LETTURE/ Tucidide, la difficoltà di raccontare le cose come stanno

Nell’epoca attuale, disancorata e liquida, è quanto mai necessario conservare dei legami con il passato. La lezione di Erodoto, Tucidide, Polibio

11.01.2019 - Giulia Regoliosi
Antico tempio greco a Rodi (Pixabay)

Il fatto che dalla maturità 2019 non ci sarà più la traccia di storia fra le prove d’esame ha suscitato sconcerto e preoccupazione tra gli studiosi di storia. Il ministero tramite i suoi ispettori  ha tentato di evitare la polemica spiegando che la prova d’italiano non implica la verifica di conoscenze in altri settori, ma resta il dubbio che la storia non interessi più i signori della scuola: del resto la soppressione di un’ora al biennio delle superiori e le svariate ipotesi di riforme di ogni genere che si sono succedute per decenni sottintendevano per lo meno un imbarazzo, se non un’ostilità, nei confronti della storia. Eppure nella nostra epoca attuale, disancorata e liquida, è necessario conservare dei legami con quanto ci ha preceduto e formato.

Sembra importante dunque riandare alle origini, ai Greci che hanno non solo introdotto la prassi, ma la teoria e il perché della storia. Siamo nel V secolo a.C.: un avventuroso viaggiatore, un greco dell’Asia Minore, così sintetizza il contenuto della sua opera: “Questa è l’esposizione dell’indagine personale di Erodoto di Alicarnasso, affinché le cose umane col tempo non svaniscano”. Aggiungerà altre motivazioni, ma la prima ci sembra essenziale: il conservare la memoria, sottraendola al tempo; e insieme è definito il doppio lavoro dello storico: l’historìe, l’indagine fatta da sé, coi propri occhi (la parola è formata dalla radice del vedere), e la sua trasposizione in parole per essere comunicata, perché la conservazione della memoria sia non solo del ricercatore, ma diffusa e resa pubblica.

Più giovane di qualche decennio, un ateniese, Tucidide, approfondisce la teoria della storia, le motivazioni e i problemi di metodo. In polemica col predecessore, che aveva esposto in conferenze molto apprezzate le parti più affascinanti dell’opera, Tucidide afferma con severità lo scopo del suo lavoro: “Sarà sufficiente che quanti vorranno indagare la chiarezza di ciò che è accaduto e di ciò che ancora di nuovo potrà accadere, uguale o simile, secondo la natura umana, giudichino utile tutto questo: è composto come possesso perenne, non come un’esibizione da ascoltare al momento”. 

Ktéma…es aiéi, “ciò che si è acquisito in vista di sempre”: la conservazione della memoria, già idea chiara in Erodoto, qui si precisa secondo la concezione che la natura umana abbia delle costanti di comportamento e di reazione che lo storico può indagare e trasmettere, nel caso si verifichino situazioni simili. Soprattutto chi è al governo della città e dell’esercito deve trarne una capacità previsionale, esplorare il cuore dell’uomo e la psicologia delle folle: ne è un tragico esempio la circostanza dell’affluire indiscriminato in Atene di genti del contado durante la peste, circostanza imprevista e a cui nessuno pensa di porre rimedio.

Indagare la chiarezza di ciò che è accaduto è un compito arduo, e Tucidide ne è cosciente. Il metodo d’indagine sembra chiaro: non informarsi dal primo venuto né esporre le proprie opinioni, “ma esporre i fatti a cui io stesso ero presente o esaminare ciascuno fra quelli riferiti da altri con la maggior cura possibile. Ma anche così è difficile, perché i presenti ad ogni fatto non dicevano le stesse cose, ma a seconda della parzialità o della memoria”. La precarietà delle testimonianze anche oculari, soggette a deviazioni volontarie o involontarie, è il limite di ogni opera storica, ma non impedisce un serio lavoro critico, conferisce solo allo storico consapevolezza e senso del limite.

Già Erodoto aveva introdotto il concetto di causa nell’esporre il contenuto della sua opera: le lotte fra Greci e Persiani “e le cause per cui vennero a guerra fra loro”. Con Tucidide si pone la distinzione fra causa remota e causa immediata, occasione o pretesto; uno storico successivo, Polibio, riprendendo la distinzione di Tucidide introduce un ulteriore elemento, l’archè (“inizio”), che serve ad individuare, soprattutto in caso di eventi tragici come una guerra, a chi va fatta risalire la responsabilità di utilizzare le cause già esistenti e fare il passo definitivo. L’indagine sull’archè, ad esempio per la seconda guerra fra Romani e Cartaginesi dalla lunga e drammatica vicenda, comporta il giudizio su chi l’abbia in effetti voluta, chi ne sia ultimamente responsabile: e nel contempo toglie quanto di fatalistico, di inevitabile sembra esserci a volte nell’elencazione delle cause.

Erodoto, Tucidide e Polibio parlano soprattutto di guerre: ma c’è in ciascuno di loro una ricerca di equanimità nei confronti di popolazioni a cui non appartengono. Erodoto, greco di una colonia soggetta alla Persia, nel raccontare l’epopea delle guerre persiane esordisce dicendo di voler celebrare le imprese grandi e mirabili di entrambi i popoli. Tucidide è di parte ateniese nella guerra fra gli alleati di Atene e quelli di Sparta, ma riconosce gli errori e i torti della sua città; Polibio, ostaggio greco presso Roma, rimane affascinato dalle capacità politiche e militari della città in cui vive e ne studia e scrive vicende ed istituzioni con entusiasmo stupito. Lo storico cioè, anche quando direttamente coinvolto, sa riconoscere meriti ed errori, in nome di quella che il latino Tacito definirà cura posteritatis, “il servizio verso i posteri”.

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