LETTURE/ Novella Scardovi, così la “tenerezza di Dio” cambia la vita degli uomini

70 anni fa nasceva Maria Novella Ravaglia Scardovi. Un incontro la liberò da una profonda angoscia. Per gratitudine dedicò la vita ad accogliere bambini e persone bisognose

08.02.2019 - Eugenio Dal Pane
Novella Scardovi (1949-1996) (foto dal web)

L’8 febbraio di 70 anni fa nasceva a San Potito, frazione di Lugo di Romagna, Maria Novella Ravaglia, più nota come Novella Scardovi. Costretta a lasciare la scuola dopo la quinta elementare per aiutare la famiglia, molto povera, a 15 anni si trasferì a Castel Bolognese per lavorare in un bar. Qui incontrò Giuliano, che sposò tre anni dopo, convinta di poter finalmente soddisfare quei sogni da cui “mi aspettavo la felicità” (questa citazione e le seguenti sono tratte dall’autobiografia Dalla tenda alla casa. La mia vita rinata in un incontro, Itaca Edizioni, 2009).

La morte di una giovane zia, sposata con due figli piccoli, aprì in lei una drammatica domanda sulla vita. “Divenni inquieta e scontenta. Mi venne meno la voglia di fare le cose, dal tenere in ordine la casa alla cura della mia persona. ‘La vita è tutta una fregatura’ dicevo”. Questa sua inquietudine, fino a sentirsi malata, mise in crisi anche il matrimonio.

Fu l’incontro con una giovane coppia di sposi, avvenuto in un campeggio, a farla rinascere. Scrive: “Il miracolo più grande è il momento che si incontra un qualcosa di grande che inizia a dare un senso e uno scopo alla nostra vita. Per me è avvenuto il 26 luglio 1977 a 27 anni. Quella mattina loro mi hanno accolta come se mi avessero conosciuta da sempre, gratuitamente, senza cercare di risolvere i miei problemi”. Sgorgò in lei un profondo senso di gratitudine per il Signore e il desiderio di comunicare ad altri ciò che l’aveva liberata dall’angoscia.

“Il 22 maggio 1978 prese forma nella mia mente l’immagine di una casa grande, dove poter accogliere stabilmente dei bambini. Ebbi la viva percezione di un compito da svolgere. Mi recai nella chiesetta delle suore di clausura a dire il mio ‘sì’ al Signore, a cui l’affidai tramite l’intercessione di santa Rita”.

Per anni la loro piccola casa si aprì a tante persone bisognose di un luogo dove stare. Famiglie per l’Accoglienza fu l’ambito nel quale condividere il desiderio, sempre custodito, di costruire una casa grande, peraltro sempre più necessaria perché erano cresciute le persone che vivevano con loro. Per sostenere la realizzazione del progetto nel 1990 fu costituita un’associazione che ebbe nella Compagnia delle opere un riferimento decisivo. Il 19 marzo 1994 avvenne la posa della prima pietra e due anni dopo fu inaugurata la Casa d’Accoglienza San Giuseppe e Santa Rita.

La vita e l’instancabile azione di Novella si comprendono solo alla luce della memoria grata del giorno e dell’ora in cui era stata accolta da due volti nei quali lei, che da anni era lontana dalla Chiesa, aveva riconosciuto “la tenerezza di Dio”. Quell’incontro, che ben presto divenne totale appartenenza al movimento di Comunione e liberazione, rigenerò la sua vita, e, con essa, il suo matrimonio. Era solita dire che “La gente è orfana, non sa di chi è”; sapeva bene “per esperienza personale come fosse drammatica la solitudine e quanto profondo fosse il bisogno dell’uomo”.

Il miglioramento fino al recupero di alcune persone che i medici avevano dato per irrecuperabili la rese più certa che “la malattia vera dell’uomo è la solitudine, l’assenza di un volto che lo guardi con simpatia, e che il bisogno di ciascuno, a qualsiasi età e in qualsiasi condizione, è quella di un abbraccio, di un luogo che sia una casa accogliente: l’uomo ha bisogno di gratuità”.

Era aperta a tutti; chi la incontrava si sentiva guardato, stimato, valorizzato. Per questo le persone desideravano stare con lei e mettere a disposizione tempo, capacità, denaro, competenze, tanto che fu il sindaco comunista del paese a suggerire il terreno dove fu costruita la casa. Essa doveva rigenerare un popolo, essere un segno, una luce: “Noi siamo quelli che hanno acceso un fiammifero in una grande stanza buia; certo, è poco, ma uno entrando potrà almeno dire che non è più buia”.

L’8 maggio 1996 moriva in un incidente stradale; la sera stessa alcuni amici decisero di proseguirne l’opera, che nel tempo è fiorita. Dai frutti si riconosce l’albero.

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