LETTURE/ Roth e Seymour Levov, così svaniscono i sogni di un’epoca

Il secondo volume dei Meridiani dedicati a Philip Roth contiene “American pastoral”, un grande affresco sul senso, perduto, della vita

30.01.2019, agg. alle 06:12 - Silvia Ballabio
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Philip Roth (Immagine dal web)

L’uscita a dicembre 2018 del secondo volume dei Meridiani dedicati al prolifico romanziere americano Philip Roth, scomparso nel maggio del 2018 all’età di 85 anni, dopo il primo dedicato ai romanzi della giovinezza nel 2017, consacra Roth anche per il mondo dei lettori italiani, offrendo loro nel secondo volume un’ampia selezione della sua produzione letteraria compresa fra il 1991-1997. A fine 2019 è  atteso il terzo volume che completerà la trilogia, comprendendo tutto l’arco della carriera di Roth, il quale  smise di scrivere nel 2010, annunciando il proprio ritiro ufficialmente nel 2012.  

Il secondo volume contiene American pastoral, il romanzo per il quale Roth vinse il Pulitzer nel 1997; è la storia di Seymour Levov, detto “lo Svedese”, un uomo di affari ebreo di Newark, New Jersey, che dalla vita ha avuto tutto: bellezza, carriera, soldi, una moglie, Dawn, ex miss New Jersey e una bambina a lungo desiderata, Meredith, Merry. La giovinezza e poi la maturità dello Svedese, laborioso, positivo, buono, persino innocente, realizzano quella “pastorale americana”, meritata e realizzata, che si concretizza in affari, salute, bellezza, famiglia: the American dream. L’America è quella  èdi Lyndon B. Johnson, nei turbolenti anni 60, con il peccato originale del fallimento, dell’errore e dell’insuccesso che si manifesta in Vietnam, ben lontano da Newark, e che in modi mai detti nel romanzo e quindi ancor più spaventosi perché non indagabili e contrastabili, riplasma la figlia dello Svedese trasformando la candida bambina che va alle sue bellissime lezioni di danza in un’adolescente ribelle.

Solo che questa adolescente ribelle non si limita a protestare nei cortei o a rifiutare il mondo perfetto, fin dall’inizio insidiato dal suo inguaribile balbettare, dello Svedese. Mette una bomba, anzi, più di una, ed uccide otto persone; la prima la mette proprio all’ufficio postale di Newark, nel bel mezzo della pastorale dove è stata generata e nutrita. Esplodono in Seymour il dolore, la confusione, la rabbia per il tradimento inspiegabile di una figlia verso un padre che se la ritroverà davanti lurida, magrissima, preda di una nuova follia pacifista dopo anni di oblio. E il padre non l’abbraccia affatto in una commovente riunione familiare; le grida contro e scappa, disgustato, perché la piccola Merry puzza da far vomitare.

Merry ha devastato e devasta quella pastorale tanto quanto le vite che spegne, e come arrivi a tale terrificante deflagrazione il narratore lo cela fra le pieghe dell’onnipresente coscienza dello Svedese, che non riesce ad accogliere dentro di sé il mistero di una figlia così diversa. La bellezza del romanzo, oltre che nel suo oscillare avanti ed indietro nella narrazione del tempo, sta proprio in questo radicare al suo centro un mistero che Roth, attraverso il suo alter ego Zuckerman, lascia avviluppare della sua nebulosità tutto il romanzo.

Lo Svedese, baciato dalla Vita, scopre che la Belle Dame sans Merci lo ha ingannato, anzi, che la bella signora altro scopo non ha se non l’inganno, che trasforma tutti in adulteri, lui e sua moglie Dawn, e i figli in assassini.

E di fronte a questo mistero, lo Svedese si carica di un senso di colpa che nessun genitore può umanamente evitare di provare, un je m’accuse che lo allontana da tutto e tutti e sopratutto da se stesso. Il romanzo si apre infatti con uno Svedese vecchio, risposato, con altri figli, che vuole incontrare un vecchio compagno, il narratore Zuckerman, “to tell you all”, come se neanche l’unica modalità di sopravvivenza  che ha trovato dopo Merry stesse in questo ricostruire una forma di vita – un nuovo matrimonio, nuovi figli – dove però manca una cosa: la pastorale, il sogno, la speranza, e la si deve cercare in un incontro con un ex compagno di scuola che dovrebbe aprirci a capire il perché di tanto fallimento, di tanta inutile ricostruzione.

Lo Svedese è un uomo moderno, tragicamente rappresentativo del tempo moderno: dopo un fallimento, si rimettono assieme i cocci della vita, ma non si recupera più l’inizio, fresco, innocente, perfetto, che appare, nella narrazione a zig zag, fin dall’inizio finto, illusorio, mentitore, e ancora più crudele perché così ardentemente amato e preso per vero e reale, non per lo Svedese giovane che lo sta vivendo, ma per lo Svedese maturo che vorrebbe condividere tutta la sua vita con Zuckerman, ma che in realtà non parla, non si racconta, lui che per tutto il romanzo non fa che parlare e pensare, in un eterno aggrovigliarsi. Non ci sono ragionamenti, spiegazioni, ragioni che possano essere detti ad un altro e che un altro possa condividere o rifiutare; si sta li seduti, come figure solitarie in un bar di Edward Hopper, e poi ci si lascia.

A Zuckerman resta il compito di “fantasticare”, cioè di narrare, quanto sia accaduto prima e dopo Merry, come se l’atto del narrare potesse restituire allo Svedese il mondo che ha perduto. Che questa narrazione non trovi riscontro in Seymour Levov, ormai uscito dalla scena anche se presente fino all’ultima pagina, non ha alcuna importanza nella lettura; in qualche modo narrare restituisce senso alla vita, anche nei termini dolorosi di colpa e caduta. Non importa che non si veda ancora la risalita, la risurrezione; che almeno la caduta sia, se non salva, sensata. 

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