LETTURE/ Greci e Romani, nella traduzione “vincono” i latini

- Stefano Arduini

Se la Grecia classica è monolingue, per i Romani tradurre è riscrivere i contenuti stranieri per riempire i vuoti del proprio sistema culturale

roma_colosseo_storia_arte_lapresse_2016
Il Colosseo (LaPresse)

Tradurre, come ho scritto più volte, non è una semplice questione di parole, ma riguarda il rapporto con l’altro, con ciò che è estraneo e straniero. Riguarda il modo in cui noi costruiamo la relazione cercando di comprendere l’altro in quanto altro o di appropriarcene adattandolo al nostro universo di riferimento. In questo senso, l’idea di traduzione che ci appartiene mostra nella carne dei testi qual è la direzione di questo rapporto e certamente dice qualcosa sulla nostra identità.

Ci sono culture impermeabili alla traduzione, perché immaginano la propria come il punto di riferimento indiscutibile. Per gli antichi Greci, ad esempio, l’idea di traduzione è praticamente inesistente fino all’età alessandrina quando, in un contesto ibrido e multiculturale, avverrà la grande impresa di traduzione della Septuaginta.

Ma la Grecia classica è monolingue, come scrive Barbara Cassin; invece di parlare la loro lingua i Greci fanno parlare la loro lingua per loro. Lo dimostra la terminologia usata che è generica e non tecnica: abbiamo ermeneuo, che tocca tre campi semantici, quello del dire, dello spiegare e interpretare e quello del tradurre. C’è poi metapherein, che significa “trasportare”, ma che sta anche alla radice del concetto di metafora e sul quale sarà poi creato il latino transferre. Si aggiungono pochi composti come metaphrazein (“parafrasare” e quindi in un certo senso “tradurre”) e metagraphein (“trascrivere”, ma anche “falsificare”). In questo senso per i Greci la loro lingua è logos, sia in quanto discorso che in quanto razionalità, e dunque le altre lingue sono “barbare”, incomprensibili e primitive.

Rispetto a questo rifiuto del plurilinguismo il contesto latino è del tutto diverso, se pensiamo che l’opera che inaugura la sua letteratura è l’Odusia di Livio Andronico. Lo capiamo dalla complessa terminologia riservata a questo concetto. Nell’età di Cicerone, per esempio, i termini sono: interpretor, exprimo, reddo, verto, converto, ma anche transfero, che si affermerà con maggiore forza nel II secolo.

Interpretare riguarda il contenuto, e mostra la sua ambiguità potendosi intendere tanto come “tradurre” quanto come “interpretare”. Exprimere vuol dire “modellare”, “fare un calco”, e si riferisce alla traduzione letterale, una copia fedele del modello. Reddere è un termine che riguarda lo scambio: dare qualcosa in cambio di altro, è dunque una metafora economica. Traducere, destinato a fortuna nelle lingue romanze, non ha mai assunto nell’antichità e nel Medioevo il significato moderno e ha una storia più recente e umanistica come ha mostrato Folena. Vertere o convertere significa voltare il contenuto di un’opera da una forma linguistica a un’altra, cercando di tenere assieme il contenuto greco con la forma latina. Vertere è un gesto che mostra come del senso possa esistere un altro lato che gareggia con il modello greco.

Tuttavia il fatto che il tradurre si presentasse come vertere ci rivela una precisa idea di come la cultura latina entra in relazione con le altre. I Romani non rifiutano il rapporto, riconoscono la diversità, ma si tratta di una relazione in cui l’altro viene utilizzato per poter costruire una propria identità. È la traduzione intesa come modo per portare qualcosa di nuovo alla propria lingua, correndo il rischio di prestiti e calchi.

Cicerone nel De finibus bonorum et malorum usa anche transfero. È interessante notare che lo stesso termine è usato tanto per riferirsi alla traduzione quanto per la creazione di metafore, mettendo in moto un possibile travaso concettuale insito nella polisemia del termine latino: così come la metafora arricchisce la lingua, lo stesso fa la traduzione. Scrive Cicerone riferito alla metafora: “Queste metafore (traslationes) sono come dei prestiti (mutuationes), per mezzo dei quali prendiamo da un altro luogo quello che ci manca” (De Oratore, III, 156). La traduzione fa la stessa cosa. Non bisogna avere paura della contaminazione, perché l’impatto con la lingua straniera non può essere che arricchente.

Antoine Berman ha affermato che l’atteggiamento della cultura latina è etnocentrico, intendendo con questo termine quella modalità che tende a leggere il rapporto con le altre culture alla luce della propria e la cultura straniera come qualcosa da rifiutare oppure da adattare e trasformare all’interno della cultura di appartenenza.

Io credo, invece, che il mondo latino classico intendesse la traduzione come un’attività di riscrittura dei contenuti stranieri per riempire i vuoti del proprio sistema culturale. I testi greci diventano una riserva di contenuti e di modelli da cui partire per costruire una propria identità. In questo senso l’idea di traduzione della cultura latina è stata indirizzata ad ampliare gli spazi del pensabile e con questo a porre le impalcature di una grande avventura intellettuale che avrebbe determinato il destino dell’Occidente.

Gareggiare con i Greci come trampolino di lancio per una nuova idea di cultura. Affermare la propria originalità riscrivendo i testi. Inventare una letteratura come si farà con il diritto e con l’architettura.

© RIPRODUZIONE RISERVATA