LETTURE/ Beethoven, così il destino bussa alla porta

Oggi sarà ospite nell’Auditorium della BCC in viale Gramsci 194 a Sesto San Giovanni (MI) GIOVANNI FORNASIERI, pianista e direttore d’orchestra, per una serata dedicata a Beethoven

08.05.2018 - Elisa Grimi, int. Giovanni Fornasieri
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Ritratto di Ludwig van Beethoven (1770-1827)

Martedì 8 maggio sarà ospite presso l’Auditorium della BCC in viale Gramsci 194 a Sesto San Giovanni, Giovanni Fornasieri, pianista e direttore d’orchestra, per una serata dal titolo “Così il destino bussa alla porta. Guida all’ascolto della Quinta Sinfonia di Beethoven”. Lo abbiamo intervistato per ilsussidiario.net.

Il biografo di Ludwig van Beethoven, Walter Rietzler, archeologo e musicologo tedesco, era solito affermare che nulla vi era di più forte in Beethoven che comunicare la sua arte, rendere partecipi gli uomini del “grido di un cuore traboccante di amore umano e di anelito alla comunione”. Oggi viviamo in una società in cui l’educazione musicale riveste l’ultimo dei gradini sociali ed è spesso trascurata. Quale secondo Lei l’importanza dell’essere guidati nell’ascolto?

Beethoven diceva che “la musica è rivelazione più alta di ogni saggezza e filosofia” (era scritto sulla mia tessera della Gmi-Gioventù musicale italiana, benemerita istituzione europea, ai cui concerti partecipavo da ragazzino, 1972-73, su invito di un compagno delle medie inferiori, non musicista). E il grande direttore tedesco Wilhelm Furtwängler aggiungeva in perfetta profetica sintonia: “La musica è esperienza comunitaria di vita”. Occorre comunque dire che l’educazione musicale non è trascurata dappertutto, in Europa e nel mondo, ma purtroppo in Italia sì, e al massimo grado. L’essere guidati all’ascolto è importante, ma ha solo una funzione maieutica, cioè rendere consapevole il normale fruitore di musica dell’esistenza di un significato da scoprire, e della capacità che possiede in se stesso di interpretare la musica senza il bisogno di un meta-testo, cosa che può essere normalmente richiesta dal testo stesso, ma che non è assolutamente, come erroneamente si crede, necessario alla conoscenza della musica.

Le giovani generazioni vivono nel trionfo di una musica commerciale che insegue mode, sentimenti ed emozioni, una musica che “funziona”. La musica non sembra abbandonarci mai, dalla radio, alla tv, dai piccoli negozi, ai centri commerciali, sino anche nei parcheggi. Onnipresente, spesso riesce a scavare nell’animo umano molte volte facendosi interprete del momento personale che si sta vivendo o rappresentante di quello che una società sta attraversando. Si tratta però di una musica molte volte di passaggio. Note deboli, e note forti. Vi è una differenza? Come saperle distinguere?

C’è una musica che si sente e una che si desidera, a volte, ascoltare. In realtà bisognerebbe ascoltare tutto, così come si legge “tutto” un testo e non solo una parte, per comprenderlo correttamente. Non è un’osservazione banale, perché la musica, come tutto, esige un tempo che va a essa dedicato. Certo, esiste una diversa funzione della musica: la musica per ballare non è la Quinta di Beethoven, anche se può raggiungere le vette di un Valzer dei fiori di Tchiakovsky. Ma da sempre la musica accompagna la vita dell’uomo, dai Greci, con le funzioni diastaltica, sistaltica ed esicastica, impeto guerresco, pensosità, contemplazione, fino alle odierne caserme con i “segnali” della tromba (adunata, carica, alza-bandiera ecc.) Non esiste una differenza qualitativa intrinseca (Stravinskij diceva che c’è più verità drammatica ne “La donna è mobile” in Rigoletto che in tutta la vociferazione della Tetralogia wagneriana), ma unicamente la differenza di un atteggiamento bambino del soggetto, che curiosamente, occhi e bocca spalancata, va incontro a qualsiasi forma di musica, ossia quell’organizzazione teleologica di suoni che costituisce l’ossatura di una esperienza estetica dotata di autentica sostanza conoscitiva.

