmo segna una svolta, ma è anche il punto finale della discussione: dopo la sua difesa di sermo non si parlerà più del problema. Nelle traduzioni nei volgari a seguito della riforma protestante la questione principale non sarà il latino, mentre il mondo cattolico sceglierà con il Concilio di Trento la versione sisto-clementina della vulgata.

Come possiamo interpretare la storia di queste traduzioni? Di nuovo ci troviamo innanzi all’evidenza che nel tradurre sono coinvolti piani diversi, che tradurre è molto di più di un tentativo, più o meno riuscito, di trasferire un significato da una lingua all’altra e comporta invece la ricostruzione di un orizzonte e con esso di un mondo.

La questione del logos allo sguardo dell’interprete moderno ricopre piani diversi: linguistico, teologico, culturale. Sul piano linguistico le conclusioni sono quelle di Erasmo. La traduzione verbum elimina la polisemicità del concetto greco e riduce il concetto ad una sola dimensione. In altri termini questa scelta, invece di accettare la sfida che la polisemicità di logos comporta, finge che la diversità non esista. Viene così assolutizzato un solo contesto simbolico di logos e questo viene identificato come il significato per eccellenza senza  possibilità d’interpretazione.     

Da un punto di vista teologico possiamo dire che le due scelte implicano due “teologie” diverse e due valori del rapporto con Dio. Una teologia del dialogo non è una teologia del monologo. Questo è un punto molto delicato che non possiamo qui affrontare, ma la questione assume aspetti importanti.

Sul piano culturale troviamo due mondi che si costruiscono su una diversa lettura della tradizione classica. La scelta sermo vuole essere sulla linea di un tentativo di recupero totale della classicità al mondo cristiano. Questa è la direzione dei primi scrittori ecclesiastici che ci parlano del logos, abbiamo già citato in ambito greco i Padri Cappadoci e poi Giustino, Clemente d’Alessandria, Origene. Interpreto in questo senso anche la riproposizione erasmiana di una traduzione-interpretazione che era stata messa da parte dopo Agostino. Erasmo, in un contesto completamente diverso da quello dei Padri della Chiesa, tenta un collegamento con la classicità che è in perfetta sintonia con l’umanesimo nei suoi tanti aspetti. 

Nel sermo di Erasmo c’è il logos antico, per quanto questo aveva di totalità molteplice. I primi Padri della Chiesa, con Erasmo tanto tempo dopo, cercavano di recuperare proprio questa dimensione del mondo classico alla civiltà cristiana che si andava costruendo. 

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