LETTURE/ Simenon, seguire la realtà quando dà scacco alla fantasia

- Silvia Stucchi

Ne “Il fiuto del dottor Jean e altri racconti” di Simenon è all’opera uno dei “personaggi di prova” che hanno preceduto l’entrata in scena del commissario Maigret. SILVIA STUCCHI

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Georges Simenon (1903-1989)

Continua per Adelphi, con Il fiuto del dottor Jean e altri racconti, la pubblicazione dell’opera omnia di Georges Simeon. Qui però troviamo uno dei “personaggi di prova”, così potremmo chiamarli, che hanno preceduto l’entrata in scena del commissario Maigret. Nel 1938, infatti, fra gli altri impegni dell’anno, Simenon si cimentò a scrivere alcuni racconti di una cinquantina di pagine, uno al giorno. Tredici di questi hanno come protagonista il giovane Jean Dollent, medico di campagna, confidenzialmente detto “il dottorino” dai suoi pazienti. Il fiuto del dottor Jean ci presenta quattro di queste avventure, a partire da quella omonima: in un paesino vicino a quello del dottor Dollent una giovane coppia prende in affitto la Maison Basse, una casa abbandonata vicino alla palude; una costruzione isolata, vecchia e un po’ triste, “a un solo livello imbiancata a calce, con il tetto di tegole rosse come usa nella Charente”. 

I due, forse una coppia clandestina, forse un artista e la sua compagna, conducono vita ritirata, quando un giorno, l’uomo, Jean Drouin, perennemente in pantaloni di flanella grigia ed espadrillas, con un sorriso “un po’ distante, un po’ triste, come quello di certi tubercolotici che sanno di essere condannati”, chiede al dottor Dollent un rimedio per l’insonnia. Stranamente, però, qualche tempo dopo, l’accenno all’insonnia di Drouin fatto alla sua compagna cade nel vuoto. Poi arriva la telefonata: una richiesta d’aiuto urgente alla Maison Basse. Se non che, all’arrivo, Dollent non trova nessuno. E, cosa ancora più strana, quando si serve un bicchiere di vermouth dal mobile bar, il liquore ha un saporaccio, come se qualcuno ci avesse sciolto dentro del bicarbonato di sodio. Ma non solo non c’è alcun malato bisognoso di cure; a ben pensarci, la telefonata non poteva nemmeno essere arrivata dalla Maison Basse, perché a quell’ora (non dimentichiamoci che siamo negli anni Trenta) la comunicazione si poteva chiedere solo da La Rochelle. E, soprattutto, in giardino, dal terreno smosso di fresco, emerge un dito. E poi, naturalmente, una mano, e poi tutto un cadavere, sepolto da poco. Ma a che scopo sotterrarlo così in fretta e furia, quasi a volerlo far scoprire subito? E chi è il morto? In che rapporti era con la coppia della Maison Basse? E che fine hanno fatto i due giovani?

Al volante di Ferblantine, la sua 5CV che arranca fin dal giorno dell’acquisto, Dollent si lancia alla ricerca di Drouin e riesce a risolvere l’enigma, scoprendo di avere un intuito particolare. E così il dottorino ci prende gusto: nella seconda avventura, La signorina in azzurro pallido, lo troviamo nella cornice di una classica località di mare, interessato allo strano caso di un’eterea signorina, guardata a vista dalla truce chaperonne, una governante inglese severissima, che ha compiuto un furto maldestro al casinò; e se la soluzione è piuttosto “telefonata” (il lettore di Chesterton ricorderà un’analoga osservazione risolutiva in un caso di Padre Brown), il racconto ricostruisce perfettamente il clima di una località di villeggiatura prima della seconda guerra mondiale. 

Incurante delle proteste e dei brontolii di Anne, la sua cuoca-governante, perennemente di cattivo umore per lo spezzatino che si brucia sul fuoco a causa dei continui ritardi del dottorino, Dollent si fa ardito: nel terzo caso, Una donna gettò un grido, si affianca — e pazienza se qualcuno lo scambierà per il medico legale! — in modo del tutto autonomo e personale alle indagini sulla morte d’un ricco rappresentante di una ditta americana, che viveva a Nevers con la bellissima moglie e la giovane cognata. E qui Dollent, con una trovata geniale, risolve “quasi” esattamente il caso: “quasi” perché, nonostante l’acume della sua intuizione, gli mancano i mezzi e l’organizzazione capillare della polizia. 

Infine, nel quarto racconto, Il fantasma del Signor Marbe, Dollent, di contro alle proteste della governante che gli rimprovera l’inutilità della sua nuova passione, comincia quasi a sentirsi un detective professionista. Infatti, un alto funzionario coloniale in pensione, stabilitosi in Costa Azzurra, invia addirittura un assegno di cinquemila franchi al dottorino perché risolva il caso del “fantasma” che due notti a settimana fruga fra le mille cianfrusaglie accumulate in decenni trascorsi in Paesi esotici. Ma la realtà è sempre più sorprendente della fantasia…

Consigliato per un pomeriggio di relax all’insegna del poliziesco più classico e agli amanti del giallo a enigma d’altri tempi, Il fiuto del Dottor Jean ha il valore aggiunto di portarci dentro l’officina di Simenon e ci presenta un “investigatore per caso”, che viene davvero voglia di rivedere alla prova su altri casi.

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