DE GASPERI/ Dal Partito popolare all’Europa, le sfide di un politico laico e cristiano

Il documentario “Mio padre, Alcide De Gasperi”: il grande statista raccontato dalla figlia Maria Romana, in un documentario con di tante immagini private e inedite

18.01.2019 - Marialuisa Lucia Sergio
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Alcide De Gasperi (1881-1954) (Foto dal web)

Nel centenario della fondazione del Partito Popolare, Tv2000 ha presentato il documentario “Mio padre, Alcide De Gasperi” in anteprima nazionale lunedì 14 gennaio, nell’Aula Pia dell’Università Lumsa. Realizzato da Monica Mondo, per la regia di Maurizio Carta, il cortometraggio andrà in onda su Tv2000 sabato 19 gennaio alle 22.15.  Attraverso il racconto della figlia Maria Romana e il corredo di tante immagini private e inedite, il docu-film ci accompagna nel vissuto dello statista che ha ricostruito l’Italia e posto le basi dell’Unione Europea, alla scoperta delle sorgenti più intime e profonde dell’agire politico degasperiano, di una leadership caratterizzata da gentilezza e umiltà, con uno stile personale sempre dialogante e inclusivo, capace di affrontare le più aspre difficoltà del suo tempo col coraggio e la positività di una profondissima fede religiosa.

Alla base di tutta l’azione politica di De Gasperi vi erano infatti la profonda religiosità e la natura del credente, presupposto di ogni sua scelta. L’uomo di fede e l’uomo politico erano in De Gasperi un tutt’uno. È la sua spiritualità operante nella vita concreta il filo conduttore che tiene unita l’intera parabola esistenziale dello statista trentino fin dalle sue prime mosse: quando, da studente alla Facoltà di Lettere dell’Università di Vienna e successivamente consigliere municipale a Trento, provincia italofona del multietnico impero asburgico, forniva assistenza agli immigrati italiani o la sua mediazione sindacale a favore degli operai del legname in Val Di Fiemme; o ancora quando dovette riaffermare i valori del cattolicesimo democratico di fronte al fascismo nel corso del V congresso del Partito popolare a Roma dal 28 al 30 giugno 1925. In quell’occasione ricordò che per la concezione cristiana i diritti naturali della persona, della famiglia, della società vengono prima dello Stato e che è compito dei cattolici difendere lo Stato di diritto e la democrazia in nome della libertà della persona umana.

La dignità e la libertà della persona, la riaffermazione del principio della democrazia politica, la concezione laica e a-confessionale di un partito di credenti impegnati, la difesa dei diritti sociali, sono i valori essenziali della sua biografia umana e politica che De Gasperi non sarà disposto a svendere neanche nei momenti più drammatici della sua vita. Come sappiamo oggi dal diario inedito degli anni 1930-1943, quelli dell’esilio interno in Vaticano (edito da Il Mulino nel 2018, con prefazione di Maria Romana), De Gasperi pagò un prezzo altissimo alla sua coerenza e al suo antifascismo. Il suo patrimonio di valori non poteva infatti essere barattato con scelte opportunistiche o con facili compromessi, ma era anzi destinato a diventare lo schema fondante della sua azione di ricostruzione sociale e politica dell’Italia nel secondo dopoguerra.

La difficile esperienza del primo dopoguerra gli aveva insegnato come la mancanza di coesione sociale e l’instabilità delle istituzioni fossero state le cause dell’eversione antidemocratica e della violenza fascista. Preparatosi politicamente durante gli anni dell’esilio interno, De Gasperi seppe rispondere con sicurezza alle nuove minacce contro la democrazia. Fronteggiò la propaganda comunista con una politica di grandi riforme strutturali capaci di cambiare il volto sociale di un paese semidistrutto dalla guerra: riforma edilizia del 1949 che incrementava l’occupazione operaia e dava una casa a milioni di famiglie senza la sicurezza e la dignità di un’abitazione; la riforma agraria del 1950 che generò un nuovo ceto economico di piccoli e medi imprenditori e di cooperative agricole, prima c’erano latifondo e miseria; la riforma fiscale del 1951 con la perequazione dei divari sociali e regionali; l’istituzione dell’Eni nel 1953 e l’inizio di una politica di autosufficienza energetica per l’Italia; ecc.

Sul piano internazionale diede un contributo fondamentale alla creazione delle prime istituzioni comunitarie sovranazionali europee. Per De Gasperi la costruzione dell’unità europea non poteva rimanere un progetto da specialisti, incapace di suscitare l’adesione partecipata dei popoli europei. Coerentemente con questa impostazione, tutti i problemi irrisolti della politica europeista vennero ricondotti da De Gasperi alla necessità di una democratizzazione in chiave federalista dei progetti di unificazione comunitaria. Tale ambizione rispondeva in definitiva al desiderio di non limitare la costruzione europea alle sole regole tecniche ed economiche ma di dare un’anima all’Europa definendone “il carattere della comunità”. Nel ricevere, il 24 settembre 1952 ad Aquisgrana, il Premio Carlo Magno, sostenne la necessità di creare una mentalità europea: “Le istituzioni sopranazionali sarebbero insufficienti e rischierebbero di diventare una palestra di competizioni di interessi particolari, se gli uomini ad esse preposti non si sentissero mandatari di interessi superiori ed europei. Senza la formazione di questa mentalità europea ogni nostra formula rischia di rimanere una vuota astrazione giuridica”.

Del resto il suo europeismo nasceva soprattutto da una concezione profondamente cristiana dell’agire etico-politico. Egli era convinto, così come Schuman e Adenauer, che la comune eredità cristiana dovesse essere il fondamento dell’integrazione dei popoli europei e della costituzione di un’autorità sovranazionale in grado di esorcizzare per sempre il ritorno dei nazionalismi.

Molto opportunamente, il bel documentario di Monica Mondo conclude con le suggestive parole di Alcide De Gasperi davanti al Senato della Repubblica il 15 novembre 1950 (conosciute come il “Discorso ai giovani”): “Qualcuno ha detto che la federazione europea è un mito. È vero, è un mito nel senso soreliano. E se volete che un mito ci sia, ditemi un po’ quale mito dobbiamo dare alla nostra gioventù per quanto riguarda i rapporti fra Stato e Stato, l’avvenire della nostra Europa, l’avvenire del mondo, la sicurezza, la pace, se non questo sforzo verso l’unione? Volete il mito della dittatura, il mito della forza, il mito della propria bandiera, sia pure accompagnato dall’eroismo? Ma noi, allora, creeremmo di nuovo quel conflitto che porta fatalmente alla guerra. Io vi dico che questo mito è mito di pace; questa è la pace, questa è la strada che dobbiamo seguire”.

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