È di recente stato presentato presso il Conservatorio di Milano il nuovo cartone animato “Max & Maestro”, in onda da lunedì 7 maggio tutti i giorni alle 07.45 su Rai Gulp. La storia tratta dell’incontro fortuito tra un ragazzino di periferia, cresciuto con il rap e i videogames, e il misterioso Maestro che lo guiderà alla scoperta della bellezza della grande musica, aiutandolo a coronare il suo sogno. Crede si possa parlare di buona e cattiva musica? Quale il criterio di giudizio?

Credo si possa assolutamente parlare di buona o cattiva musica esattamente come si fa per qualsiasi altra cosa. Occorre, cioè, semplicemente ascoltare e riascoltare con viva attenzione, con passione, studiando cioè, nel senso latino del termine, sgombri il più possibile da pregiudizi di generi musicali, lasciandosi affascinare da ciò in cui il nostro orecchio si accosta, con il criterio infallibile del “senso fisico del suono”, non separando cioè la percezione sensibile dalla ricerca del possibile significato, che, nel caso della “cattiva musica”, si ravvisa anche in una insopportabilità che stordisce i sensi, alterando la stessa percezione. Una musica sparata in discoteca a più di 100 decibel altera l’organismo, che per continuare a sopportarla, deve a sua volta alterarsi. Ma anche, più innocuamente, certa musica dodecafonica o strettamente “seriale” (basata esclusivamente su una combinazione astratta di serie di dodici suoni, senza altra funzione espressiva) mi ha sempre provocato mal di testa e/o mal di stomaco. “Niente è nell’intelletto che prima non sia stato nel senso” (Nihil est in intellectu quod non sit prius in sensu, Quaestiones disputatae de veritate, q. 2 a. 3 arg. 19): il criterio di giudizio è il cuore, inteso in senso biblico, inteso come ragione e sensibilità, sentimento. E il cuore ce l’hanno tutti, dal bambino al vecchio decrepito.

La musica su scala mondiale è divenuta anche facile strumento lenitivo. Dopo la strage di Parigi non sono mancati molti cori intonati sulle note di John Lennon, e a Manchester la risposta al terrore avvenne proprio attraverso un concerto. Una musica che ha assecondato ed è divenuta in un certo modo espressione del sentire comune. Forse siamo oramai molto lontani da un’Europa riunita sotto l’Inno alla gioia. Come si è smarrita questa dimensione autentica propria della musica, anelito di salvezza?

Si è smarrita attraverso una riduzione della ragione, perché ultimamente si è smarrita la fede. Poiché, in realtà, sopravvive il senso religioso senza le fede ma non viceversa. Infatti, invece di inginocchiarsi e pregare, a Manchester si è tenuto un concerto per “lennire” (mi si perdoni il terribile neologismo-pastiche da Lennon, absit iniuria verbis!) il dolore, cioè elaborare il lutto, senza aver più la forza di cadere in ginocchio, piangere e pregare, le uniche azioni fisiche, razionali, cioè vere e reali, che un uomo di qualsiasi epoca e latitudine fa e farebbe di fronte a una simile tragedia. Ha osservato Benedetto XVI che il Coro e l’Orchestra della Radio Bavarese, in occasione della caduta del muro fra Berlino Est e Ovest nel 1989, eseguendo sotto la guida del grande Leonard Bernstein la Nona di Beethoven, modificarono — cosa impensabile! — la parola Freude (gioia) in Freheit (libertà)! Dall'”Ode alla gioia” si passò dunque alla “Libertà, bella scintilla di Dio”. Il Papa giustificò questo inaudito cambiamento, scomodando addirittura il profeta Isaia: “udranno in quel giorno i sordi le parole di un libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno”. Una percettività — continuava Benedetto XVI — che “riceve in dono chi da Dio ottiene la grazia di una liberazione esterna ed interna” (Discorso tenuto al termine dell’esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven e del Tu es Petrus, 27 ottobre 2007, Città del Vaticano, Aula Paolo VI, p. 212). Gli avvenimenti influiscono sulla musica, che non può esser mai solo momentaneo anestetico (anche se nasce dall’estetica, percezione del fenomeno, intesa come scienza filosofica della conoscenza sensibile), ma ultimamente autentico anelito, come Lei giustamente ha detto, di salvezza.

