CARRON/ Giobbe, la risposta al dolore è un volto concreto, un amore

Ieri al Meeting di Rimini si è tenuto un incontro dedicato alla figura di Giobbe con Julián Carrón, Salvatore Natoli, Mario Melazzini e Monica Maggioni. FERNANDO DE HARO

21.08.2018 - Fernando De Haro
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Julián Carrón (Foto dal web)

È stato, mio caro, il ritorno a una terra mai visitata, quella della ragione che abbiamo sempre detto di amare. Non c’è bisogno di altra immagine per raccontarti la lettura che Julián ha fatto del libro di Giobbe al Meeting. L’immagine di un viaggio di ritorno in un paese che non abbiamo visitato. Perché mio caro, dobbiamo riconoscerlo, tu ed io, così uguali in molte cose e così diversi, quando arriva il dolore, quando arriva il male, ci ritroviamo esiliati, orfani. Il dolore che abbiamo vissuto negli ultimi anni, dobbiamo riconoscerlo, ci ha colto smarriti, ci ha trovato astratti, ci ha lasciato spesso soli.

Non è stata, mio caro, una lezione. La giornalista Monica Maggioni, che ha nel sangue il buono della televisione e che ha guidato l’incontro, ci ha fatto percorrere il libro di Giobbe, i milioni di Giobbe che popolano il mondo, attraverso foto, musica e un dialogo vivissimo. Il canto della siriana Mirna Kassis, la sua voce dolce e tragica, mi ha ricordato la madre che ha perso suo figlio nel bombardamento di Damasco, quella che è stata rapita a Homs dall’Isis, la giovane sposa di Malula che era sul punto di diventare vedova. Ti ricordi, mio caro, del genocidio che abbiamo visto con i nostri occhi? Ti ricordi il pianto degli innocenti, di Aleppo devastata? Sul suolo siriano, la stessa domanda suscitata dalla Shoah. La stessa domanda suscitata dai nostri dolori, quei piccoli e grandi genocidi, mio caro, di cui tu ed io non abbiamo nemmeno osato parlare. La stessa domanda: ma tu, Dio, dove sei? Ci sei? Perché sta succedendo tutto questo?

Il filosofo laico Salvatore Natoli, che ha letto con Julián il viaggio di Giobbe, ha evidenziato che la domanda a un Dio che sembra ingiusto nel tollerare il male vuol dire essersi già messi in cammino. Perché gli antichi consideravano il male come parte della natura. Ci sono le montagne, ci sono i fiumi, e c’è anche l’ingiustizia, la sofferenza: le cose sono così, pensavano gli antichi. Quando l’ho sentito, mio caro, ho pensato che noi moderni siamo come gli antichi. Perché per te e per me, per credenti e non credenti, il Mistero è così astratto che non esiste più oppure è una formula catechetica. E quando arriva la zampata della prova, noi rimaniamo spesso soli, con una domanda retorica, zittita dall’etichetta dello gnosticismo o della sana dottrina. “Nel momento della prova appare ciò che definisce la vita”, ha detto Julián.

Davvero, noi moderni, tu ed io, quando è arrivata la prova ci siamo arrabbiati, abbiamo chiesto, abbiamo pianto, invocando quel Dio di cui parliamo così tanto per difenderlo o per attaccarlo? Questo esilio, mio caro, è l’esilio che Julián ha reso manifesto. Era strano, perché nel sentirlo parlare c’era uno già in cammino. “Giobbe chiede a Dio perché gli fa accadere ciò che gli capita perché non vuole perderlo”, ha aggiunto Natoli.

Noi, mio caro, abbiamo sempre voluto essere razionali. Per continuare a esserlo, per continuare a farsi domande, ha detto Julián, bisogna essere fedeli a ciò che si è vissuto, con la fiducia che dominava il popolo di Israele. Quelle erano persone razionali, avevano l’esperienza di una positività totale, non potevano essere manichei. Noi, a forza di voler essere razionali, siamo diventati astratti, così astratti che dopo il terremoto di Lisbona (non è stato certamente il primo terremoto della storia) ci siamo lasciati dominare dal sospetto. Dal momento che Dio non ha risposto con un algoritmo, Dio non esisteva oppure era stupido. O peggio, era una fonte parziale di consolazione spirituale parziale.

Ho capito, caro mio, ascoltando Julián e il dottor Melazzini (che ha una malattia degenerativa), che non osiamo, come ha fatto Giobbe, chiamare in causa Dio perché ci manca l’amore per la ragione. Alla ragione, non alla tua ragione o alla mia. Melazzini, con un filo di voce — è su una sedia a rotelle — ha raccontato di aver pensato all’eutanasia. Ha raccontato come, per amore della ragione, “si è misurato con gli indicatori”. Ha letto il libro di Giobbe, è tornato sulle montagne che amava. Fino a quando non ha scoperto che di fronte alla zampata del dolore, la cosa essenziale è uno sguardo. Dio ha risposto a Giobbe, come al dottore, mettendolo davanti alla totalità della realtà. Una realtà imponente, grande: il mondo creato. Così cambia la misura. È stato questo, ha raccontato lui stesso, a far sentire Melazzini accompagnato, a fargli conoscere chi è Dio.

“Ma è sufficiente l’imponenza della realtà davanti a un cuore lacerato?”, si è chiesto Julián. Non c’è nulla di automatico. “Il dolore è una provocazione alla libertà perché si apra a una positività che non può essere soppressa”, ha risposto. Si tratta di comprovarlo. Occorre verificare se nel più forte dolore è possibile sentire più vicina, più forte, la mano che ti sostiene, che ti accompagna, che ti accarezza con tenerezza. La risposta a questo dolore, mio caro, che a te e a me così tanto scandalizza, è un volto, un amore. Così concreto? Così concreto, segnala Julián. Mio caro, abbiamo sempre voluto essere razionali: lo saremo fino in fondo? Cercheremo instancabilmente questa mano?

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