LETTURE/ L’inverno di Lutero ha battuto quello del Papa e di Betlemme

- Giuseppe Bonvegna

Lo sviluppo del cristianesimo, la Riforma luterana, la sconfitta dell’Invincible Armada, le favole di Andersen: tutto si tiene nell’ultimo lavoro di Alessandro Vanoli

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Nella Basilica della Natività, a Betlemme (LaPresse)

Lo sapevate che nel 399 a.C., a Roma, ci fu una nevicata che ricoprì la città di due metri di neve e il Tevere gelò per il freddo, mentre nel gennaio dello stesso anno, ad Atene, al processo per la condanna a morte di Socrate, accusatori e imputato vestivano di larghe tuniche e sandali? O che nel 1588 fu l’inverno a consentire a Elisabetta I Tudor di sconfiggere l’Invincibile Armada di Filippo II d’Asburgo al largo dell’Inghilterra? Questo, tra le altre cose, ci racconta Alessandro Vanoli nel suo recente volume dedicato a una storia dell’inverno: Inverno. Il racconto dell’attesa (il Mulino, 2018).

La stagione dell’“him” (radice indoeuropea che vuol dire “gelo”) ha mutato volto nel corso dei secoli: fino grosso modo all’epoca augustea (I secolo d.C.), a parte i greci (inclusi quelli della Magna Grecia), gli abitanti dell’Europa sentivano molto più freddo rispetto a noi oggi. Eppure fu nel clima della lunga estate greca a venire inventata, da “him”, la parola “cheimón”. Ma i latini (che non coniarono una nuova parola limitandosi a trasformare quella greca in “hiems”), dovettero, per far prosperare il loro impero, aspettare il declino dell’inverno: che cioè il clima diventasse più mite nel Mediterraneo settentrionale, in modo tale da rendere transitabili tutto l’anno i valichi alpini e da espandere la coltivazione della vite fino in Gallia settentrionale e in Britannia.

Il fatto allora che Gesù nacque poco dopo il solstizio d’inverno in un luogo non particolarmente freddo e in un momento in cui, anche nei luoghi freddi, il clima diventava progressivamente più mite ci fa capire come non fosse scritto da nessuna parte che il Natale dovesse finire per coincidere con l’immagine della neve e del camino acceso. Eppure le cose andarono così perché, com’è noto, il cristianesimo si sviluppò (anche) nel Mediterraneo centro-settentrionale e nel mondo trans-alpino: nel dicembre del 1076 papa Gregorio VII fu costretto dalla neve ad aspettare nel castello di Matilde di Canossa (sull’Appennino tosco-emiliano) l’imperatore Enrico IV di Franconia che calava dalla Germania per farsi togliere la scomunica.

Tanto più che, attorno al XV secolo, il clima ricominciò a diventare più freddo: i paesi mediterranei (come Spagna e Creta) inaridirono e, a nord delle Alpi, gelavano laghi e fiumi. La Riforma protestante fece il resto: imponendo, nella sua battaglia iconoclasta contro la Chiesa cattolica, i colori bianco e nero su tutti gli altri per la raffigurazione (e il vestiario) dell’inverno e del Natale. E tutto ciò nonostante il fatto che la prima rivoluzione nell’abbigliamento invernale era già avvenuta, a partire dal XIII secolo, con l’invenzione dei bottoni e l’utilizzo delle pellicce col pelo indossato all’esterno in funzione di abbellimento; o che la prima raffigurazione dell’inverno si trovava, dall’inizio del XIV secolo, nell’Allegoria del Buono e Cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena; o che ancora, in ambito medico, la prima innovazione dai tempi di Ippocrate la si deve, alla metà del XVI secolo, al veronese studioso di Avicenna Gian Battista Da Monte, inventore, nell’Ateneo padovano dove erano sopravvissuti gli studi su Aristotele, del primo laboratorio di anatomia per analizzare i corpi dal vivo. 

La storia dell’Età moderna è invece quella della vittoria, anche nell’immaginario collettivo dell’inverno e del Natale in Europa e nel mondo, di un modello estraneo alla sensibilità mediterranea, la quale esce quindi progressivamente sconfitta, nel confronto con il Nord, non solo sul piano linguistico ed economico-politico. All’interno dello stesso romanticismo nord-europeo, l’accento “moderno” di un Hans Christian Andersen (La regina delle nevi, 1844) prevalse su quello “classicheggiante” di un Goethe: il quale, nel dibattito di alcuni decenni prima sui “fiori di ghiaccio”, si era rifiutato di vedere negli arabeschi disegnati dal ghiaccio sui vetri delle finestre in inverno qualcosa in più oltre a una semplice imitazione minerale delle forme biologiche.

Quasi a voler dire che la realtà dell’inverno non può essere ridotta a ciò che l’uomo decide di percepire di essa, trasformandola a tutti i costi in un sogno bello, ma, in fin dei conti, finto. Stiamo parlando del “Natale delle candele accese, dei dolci della tradizione, del calore di un camino acceso, dei giocattoli sparsi sul pavimento” e dell’uso di spedire cartoncini d’auguri: usanze che cominciarono a mostrarsi solo al tramonto del Settecento (fino all’invenzione di Babbo Natale a metà Ottocento) “tra le famiglie borghesi del Nordeuropa” e (nel caso di Babbo Natale) anche degli Stati Uniti.

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