Nell’estate del 1802 Beethoven scrisse una lettera indirizzata ai fratelli Karl e Johann nota come “Testamento di Heligenstadt” nella quale afferma la necessità per lui di non volere abbandonare il mondo prima di riuscire a compiere tutto ciò per cui si sentiva essere stato creato. Il senso della creazione intesa come destino verso cui tutto tende è fortemente presente nella sua arte. Come oggi questa tensione può tornare ad affascinare le giovani generazioni in una società che tende sempre di più a censurare il grido di infinito proprio del cuore dell’uomo e dunque lo spirito di libertà di pensiero ed espressione?

Il Testamento da Lei citato è forse il documento più straziante e impressionante di un uomo che già aveva cominciato ad avvertire i sintomi di un’incipiente sordità, insieme al compito fisico e metafisico cui si sentiva destinato. Con un linguaggio influenzato dalla filosofia dell’epoca, scriveva alla poetessa Bettina Brentano von Arnim: “La musica è il suono elettrizzato in cui lo spirito vive, pensa e crea. Ogni elemento elettrico eccita lo spirito a fluide, effuse creazioni musicali. Il mio temperamento è elettrico!” (Quaderni di conversazione). Si parte dai sensi per giungere allo spirito, dall’esperienza per formulare la definizione. Questa tensione, a mio avviso, può tornare ad affascinare la società intera — non solo i giovani — attraverso un’educazione all’ascolto che renda appassionatamente coscienti di quel “surplus dell’esperienza artistica, cioè quella sorpresa imprevista che può essere suscitata dall’ascolto di un brano musicale quando è investito direttamente dal senso ultimo dell’esistenza e della storia” (Spirto gentil, collana cd, seconda di copertina).

La Quinta Sinfonia di Beethoven fu la prima che Luigi Giussani fece ascoltare agli studenti che si trovavano con lui. Egli scrisse di proporre proprio questa Sinfonia per “eccitare in loro quella dimensione ideale e rischiosa della vita senza la quale non si fa niente, si è come tutti gli altri, ci si annoia come tutti gli altri: non per nulla è chiamata ‘la sinfonia del destino’. Ascoltavamo innanzitutto il primo movimento della Sinfonia, quello del ‘destino che bussa alla porta’. L’inizio è l’irrompere di un avvenimento”. Giussani proponeva la musica come strumento di conoscenza, musica come accesso privilegiato al Mistero che fa tutte le cose. Ritiene valido questo metodo? 

Non solo lo ritengo valido, ma mi sono proposto come missione personale l’intenzione, e spero la realizzazione, di proseguire tale metodo, anche attraverso l’istituzione di una “Scuola di ascolto musicale R. Schumann” (il compositore che più di ogni altro fu un talent scout e critico musicale acutissimo), proprio per trasmettere la passione per “quella dimensione ideale e rischiosa della vita”, che oggi è totalmente obliterata dal sogno (parola terribilmente ambigua) e dalla dittatura delle emozioni, intese come stati d’animo ansiosamente ricercati come, per l’appunto, “facili strumenti lenitivi”. Don Giussani, maestro di vita per tante persone, si portava il megafono a scuola, perché l’istituzione non glielo dava (parole sue). Oggi ci sono gli strumenti più sofisticati, ma manca il soggetto che li usi. Mi auguro che questo tentativo di guida all’ascolto possa risvegliare in molti il desiderio di ascoltare la musica realmente come un accesso privilegiato al Mistero che fa tutte le cose. La musica è bellezza, e la bellezza è lo splendore del vero: perciò, per semplice proprietà transitiva, la musica conduce al vero.

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