LETTURE/ Da Urkesh (Siria) a Domodossola, così l’archeologia fa politica

- Giorgio Buccellati

Al Meeting la mostra “I millenni per l’oggi” racconta come il progetto archeologico di Urkesh (Siria) abbia una notevole rilevanza sociale per le popolazioni locali. GIORGIO BUCCELLATI

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Il coro dei ragazzi siriani sulla scalinata del tempio di Urkesh

Nella terribile guerra che ha devastato la Siria, l’archeologia si è trovata a svolgere un ruolo che non aveva mai avuto e per la quale non è stata preparata. La sistematica devastazione del patrimonio archeologico da parte del sedicente Stato islamico e la ferocia verso le persone e le istituzioni che stavano difendendo questo patrimonio hanno avuto un forte impatto sulla nostra psiche. Ma ancora di più, come è ovvio, su quella dei siriani, che sono stati gravemente colpiti da questa guerra.

Se gli estremisti possono mirare esplicitamente a ridurre il valore dell’archeologia, dobbiamo chiederci: come possono gli archeologi, al contrario, far emergere questo valore nella consapevolezza di coloro che vivono nel territorio? Durante gli ultimi sette anni di guerra, il nostro progetto ha sviluppato un programma del genere in un modo unico e ha generato una risposta sorprendente per intensità e ricchezza di spunti innovativi. Un sito che fu una delle prime città della storia, la cui popolazione scomparve del tutto circa 3mila anni fa, e che era rimasta completamente nascosta nella matrice del suolo fino a quando gli scavi non cominciarono a riportarlo alla luce, è diventato un simbolo forte in grado di unire comunità molto diverse tra loro. Com’è potuto avvenire?

Presentare il caso specifico di questa antica città, Urkesh, e l’impegno degli archeologi a rendere viva la presenza delle popolazioni locali oggi, significa andare oltre l’interesse episodico di un caso particolare, per quanto interessante. Significa evidenziare il nuovo ruolo che l’archeologia deve giocare nel grande teatro del Vicino Oriente. Serve a mostrare come dobbiamo prestare più attenzione ai valori ideali della vita, con un approccio che il sedicente Stato islamico ha saputo sfruttare al massimo: in che modo la cultura, e l’archeologia in particolare, possono essere una forza trainante nella costruzione di un senso di identità forte e duraturo anche là dove il tessuto sociale contiene elementi ineludibili di eterogeneità?

La consonanza fra il tema del Meeting e il nostro progetto si è imposta da sola, quasi avessimo lavorato durante questi ultimi anni proprio in funzione di questa mostra, di questo Meeting. Il sito come tale rimane al centro del progetto, non è uno spunto per fare qualcos’altro. Rimanendo fedele a se stesso, la mostra ci dice come il sito proponga dei valori che sono stati assimilati in modi originali dalle varie comunità locali.

L’impegno della missione di conservare l’architettura esposta e di spiegarne il significato è il punto di partenza per una serie di iniziative che illustrano un volto della Siria di oggi ben diverso da quello che conosciamo fin troppo bene dai media. C’è un turismo intenso, di famiglie e di visitatori quasi esclusivamente locali, e che include scuole e universitari. C’è un impegno a sviluppare in maniera capillare una maggiore consapevolezza per l’importanza di conservare il patrimonio culturale e il paesaggio – attraverso conferenze nelle case e nelle scuole dei piccoli villaggi attorno al sito. C’è la proposta delle donne che offrono prodotti artigianali come bambole e vestiti che si inseriscono nell’alveo delle tradizioni locali, in vista di un progetto di sostenibilità economica per il futuro.

Il progetto più recente e più commovente è quello che ha messo in collegamento una scuola media siriana della zona del sito con una controparte italiana, nella città di Domodossola, in cui ragazzi e ragazze si sono cimentati in una serie di scambi di temi, culminati con degli incontri telematici in cui si sono confrontati faccia a faccia sul significato più profondo che il passato può avere per loro. Inaspettatamente, la musica ha assunto un ruolo centrale in questi scambi. Nella stanza finale della mostra i visitatori sentono prima un audio di un brano musicale composto dai ragazzi italiani, che offre la loro interpretazione della tragedia siriana, e i ragazzi siriani ci offrono, come risposta, un video in cui una trentina di loro si esibisce in uno straordinario concerto sulla grande scalinata monumentale del tempio datato al 2600 a. C.

Per sentire la musica e per avere ulteriori notizie sarà possibile accedere, alla fine del Meeting, al sito www.avasa.it.

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