STORIA/ Perché cento anni fa l’Italia riuscì a vincere sul Piave?

- Alberto Leoni

Così come Caporetto è stato ricordato in mille modi, così la battaglia del Piave e del Grappa (15-23 giugno 1918) viene praticamente ignorata. Andrebbe prima di tutto capita. ALBERTO LEONI

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Alpini italiani durante la prima guerra mondiale (Foto dal web)

Strano paese il nostro. Eppure prevedibile. Così come il centenario della rotta di Caporetto è stato ricordato ed è stato oggetto di studi ed approfondimenti, così la battaglia del Piave e del Grappa (15-23 giugno 1918) viene praticamente ignorata, lodevole eccezion fatta per le manifestazioni organizzate in Veneto. Vero che, probabilmente, con un governo appena insediato l’Italia ha altro cui pensare rispetto a ricorrenze e celebrazioni, ma non si vede perché si debba costantemente mettere l’accento sulle sconfitte e non sulle vittorie. E questo, si badi, non per una tronfia autocelebrazione ma per capire la differenza che passa tra la vittoria e la sconfitta.

E’ noto come gli italiani conoscano più i nomi di disastri militari nazionali che di vittorie, invero poche. Eppure non si va al di là del nome del singolo evento (Custoza, Lissa, Adua, Caporetto) senza cercare di capire, almeno per propria educazione, cosa è andato storto. Riassumiamo quindi alcuni eventi di storia patria in poche righe facendo poi il confronto con la battaglia vittoriosa del Solstizio dal 15 al 23 giugno e che fu davvero una vittoria decisiva per le sorti della prima guerra mondiale.

Custoza: terza guerra di indipendenza. 24 giugno 1866. A fronte di una propria superiorità numerica il comando italiano si figurava che gli austriaci, impegnati nella guerra contro la Prussia, avrebbero evacuato il Veneto senza combattere. Le divisioni avanzarono in colonna, staccate tra loro e furono battute separatamente, nonostante i soldati si fossero battuti benissimo infliggendo forti perdite al nemico. Chi perse la testa fu il generale Alfonso Lamarmora che percepì una sconfitta irreparabile mentre aveva forza e mezzi per tornare all’attacco.

Lissa: 20 luglio 1866. L’ammiraglio Persano pensava di dover solo fare un’azione dimostrativa e fu attaccato dalla flotta imperiale. Addirittura fece fermare l’ammiraglia per trasbordare su un’altra nave così che la corazzata “Re d’Italia” fu speronata e affondata. I marinai si batterono, gli ammiragli no.

Adua: 1° marzo 1896. La più pesante sconfitta subita da un esercito europeo in terra d’Africa. Come a Custoza le divisioni italiane avanzarono in colonne separate e non collegate, per un piano improvvisato dovuto alla fretta del generale Oreste Baratieri di fare “qualcosa” per evitare di essere sostituito. Sottovalutazione dell’avversario, scarsità di mezzi, debolezza dei militari di fronte alle imposizioni dei politici.

Caporetto: 24 ottobre 1917. Supponenza di molti generali (non di Luigi Cadorna), imprevidenza da parte del generale Pietro Badoglio, carenza di comunicazioni, assenza di iniziativa individuale. La 2a armata era un gigante paralizzato incapace di agire e decidere.

Tutte queste cause, come si vede hanno a che fare principalmente con un sistema di comando e, ancor più, di educazione. A volte mancano i mezzi per raggiungere il risultato (Adua) ma anche dove vi sono (Caporetto) manca la testa. Eppure, ogni volta si ributta la questione sugli italiani che non si battono.

La stessa cosa vale per le vittorie. Non comprendendo i fatti si ricorre a parole magiche come “fortuna” o “morale” che pure contano molto ma non sono tutto. “Agite e Dio agirà: gli uomini combatteranno e Dio darà la vittoria” diceva Santa Giovanna d’Arco. Analizziamo allora due vittorie del giugno 1918: l’impresa di Premuda nel corso della quale due motoscafi armati di siluri affondarono la corazzata “Santo Stefano” e la battaglia del Solstizio.

La notte del 9 giugno 1918 due motoscafi anti-sommergibili comandati rispettivamente da Luigi Rizzo e da Giuseppe Aonzo uscirono in perlustrazione per esplorare l’Adriatico a caccia di campi minati austriaci. Rizzo e Aonzo individuarono un passaggio nel campo minato al largo dell’isola di Premuda e, con spirito d’iniziativa, decisero di restare in agguato in attesa del passaggio di qualche nave da attaccare. Alle tre di notte, quando ormai stavano per tornare alla base videro passare niente meno che la flotta imperiale al completo (fattore fortuna) che si dirigeva verso il Canale d’Otranto. Immediatamente decisero l’attacco verso le corazzate “Santo Stefano” e “Tegethoff” (fattore audacia). Sfruttando la piccolezza e la velocità delle imbarcazioni, evitarono le torpediniere di scorta e tirarono i propri siluri. Quelli di Aonzo colpirono la “Tegethoff” ma non scoppiarono (fattore sfortuna) ma quelli di Rizzo determinarono l’affondamento della “Santo Stefano”. Rizzo, inseguito da una torpediniera, adoperò una bomba di profondità che asportò la prua alla nave avversaria (fattore inventiva) permettendo un ritorno trionfale alla base del lazzaretto di Ancona.

