NOTTE DI SAN LORENZO/ Noi e quelle stelle lassù, un solo mistero grande

Stanotte molti volgeranno il naso all’insù per vedere qualche stella cadente. Non è chiaro il nesso tra san Lorenzo martire e le stelle. Forse però si può immaginare. LAURA CIONI

10.08.2018 - Laura Cioni
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Stelle cadenti, pronti per la Notte di San Lorenzo

“Dio ama chi dona con gioia”. Questa espressione di san Paolo ai Corinzi la liturgia odierna dedica a san Lorenzo, martire a Roma nel terzo secolo. E’ una espressione che anche don Giussani amava ripetere, in latino: “Hilarem datorem Deus diligit”, diceva ai suoi studenti della Cattolica, entrando di fretta nel primo chiostro per raggiungere l’Aula Magna in cui si svolgevano le sue seguitissime lezioni.

Il santo che oggi la Chiesa onora è legato a una data che collega il fenomeno delle stelle cadenti, particolarmente visibili in questo periodo, a una nota poesia di Pascoli: “San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle / per l’aria tranquilla arde e cade / perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla”. La storia dell’uccisione del padre di Pascoli, avvenuta proprio in questo giorno, è presente agli italiani di una certa generazione fin dalla scuola elementare. Il fenomeno delle stelle cadenti sarebbe per il poeta il pianto del cosmo sulla terra “atomo opaco del male”. 

Quale sia il nesso tra la convinzione del poeta e il commento della liturgia al martirio di Lorenzo, quale sia il legame tra il guardare le stelle e l’esprimere un desiderio non è facile dire. Ma certo tra il cosmo e la storia, tra l’Infinito e il Male, si può ipotizzare a ragion veduta un legame che va oltre l’analogia poetica.

Ancora san Paolo scrive ai Romani che “la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” aspettando di “entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”: per l’apostolo la natura compiange il dolore degli uomini, partecipa al loro travaglio, ben oltre l’indifferenza ostile di leopardiana memoria. E’ possibile guardare le stelle, così lontane e fredde, con la consapevolezza che qualcosa ci unisce a loro. Non solo la conoscenza scientifica del cosmo sempre più evoluta, non solo l’astrologia che l’ha preceduta, non solo i miti antichi che hanno dato il nome alle costellazioni, non solo l’osservazione del cielo per la navigazione. Non solo l’utilità.

Soprattutto la gioia di essere parte piccolissima di un mistero grande, al quale offrire il tributo di una dedizione ammirata e perciò commossa. Forse questo pensiero collega alle stelle il sangue sparso nel martirio, nell’assassinio, nelle disgrazie che continuano a provare la nostra terra. La gioia sgorga dal dolore, non è a buon prezzo. E’ cara: costa talvolta il sacrificio della vita, spesso quello di una ricerca incessante, più sovente ancora quello della vita quotidiana nella sua pazienza e nella sua opacità. Ma premia chi la persegue con il bagliore di una conferma, con l’ardore di un corpo bruciato per amore o con la serenità in cui traluce la sua grazia.

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