LETTURE/ La “Chiesa senza Cristo” in Walker Percy, Flannery O’Connor e papa Francesco

La tentazione di una “Chiesa senza Cristo” come la più sottile ambizione dell’uomo di salvarsi da solo. Ne hanno scritto tre autori speciali

06.02.2019 - Roberto Gabellini
chiesa_sanpietro_piazza_messa_papa_lapresse_2018
Piazza San Pietro (LaPresse)

Nel suo libro Amore tra le rovine, pubblicato nel 1971, Walker Percy racconta le avventure di un medico e, come lui stesso si definisce, “cattivo cattolico”. “Credo in Dio e in tutto l’armamentario, ma amo di più le donne, poi la musica e la scienza, quindi il whisky. Dio viene al quarto posto”. Peraltro, la stessa cristianità nel romanzo non sembra attraversare un buon periodo, con la Chiesa ormai divisa da tempo in tre tronconi: “la Chiesa Cattolica Americana, la cui nuova Roma è Cicero, nell’Illinois; gli scismatici olandesi, i quali credono nella rivelazione, ma non in Dio; la Chiesa Cattolica Romana, un minuscolo gregge disperso senza alcun luogo di culto, che pone l’accento sul diritto di proprietà (…), ha conservato la Messa latina e fa suonare l’inno ‘La bandiera stellata’ al momento dell’Elevazione”.

Nella storia, che inizia alla vigilia di una possibile fine del mondo, il dottor More, indegno pronipote di “quel” sir Thomas, è l’inventore di uno strumento, il lapsometro, una sorta di calibro dell’anima, in grado di leggerne accuratamente lo stato di salute, individuandone le diverse malattie e devianze.

Tra queste, soprattutto “un grave angelismo”, con la conseguente disintegrazione qui e subito dell’anima dell’uomo occidentale e la completa astrazione dell’io da se stesso; uno stato nel quale l’uomo si trova a essere “facile preda della prima nozione astratta propostagli e pronto a uccidere chiunque lo ostacoli, pronto a torturare, a giustiziare, a eliminare popolazioni intere, e tutto ciò con i moventi migliori che si possano immaginare e con le migliori intenzioni possibili, in effetti in nome della pace, della libertà, eccetera”.

E infatti nel romanzo non manca chi vorrebbe utilizzare le potenzialità dell’insolito strumento per un proprio potere, governando lo stato d’animo degli uomini, pur a rischio di un “devastante” fallout psichico; in particolare promettendo qualcosa di nuovo (non più la “vecchia” fede), ma appunto qualche nozione astratta, qualche ideale, qualche intenzione umanitaria attorno alla quale poter ricostruire la propria anima; e, in pratica, garantirsi la liberazione per sempre dal peccato e dal problema stesso della libertà. Come ammette lo stesso dottor More, “che cosa non accadrebbe se l’uomo riuscisse a rientrare nel paradiso, per così dire, e a vivervi al contempo come Uomo e spirito, un integro e intatto spirito-uomo, come carne concreta quanto quella di una trota screziata, una creatura maculata, e, ciò nonostante, conscia di se stessa come un io!”

Appena un passo avanti a queste promesse e all’euforia per una guarigione definitiva dell’anima, come in un gioco a incastro, possiamo imbatterci in altri imbonitori, magari di carattere diverso – un po’ più musoni e tristi, sempre rigidi e con “lo sguardo fisso sul pavimento” –, ma che alla fine propongono la stessa medicina. Li sospinge una scrittrice ugualmente cattolica, proveniente dallo stesso sud protestante americano di Walker Percy, e che con lui ha condiviso la stessa aspettativa di cambiamento della Chiesa americana e, personalmente, lo stesso sarcasmo e la stessa nudità dell’anima.

Vediamo così il protagonista di Wise Blood di Flannery O’Connor, Hazel Motes – nipote di un famoso predicatore locale, che “il quarto sabato di ogni mese arrivava a Eastroad come se avesse appena il tempo di salvare tutti loro dall’inferno e si metteva a urlare ancor prima che gli fosse aperto lo sportello dell’automobile” – il quale, a dodici anni, sa già che da grande avrebbe fatto lo stesso mestiere del nonno.

Della sua storia, qui, ci interessa solo la sua opera di evangelizzazione, quell’annuncio, esattamente, di una Chiesa senza Cristo intorno alla quale vorrebbe costruire la propria carriera di predicatore (o di anti-predicatore). “Ascoltatemi tutti. Sappiate che mi preparo a predicare una chiesa nuova: la chiesa della verità senza Gesù Cristo Crocifisso. Convertirvi a questa mia chiesa non vi costerà nulla. Non è ancora iniziata ma lo sarà al più presto”. E ancora, “ebbene, io predico la Chiesa Senza Cristo. Sono membro e predicatore di quella chiesa dove i ciechi non vedono e gli storpi non camminano e chi è morto morto rimane. Interrogatemi su questa chiesa e vi risponderò ch’è la chiesa che il sangue di Gesù non insozza con la redenzione.”