Molto più complessa un’analisi della battaglia del Solstizio, che coinvolse praticamente tutto il fronte italiano, dal Tonale al mare. Ancora una volta la differenza venne data dalla capacità di analisi dei rispettivi comandanti su quelle che erano le potenzialità dei propri eserciti. Un’analisi mai facile perché si rischia sempre di chiedere troppo o troppo poco. Il generale Armando Diaz, che aveva rimesso in efficienza l’esercito italiano, subì forti pressioni da parte dei francesi per un attacco italiano sul Piave e sul Grappa ma, ben sapendo dell’imminente offensiva austriaca, resistette sapientemente senza cedere ma senza respingerle con veemenza come avrebbe fatto Cadorna. La differenza tra un napoletano e un piemontese si vide anche in questo.

L’operazione “Lawine” nel settore del Tonale doveva essere solo dimostrativa e fu un netto insuccesso austriaco dovuto alla forte presenza di truppe italiane pronte per un’offensiva. Fortuna, dunque. Ma l’attacco sull’Altipiano dei Sette comuni (operazione “Radetzki”) fu assai più impegnativa e intrapresa con mezzi adeguati. Ma qui vi era il generale ebreo Roberto Segre, uno dei massimi esperti mondiali di artiglieria, che convinse il generale Montuori ad effettuare un tiro di controbatteria preventivo, senza aspettare l’inizio del bombardamento avversario. Va detto che gli italiani erano stati ampiamente informati dai disertori dell’esercito imperiale di giorno e ora dell’attacco in modo inequivocabile. Ma solo sull’Altipiano Segre ebbe l’inventiva e Montuori il coraggio di cambiare le regole del gioco, infliggendo da subito perdite terribili alle truppe austriache. L’operazione “Radetzki” sul Grappa fu ugualmente stroncata dopo appena un giorno di combattimenti, sia pure dopo aver perduto qualche posizione. Anche qui il tiro di controbatteria italiano e i formidabili lavori difensivi condotti sul Grappa fecero la differenza: tecnica quindi, e duro lavoro condotto per mesi, non fortuna, non lo “stellone d’Italia”.

Ben diversamente le cose andarono sul Piave dove, nei mesi precedenti, gli italiani avevano adottato contromisure fantasiose. Racconta Fritz Weber nel suo Tappe della disfatta che una sera sentirono cantare gli italiani dall’altra parte del fiume. Poiché il coro proseguiva cominciarono a tirare qualche colpo d’artiglieria per farli smettere, senza successo. Dopo qualche ora, individuato il gruppo di cantanti una salva d’artiglieria ben aggiustata fece una strage tra i coristi. La mattina dopo gli austriaci scoprirono che il coro notturno era servito a coprire il rumore dei martelli che piantavano reticolati sotto la superficie del fiume. Quando gli austriaci cercarono di varcare il fiume pagarono caro quel concerto. Ma anche con questi accorgimenti l’attacco austriaco fu di una potenza devastante. Il Montello fu quasi interamente conquistato da una magistrale operazione congegnata dal generale Goiginger mentre il generale Pennella, comandante dell’8a armata, aveva perso completamente il controllo della situazione. Sul basso Piave gli austriaci riuscirono a costituire una estesa ma non profonda testa di ponte. Le perdite italiane, soprattutto in prigionieri furono molto elevate, pari a 50mila uomini, mentre sul Grappa erano state nulle. Purtroppo per gli imperiali tali successi non poterono essere alimentati perché le risorse disponibili erano state destinate alla fallimentare offensiva sul Grappa voluta da Conrad e la conseguenza fu il ritiro delle truppe austriache sulla riva sinistra del Piave e una sconfitta che spezzò la schiena all’esercito imperiale. 

Ed è questo il punto centrale della battaglia del Solstizio. A fronte di una organizzazione logistica perfetta da parte degli italiani, gli austro ungarici dispersero le proprie già scarse risorse suddividendole tra Grappa e Piave e tra Conrad e il generale Boroevic, attaccando dappertutto e dappertutto venendo respinti. E la responsabilità maggiore di questo catastrofico errore risiede nelle debolezza di carattere dell’imperatore Carlo, inadeguato rispetto a un compito incredibilmente difficile come quello di mantenere l’unità dell’Impero. Non si può essere, perciò, troppo severi nei confronti dell’imperatore, salito agli onori degli altari per la sua pietas anche se, a dirla tutta, la sua ricerca della pace non comprendeva una pacificazione con l’Italia che era l’acerrima nemica dell’Impero. Gli italiani, dovrebbero, invece, ringraziare il feldmaresciallo Conrad per i suoi catastrofici errori  senza i quali forse l’Italia avrebbe perduto la guerra. C’è da notare che, di recente, la figura di Conrad è stata demitizzata in Austria e riportata alla sua reale dimensione di “solennissima ciolla”, come direbbe un Cadorna, che gli pertocca quant’altri mai. Gli italiani, all’opposto, dovrebbero rivalutare, sia pure con moderazione, qualche generale a partire dal generale Alfredo Dallolio, superbo organizzatore dello sforzo bellico: un’organizzazione e un rigore  di cui furono capaci i governi liberali e che mancò totalmente alla dittatura di Mussolini. Ma questa è un’altra storia.

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