GUARESCHI/ Quelle 2 domande misteriose alle quali solo lui può dare una risposta

- Riccardo Prando

A 110 anni nascita e a 50 dalla morte, Giovannino non muore neanche se l’ammazzano. Perché parla di sé per parlare di noi. Lo scrittore italiano più letto al mondo. RICCARDO PRANDO

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Giovannino Guareschi (1908-1968)

“Il massimo che mi è stato concesso in Italia è di essere contemporaneo, ma nessun critico o nessuna autorità nel campo delle Lettere m’ha concesso d’essere uno scrittore”. Era il 13 giugno 1964, giusto cinquantaquattro anni fa e, dalla casa di Roncole Verdi tuffata nel granturco, Giovannino Guareschi rispondeva con una lunga lettera alla classe V sezione A dell’istituto per ragionieri “Beccelli” di Civitavecchia che gli aveva chiesto una nota autobiografica. 

A distanza di centodieci anni dalla nascita (1 maggio 1908) e di cinquanta dalla morte (22 luglio 1968), mentre in tutta Italia e anche all’estero non si contano gli appuntamenti culturali col doppio anniversario, sorgono spontanee due domande. La prima: se è vero — e lo è — che lo scrittore italiano più diffuso al mondo (oltre venti milioni di copie vendute in trecento lingue diverse), perché la critica letteraria continua in sostanza a snobbarlo (ma qualche segno editoriale opposto, per la verità, nell’ultimo decennio c’è stato e anche nelle ultime settimane su quotidiani nazionali) e perché le antologie scolastiche lo ignorano, fatta salva qualche eccezione? La seconda: se al ritorno dal campo di concentramento, dov’era finito insieme ad altri 600mila soldati per aver rifiutato di combattere coi tedeschi, era stata grande la delusione per l’Italia che andava nascendo (“molti dei ritornati guardano sgomenti la vita di tutti i giorni tenendosene al margine perché l’immagine che si erano fatti della Democrazia risulta spaventosamente diversa da questa finta democrazia” scrive nel suo Diario clandestino), cosa direbbe dell’Italia turrita, ma macilenta di oggi? 

Alla prima domanda non è agevole rispondere. Nell’agosto 2008, accompagnando migliaia di visitatori alla mostra “Non muoio neanche se mi ammazzano” organizzata al Meeting di Rimini, misi assieme su suggerimento dei curatori una triplice risposta: Guareschi snobbato proprio perché troppo popolare, troppo monarchico e troppo cattolico. E le tre cose insieme sono difficili da digerire per il “sistema”. Scrisse Baldassarre Molossi, allora direttore della Gazzetta di Parma, nell’articolo per i funerali dello scrittore ai quali le istituzioni, locali e nazionali, furono assenti: “L’Italia è fatta così: e qui, più che altrove, l’ingratitudine degli uomini è più grande della misericordia di Dio”. Forse è meno difficile rispondere alla seconda domanda citando il Guareschi dell’ultimo libro, La calda estate del Pestifero, uscito un anno prima della morte: “Il mondo così come è stato ridotto mi pare troppo povero. Trovo, insomma, che il progresso — basato sull’elettricità, sulla chimica, sulla matematica eccetera — ha popolato la terra e il cielo di strabilianti macchine le quali, se hanno arricchito la vita materiale degli uomini, hanno impoverito, fino a distruggerla, la loro vita spirituale”. 

Quanto alle storie del Mondo piccolo (don Camillo, Peppone, lo Smilzo e altra mercanzia del genere), ma anche del Mondo grande (il termine “trinariciuto” è entrato da tempo nel vocabolario Treccani), il loro successo continua imperituro fra la gente di tutto il globo perché sono storie che parlano sì della Bassa, ma che funzionano bene ovunque e perciò la gente se ne fa un baffo alla Guareschi della critica dominante. E ciò, per dirla con Giovannino, “è bello e istruttivo”.

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