Ci interessa perché tradisce l’esasperazione del suo rapporto con Cristo, quel Cristo che non riesce a evitare, che si sposta di albero in albero nella sua mente senza mai lasciarlo e col quale non vuole, almeno inizialmente, ammettere il proprio debito di redenzione; e poi perché la chiesa che propone esiste solo sulla carta, come organizzazione, una scatola vuota da riempire con qualcosa che si scelgano i suoi stessi fedeli. “Se Gesù vi avesse redenti, che differenza farebbe in voi? Non cambiereste né poco né punto. Le vostre facce non si moverebbero, né di qua né di là, e se costì ci stessero tre croci e Lui fosse appeso alla croce di mezzo, questa croce non avrebbe più senso delle altre due, né per voi né per me. Sentitemi bene. Quello che vi ci vuole è qualcosa che pigli il posto di Gesù, qualcosa che parli chiaro. La Chiesa Senza Cristo non ce l’ha, un Gesù, ma ne ha bisogno! Ha bisogno di un nuovo gesù! Ha bisogno di uno che sia tutto uomo, senza sangue da buttar via, e ha bisogno di uno che non rassomigli a nessun altro uomo cosicché voi tutti guarderete a lui. Datemi un gesù come questo, gente. Datemi un gesù nuovo come questo e vedrete che passi da gigante sarà capace di fare la Chiesa Senza Cristo!”

Ecco, di nuovo qualcosa che prenda il posto di Cristo nella Chiesa e che risolva il problema della libertà e del debito che l’uomo Gli deve pagare per essa. “(…) Non ci fu nessuna Caduta perché non c’era nulla da dove cadere e non c’è nessuna Redenzione perché non ci fu nessuna Caduta”, e dunque “indicatemi dove si trova questo nuovo gesù, gridò Hazel Motes, e io lo innalzerò nella Chiesa Senza Cristo e allora voi vedrete la verità. Allora saprete una buona volta che non siete stati redenti. Mi dia questo nuovo gesù, qualcuno di voi, dimodoché saremo salvati tutti quanti solo a vederlo!”

La conclusione della storia dei due protagonisti, una volta esaurita nel romanzo la loro funzione di annuncio di una fede tutta nuova, è diversa forse solo in apparenza.

Thomas More, di nuovo sposato, non beve più, non cerca più di possedere le donne che incontra, cerca di fare i conti con la propria fede e, seppur affermi di lavorare ancora alla sua invenzione, si lancia su un letto tutto nuovo “per un lungo sonno invernale, intrecciati l’uno all’altra come si intreccia l’edera, non sotto un cespuglio o su un’automobile, o sul pavimento, né facendo una qualsiasi delle tante sciocchezze che caratterizzarono gli scorsi e singolari anni della cristianità, ma in casa e a letto, come si addice a tutta la brava gente.”

Anche Hazel Motes, esempio di santo protestante “come lo racconterebbe un cattolico”, è infine costretto a regolare i conti con quel Gesù che dichiarava di rifiutare, e come peraltro, fin dall’inizio, tanti che ha incontrato gli hanno ripetuto, in una sorta di eco appena distorta delle parole che Pietro si sente ridire dopo il suo tradimento. “Ho capito che non permetti a nessuno di avere qualcosa. Ho capito che sei abbastanza vigliacco da sbattere un bimbo piccolo contro il muro. Ho capito che non ti diverti mai neanche per sbaglio e che non permetti a nessuno di divertirsi perché non vuoi nient’altro che Gesù!”

In tutto ciò è abbastanza evidente cosa c’entri Papa Francesco. Egli, infatti, ormai da tempo mette in guardia i suoi fedeli da una “Chiesa senza Cristo”, figlia di un certo gnosticismo e di un certo pelagianesimo, intesi cioè come atteggiamento e non come dottrina; volendo egli rappresentare in questo modo la non incidenza dell’Incarnazione nella nostra vita reale e attribuendone volta a volta all’uno o all’altro le conseguenze “pratiche” e gli errori che vuole denunciare.

Una sorta di “fantasia” pedagogica, quella del Papa, che ricorda l’uso delle parabole nel vangelo, ma anche le “visioni” – in qualche modo profetiche – dei due autori che abbiamo riportato. E che ognuno si diverta liberamente ad attribuire alle vicende dell’uno e dell’altro romanzo il rimando al campo gnostico o pelagiano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA