LETTURE/ Da Kafka a Stevenson, quelle rivelazioni letterarie di cui abbiamo bisogno

- Gabriela Soppelsa

La grande letteratura e la Bibbia hanno il potere di spiazzarci, proponendoci qualcosa di inaspettato per la nostra logica. E’ questione di “dettagli”

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Franz Kafka (1883-1924)

In un momento in cui molte librerie chiudono i battenti, non soltanto per l’effetto Amazon ma anche perché in Italia si leggono sempre meno libri, don Paolo Alliata propone senza temerarietà l’importanza della narrativa, attraverso diverse iniziative, perché, come lui stesso ha affermato, la narrazione è un’arma potentissima. La sua ultima iniziativa, intitolata “Dio ha creato gli uomini perché gli piacciono le storie”, è articolata lungo quattro incontri, di cui tre si sono già svolti e l’ultimo si terrà il 20 marzo a Milano presso la chiesa di Santa Maria Incoronata. Le serate sono state sapientemente bilanciate, due dedicate alla letteratura laica con l’intervento di due scrittori, e due all’Antico e al Nuovo Testamento, a cura di un biblista.

Alliata ha aperto la prima serata citando il regista americano Martin Scorsese. In una sua intervista a proposito del film Silence, tratto da un libro sulla vita dei missionari in Giappone nel milleseicento e del quale aveva comprato i diritti d’autore più di vent’anni prima, ha affermato: “Se guardo indietro, penso che questo lungo processo di gestazione sia diventato un modo di vivere con la storia e di vivere la vita – la mia vita – attorno a essa. Attorno alle idee che erano nel libro”. Anche Buzzati aveva affermato che Il deserto dei tartari era il libro della sua vita. Con questa apertura siamo stati immediatamente immersi nell’intensità della realtà narrativa: ci sono libri che ci accompagnano a lungo nel corso della nostra vita, a volte addirittura lungo tutta l’esistenza. E questo può valere non solo per lo scrittore, ma anche per il lettore.

Lo scrittore Alessandro Zaccuri ha continuato la serata parlando del suo racconto preferito, Giuseppina la cantante ovvero il popolo dei topi di Kafka, una storia di topi e canto. Sebbene poi abbia affermato che le storie nascono dall’esperienza (se così non fosse non ascolteremmo, non leggeremmo) e da una assenza (scriviamo sempre di ciò che ci manca, ciò di cui abbiamo nostalgia) non è chiaro come questa storia di topi potesse riscontrarsi con la sua esperienza. Di fatto con questa introduzione ci ha posto sul piano del simbolico e del mistero: vi sono cose che risuonano dentro di noi sebbene spesso non sia chiaro perché, come il fischio di Giuseppina, un fischio che risuona nel profondo, un dettaglio. E sono i dettagli che colpiscono, che ci coinvolgono nelle storie. Zaccuri ha parlato di Gesù, quando dice agli adulti che accompagnano la bambina appena risorta: “Datele da mangiare”. Ecco, questo è il dettaglio: inaspettato e avvincente allo stesso tempo, che si creda o meno nei miracoli.

L’importanza del dettaglio è stata ripresa anche nella serata successiva dedicata all’Antico Testamento, nella quale ha parlato il biblista Luca Moscatelli. Spesso gli autori nascondono nei dettagli delle verità che sono a venire. Talvolta questo avviene coscientemente – l’autore conta su un pubblico intelligente per percepirle – altre volte senza che l’autore stesso se ne renda conto e, in questo caso, lo Spirito Santo è all’opera. “C’è qualcosa di più grande tra di noi che ci fa fare e dire cose che sono di più di quello che pensiamo in quel momento di fare e di dire”. Quello Spirito che ci smuove dalla nostra sindrome dei canarini: nati in cattività, della gabbia non percepiscono la prigione, bensì la protezione contro il gatto che è fuori in agguato. Moscatelli ci ha ricordato che uscire dalla gabbia comporta la capacità di sopportare anche i momenti di smarrimento ed erranza, il saper stare nella provvisorietà della nostra conoscenza limitata.

L’idea dello “spostamento” il biblista l’ha proposta nell’incontro successivo dedicato al Vangelo. Ci ha ricordato come Gesù usasse prolificamente le parabole per comunicare concetti profondi ai discepoli e alle folle. Ci ha fatto notare come le parabole facciano leva su una costruzione precisa: ci portano “dentro” con un meccanismo in cui ci ritroviamo in un ambito familiare. Poi ci propongono qualcosa di “estraneo”, qualcosa di inaspettato per la nostra logica, ma se sappiamo ascoltare, possiamo essere trasformati. Le parabole hanno il potenziale di “spostarci”. La vita però ci pone tutti alla prova e Moscatelli ci ha ricordato con arguzia e sensibilità l’episodio di Gesù e la donna Cananea. Quando Gesù rifiuta inizialmente di guarire la figlia malata, lei riesce a farlo uscire dai suoi schemi, ricordandogli che anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Riesce a “spostarlo” dalla sua posizione iniziale.

Il narrare, dunque, come modo per discendere nel profondo attraverso l’ascolto di quella voce con la quale entriamo in risonanza, talvolta, attraverso un evento di cronaca o un sogno. Come ha raccontato Zaccuri, Robert Stevenson aveva scritto di getto Il dottor Jekyll e Mister Hyde, risvegliandosi da un sogno ma la moglie, al trovare il manoscritto, lo aveva distrutto. Stevenson, fedele alla sua voce, lo aveva riscritto e, così facendo, aveva testimoniato un aspetto che precedeva di alcuni anni la teoria psicoanalitica di S.Freud e di decenni, il concetto di “ombra” di C.G. Jung. 

In un’intervista il critico francese Patrick Kéchichian diceva: “Esiste una parte di letteratura che non è per niente cristiana ma che per me è altrettanto preziosa”. E aggiungeva più avanti: “In questo caso si è davanti a un altro tipo di rivelazione che non è per niente di tipo religioso ma che è profondamente umana e abbiamo bisogno di questa rivelazione. Niente, assolutamente niente della fede cristiana ci può consentire di fare economia su questa conoscenza dell’umano, del bene e del male che si trova nella psicologia dell’uomo. (…) Esiste anche uno spazio che è parallelo ed estraneo alla fede o, che a volte, è totalmente ostile alla fede e il nostro dovere di esseri umani è quello di conoscere anche questo spazio. Non dobbiamo chiuderci nelle nostre chiese e pensare che noi possediamo la verità e che questa manchi al resto del mondo. Essere cristiani significa precisamente essere molto più aperti”.

È questo il respiro più ampio elargito da don Alliata, con queste iniziative letterarie, anche a coloro che reputano non vi sia bisogno di aggiungere altro a quel libro più grande che è già stato scritto, la Bibbia. 

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