LETTURE/ Günther Anders, la “fine” dell’uomo sulla terra chiede risposte

È ancora possibile sostenere un prospettiva umanistica nell’epoca contemporanea e, in caso affermativo, in che senso? La risposta paradossale di Günther Anders

21.02.2019 - Sante Maletta
fecondazione_assistita_bioetica_legge40_web
Foto dal web

Alcuni interessanti suggerimenti ci possono venire dall’opera e dalla biografia di Günther Anders, filosofo tedesco di origine ebraica nato a Breslavia nel 1902 e morto novantenne a Vienna dopo aver soggiornato a lungo negli Stati Uniti nel periodo a cavallo della Seconda guerra mondiale. Un nome non molto popolare anche tra gli addetti ai lavori, noto soprattutto come marito della più celebre Hannah Arendt (un sodalizio umano e filosofico durato pochi anni) e come militante del movimento pacifista e anti-nucleare nel secondo dopoguerra.

Il titolo della sua opera più importante è assai significativo: L’uomo è antiquato (due volumi pubblicati rispettivamente nel 1956 e nel 1980). Il compito culturale oggi più importante è per Anders giustificare l’esistenza dell’essere umano sulla terra. Tale forma di antropodicea può venire considerata secondo due prospettive diverse ma complementari. Innanzitutto l’essere umano è responsabile delle due guerre mondiali, dei totalitarismi e dei campi di sterminio di vari colori politici, della diffusione degli armamenti nucleari e della crisi ecologica sempre più allarmante. Ma oggi la presenza umana sulla terra va giustificata in un nuovo contesto, quello determinato dalla Seconda rivoluzione industriale – all’interno di quella forma di turbo-capitalismo che non si limita a produrre merci ma che con esse produce anche, secondo le tecniche sempre più raffinate tipiche dell’industria culturale, i bisogni umani e quindi gli uomini stessi.

La conseguenza più importante dell’evoluzione socio-economica degli ultimi decenni è quindi identificata nel fatto che oggi l’essere umano tende a diventare un prodotto industriale. Non solo: poiché in esso permangono elementi non riconducibili alla sfera di una produzione totalmente pianificabile – il nascere e il morire, il possedere un corpo non indefinitamente malleabile, l’ostinarsi a pensare e riflettere in modo critico – l’essere umano si vergogna di sé di fronte alla tendenziale immortalità seriale delle merci e alla perfezione delle macchine. Anders usa a tal proposito una figura volutamente paradossale, quella della vergogna prometeica, il complesso di inferiorità che l’uomo produttore sperimenta di fronte ai suoi prodotti. Da questo punto di vista l’essere umano – come dice il filosofo sud-coreano Byung Chul Han – gioca il ruolo di organo genitale del capitale attraverso i suoi bisogni indotti e la sua ossessiva ricerca di benessere.

Il carattere fortemente pessimistico e volutamente paradossale di tale analisi possiede un valore apocalittico nel duplice senso del termine: essa rivela una condizione di cui normalmente non siamo consapevoli e allo stesso tempo chiama a una scelta radicale, capace di essere all’altezza degli “ultimi tempi” dell’umanità, che il nostro autore testimonia con la sua biografia e con la ricerca continua di casi storici, di storie di essere umani capaci di ritagliarsi uno spazio di riflessione critica e di responsabilità agita nelle scelte decisive della vita. Esempi forse residuali di un senso in grado di sostenere la presenza umana sulla terra.

L’articolo anticipa i temi che l’autore affronterà domani, 22 febbraio, nel secondo appuntamento del seminario“Dis-dire” organizzato da Prologos a Milano

© RIPRODUZIONE RISERVATA