LETTURE/ Il nuovo anno, la saggezza dei pagani e l’ombra della “polvere” che siamo

Tutte le lingue europee nella parola “anno” individuano un ciclo che si compie e si rinnova, secondo un’idea che rimanda al mondo precristiano

05.01.2019 - Moreno Morani
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Abside della Basilica di S. Apollinare in Classe (VI sec.) (Foto dal web)

Se osserviamo le parole usate nelle lingue europee per indicare l’anno possiamo ricavare alcune indicazioni interessanti sul sentimento con cui guardano il trascorrere del tempo gli antichi (ma anche i moderni, perché certi modi di pensare e concepire la vita rimangono costanti attraverso i secoli e le culture). La nostra parola anno si rifà al latino annus, che ha un corrispettivo soltanto in un’antica lingua germanica, il gotico aþnas: per queste parole i linguisti propongono una derivazione da una forma primitiva *atno-, a sua volta collegata con un verbo indiano (atati) che significa “volgersi”.

La percezione è dunque quella di un ciclo che si compie e si rinnova perennemente: l’anno è il momento in cui una fase astronomica o meteorologica si conclude e ne comincia un’altra, con una ripetizione costante e regolare del corso stagionale. Concezioni simili a questa sono molto diffuse, come si rileva anche dall’analisi delle parole per “anno” di altre lingue. La parola germanica (in inglese year, in tedesco Jahr, in svedese år) deriva da un antico *yōro-, dalla stessa radice della parola greca hōra (da *yōrā), che propriamente significa “stagione” (la parola è stata poi ripresa e fatta propria dal latino hora, che le ha conferito però un significato molto più ristretto: una determinata parte del giorno). In molte lingue il nome dell’anno si rifà ad antichi nomi di stagione. In antico slavo lěto significa “anno” (mnogaja lěta “molti anni”, formula di augurio che è anche diventata il nome di un gruppo musicale), ma oggi in russo la parola significa “estate”. Per “anno” si usa god, che nella fase più antica e in varie lingue slave designava periodi di tempo di varia lunghezza. Una fluttuazione ricorrente che mostra quanto fosse complicato e incerto il computo del tempo nell’antichità. Il passaggio dal nome di una stagione alla designazione dell’anno non si ha solamente in Europa: in varie lingue dell’India moderna e in persiano la parola usata per “anno” (sāl) indicava inizialmente l’autunno, e in altre lingue dell’India moderna si usa la parola che indica la stagione delle piogge (varṣa). Anche noi per indicare che una persona è anziana usiamo la perifrasi «ha visto tante primavere». In qualche lingua a designare l’anno si usano parole che in origine valgono genericamente ‘tempo’ (per esempio nel lituano metai “i tempi”).

In sostanza, sullo sfondo di tutte queste designazioni vi è un’idea di fondo che rimanda al sentimento di caducità che generalmente accompagna la visione dell’uomo nel mondo precristiano. “Anno” in greco si dice étos (da wétos) e in sanscrito vatsara: parole che trovano corrispondenza nel latino vetus “vecchio”: anno e vecchiaia fanno capo a un unico sentimento. Il collegamento può essere naturale in una società fondata sull’agricoltura o sulla pastorizia, perché vari animali a un anno possono essere considerati adulti o addirittura vecchi, ma facilmente si slitta da questa idea a una visione pessimistica. In polacco e in ceco “anno” si dice rok: la stessa parola ha assunto in russo il valore di “fato, destino”. Col concludersi dell’anno l’uomo si ritrova più vecchio e più prossimo a un termine che suscita angoscia e che viene riconosciuto come inevitabile. Un’idea espressa in termini letterari dal poeta latino Orazio, quando afferma (odi IV 7): “I danni celesti li riparano veloci le lune che si rinnovano: noi, una volta che siamo caduti là dove sono andati il pio Enea e il ricco Tullo e Anco, siamo polvere ed ombra (pulvis et umbra sumus)”.

Saggezza dei pagani, perennemente angosciati dal carattere effimero dell’essere umano: si contrappone il ripetersi inalterabile del ciclo astronomico, estraneo e indifferente alle difficoltà e ai dolori dell’umanità, alla breve e faticosa durata del nostro esistere. Ma anche la Chiesa ci ricorderà fra qualche settimana che noi siamo polvere e destinati a ridiventare polvere. Forse è proprio per questo, o per distrarci da questo, che la venuta del nuovo anno è salutata con botti fragorosi o con pranzi o, per usare le parole antiche della liturgia ambrosiana (tanto forti ed esplicite da sembrare inattuali), abbandonandosi alle orge sfrenate del demonio.

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