LETTURE/ Heidegger e l’Evento, “parola guida del mio pensiero”

- Eugenio Mazzarella

Pubblicato solo nel 2009, “L’Evento” di Martin Heidegger è disponibile dall’anno scorso anche in traduzione italiana. Una “parola guida” del suo pensiero. EUGENIO MAZZARELLA

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Martin Heidegger (1889-1976) (Foto dal web)

Pubblicato solo nel 2009, L’Evento, uscito lo scorso anno in italiano per l’eccellente cura di Giusi Strummiello per l’editore Mimesis, fa parte della serie di sette trattati esoterici, inaugurata dai Contributi alla filosofia (Dall’evento), in Italia editi da Adelphi, e certamente di questi trattati, con i Contributi, rappresenta il testo più rilevante nello stesso giudizio di Heidegger (che questi trattati volle postumi), se in due testi fondamentali di quelli editi in vita, essoterici, nella Lettera sull’umanismo e in Identità e differenza, non mancò di segnalare, a futura memoria evidentemente, che “Evento (Ereignis) dal 1936 — l’anno dei Contributi — è la parola-guida del mio pensiero”, e “La parola evento (Ereignis) deve ora parlare come parola guida al servizio del pensiero”. 

Affermazioni che — nel velenoso dibattito apertosi con la pubblicazione dei Quaderni neri — danno ragione a von Hermann, su espresso lascito di Heidegger curatore delle edizioni, per il quale Contributi e L’Evento, nel complesso dei sette trattati esoterici, sono innanzi tutto essi stessi la prova filologica e speculativa dell’insussistenza della tesi che il controverso rapporto di Heidegger con il nazionalsocialismo sia traducibile in un antisemitismo istoriale, che inficerebbe in radice la stessa dignità filosofica della “questione dell’essere”. Che cioè in realtà il pensiero dell’evento, che traversa tutti e sette i trattati e le annotazioni filosofiche, politiche, sociali, accademiche, raccolte nei Quaderni neri, non questo attesta, ma piuttosto l’emergere di un’ulteriore esperienza fondamentale, di enorme portata lungo il percorso filosofico di Martin Heidegger, dopo quella della scoperta in Essere e tempo della storicità dell’Esserci nelle sue possibilità esistenziali. 

E cioè l’esperienza della storicità dell’essere stesso, che irrompe nella Seinsfrage nel 1930, con la conferenza del 1930 Dell’essenza della verità e al netto dell’interludio accademico-politico negli anni a cavallo del rettorato (1932/33) inaugura una prospettiva di pensiero storico-ontologico che sostanzierà tutti i 29 corsi di lezione tenuti a Friburgo da Heidegger a partire dal 1930, e le cui compiute fondamenta sono già da rintracciarsi — dal 1936 — nei Contributi alla filosofia (Dall’evento). Trattato, che apre una nuova via di elaborazione della questione dell’essere, che non comincia come la prima via di Essere e tempo con un’analitica ontologico-esistenziale della comprensione dell’essere da parte dell’esserci, bensì con la storicità dell’essere nel suo insieme, in una verticalizzazione “trascendente” come accadere destinale dell’Essere, che, accadendo, mentre si dà quanto a sé si sottrae, restando lo Sconosciuto (da pensare e che dà a pensare) della storicità orizzontale-trascendentale in cui era visto radicato l’esserci nell’analitica esistenziale di Essere e Tempo.

A questa “verticalità” ontologica il trattato su L’Evento dà il suo compiuto lessico ontologico, a cominciare dalla parola Ereignis, per i vari modi dell’essenziarsi dell’evento nei suoi fondamenti e rapporti storico-destinali. Un lessico cui Heidegger attingerà per i grandi saggi a partire dagli anni 50, quando, depurandosi questo lessico dall’ipoteca speculativa gnostica che lo grava (una gnosi negativa che coinvolgendo nel suo giudizio nichilistico la totalità dello storicizzarsi concreto dei modi dell’essere — l’uomo e la tecnica, il mondo del calcolo e della potenza, l’intero dell’evo “moderno” del soggettivismo metafisico nelle sue radici ontoteologiche greco-cristiane), la “questione dell’essere” a partire dall’Essere, dal suo darsi, dalla sua (per noi) gratuità necessaria, saprà ritrovare una dicibile, argomentabile concretezza storica, sia pure nelle sue radici “metafisiche”, come “questione della tecnica”. Una questione che ancora ci interpella, nel modo in cui è stata posta, e che non ha ancora esaurito la sua forza euristica per capire l’epoca (e il suo destino), che noi uomini della tecnica viviamo. 

Un trattato in cui il lettore esperto, dietro la difficoltà linguistica, benissimo affrontata dalla curatrice italiana, troverà la cassetta degli attrezzi linguistici e speculativi di cui si servirà quello che, dopo la pubblicazione dei trattati storico-metafisici e dei Quaderni, comincia a definirsi come il “terzo” Heidegger, o il veramente “secondo”, quello che ci serve con il “primo” Heidegger, quello dell’analitica esistenziale, per intendere ancora l’inesaurita grandezza del pensatore di Messkirch. 

In questo senso, un contributo prezioso, questo volume, a ridare a Heidegger, nel depistaggio filosofico di tanta parte del dibattito aperto dalla pubblicazione dei Quaderni neri, quel che gli resta dovuto quanto a “reputazione” filosofica, a capacità di portarci a “pensare”.

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