LETTURE/ Morin e quello scampolo di “sacro” che nessuno ci può togliere

Nel suo lavoro “Sull’estetica” Edgar Morin fa capire come la natura e la vita umana non possano fare a meno della bellezza. Che va coltivata sin da ragazzi

10.03.2019 - Mario Sammarone
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Wlliam Congdon, Venice 2 St. Mark's Square 1, 1950

La società e la persona, nell’era post-moderna, sentono il peso di forze anonime e senza volto, che mettono in crisi l’individuo e il suo stile di vita. Probabilmente, la riduzione della persona a macchina, a mero ingranaggio della massa indifferenziata è una delle paure esistenziali più importanti del nostro tempo; eppure, come per ogni male, esiste un antidoto, e l’arte, specie nelle società secolarizzate occidentali, si è rivelata un pharmakon efficace.

Edgar Morin torna con un nuovo libro, Sull’estetica (Cortina 2019), proponendo la sua visione dell’arte, e dell’estetica in generale, e di come l’una e l’altra pervadano gran parte della nostra esistenza. Poiché la natura e la vita umana non possono fare a meno della bellezza, lontane come sono da un’algida freddezza: la vita, infatti, nella selezione naturale e nel suo perdurante impulso ad affermare se stessa, si è sempre dimostrata creativa.

Morin testimonia come le sue esperienze estetiche, di lettura, di visione di quadri e film, di ascolto di musica, fin dai giorni della sua adolescenza, sono le stesse che, interiorizzate, lo hanno portato in seguito a fare scelte decisive nella vita, anche in ambiti lontani dalla vita privata. Perché l’estetica porta con sé una commozione profonda, un coinvolgimento totale (ma non totalizzante) della persona; essa impregna l’azione, è ricerca del senso, è il sentire umano che si fa gesto vivo, emozione che proviene da tutto ciò che ci fa vibrare, sia esso naturale o creazione dell’uomo.

Anche la mente e la ragione sono condizionate dall’estetica. Pensiamo a un’idea, che ci affascina e ci trascina come in una dimensione diversa, in una passione intellettuale che ci forma e ci orienta; estetica è anche la parte inutile, poetica della vita, di contro a un utilitarismo prosaico che il tempo presente ci offre sempre più. Quante volte l’uomo attuale estetizza la propria vita, le proprie esperienze, includendo tutto nella categoria del bello, come per dare un senso alla propria esistenza che altrimenti rischia di perdersi. Si narra se stessi, esteticamente, per sopportare la realtà; ognuno cerca di creare il romanzo della propria vita, in cui il protagonista è l’autore stesso, come si fosse in un reality show.

Si tratta di una forma di resistenza alla massificazione e al pericolo dell’inumano attorno a noi. Con un rischio in più: l’esperienza estetica oggi, essendo ormai un bene-consumo necessario, è sottomessa al mercato, che ne è l’ultimo padrone, dopo che per secoli è stata sotto il dominio della religione, del mecenate, del potere. Entertainment rules, la mercificazione dell’arte.
Eppure la profondità dell’esperienza estetica rimane, ci avvicina ad un passato primitivo dell’animo umano, a una condizione che Morin, con l’antropologia, chiama “stato secondo”, e che ci accomuna alla meraviglia e alla possessione estatica che doveva pervadere i nostri progenitori alla vista del cielo stellato, una notte, di una foresta, o dell’immacolato cadere della neve. Quella magia, esperita da esseri immemori di sé e uniti in comunione con la natura che si manifestava, quasi caduti in trance, era la teofania di un sacro sconosciuto che, per noi, uomini moderni, non è ancora del tutto perduto, ed è esperibile alla vista di un quadro, di un film, di un tramonto, o all’ascolto di Mozart o di uno spettacolo di danza, quando siamo pervasi da quel senso di trasfigurazione e sacralità al pari dell’uomo primitivo. Questa esperienza è anche ciò che viene chiamata sindrome di Stendhal.

L’estetica ci è necessaria anche per dare un significato al senso di caducità dell’esistenza, è come una (aristotelica) catarsi necessaria per la nostra armonia interiore; è la soggettività che si introduce nella storia, per dirla con Michel Foucault. Perché l’estetica, costruendo e ampliando il nostro immaginario, lo indirizza all’azione, alla costruzione di mondi.

È interessante notare come anche la scienza nel suo progredire si avvicini all’indeterminatezza dell’arte: per esempio la fisica quantistica, mettendo l’accento sull’interazione tra particelle e quindi sulla loro relazione e non staticità, è il contrappunto della relazione tra oggetto artistico e fruitore, che nell’esperienza estetica, mettendosi in relazione, si contaminano e si influenzano reciprocamente, creando nuove possibilità di essere, nell’ottica di una nuova ontologia della relazione. È una specie di “veggenza”, in cui si esprime consapevolezza e conoscenza, in una modalità sottratta alla fredda razionalità.

L’esperienza estetica ci rende più intensi, più vivi, più interamente umani, è un oasi di bellezza e piacere. Ecco perché Morin può dire che, ascoltando la Nona di Beethoven quando era ancora bambino, commosso da quella forza estetica, visse una tale esperienza totale che, da adulto, lo ha reso ciò che è, come se il mondo si fosse rivelato in quel momento, in un’agnizione di cui è rimasta traccia per sempre. Per questo è importante l’approccio estetico sin da ragazzi, avvicinandosi per esempio alla buona letteratura, per crescere, per condividere la propria umanità. Con questa esperienza di comprensione-empatia-partecipazione diventiamo più aperti, meno riversi su noi stessi, per inglobare l’arte nella nostra esperienza e nutrircene, intensificando l’insegnamento umanistico anziché mortificarlo. Imparare poesie a memoria a scuola, lungi dall’essere un esercizio inutile, è altamente utile perché quei testi, nel corso della vita, potranno essere sempre riportati alla memoria e recitati quasi come fossero incantesimi, dei mantra benevoli che ci supporteranno e daranno spessore alla nostra interiorità.

Per Morin l’opera d’arte è gioco elevato alla sua massima espressione: accedendo ad essa ognuno di noi è profeta, mistico, sacerdote e poeta. Lo sciamano-artista rivive, in maniera mimetica, nella sua opera e da questa arriva al fruitore che, quando l’esperienza è vissuta intensamente, si fa egli stesso sciamano per arrivare alla profondità del significato del reale, sfida la morte certo non per vincerla, ma per ribadire più fortemente la vita. L’Homo ludens, se si vuole salvare, ha nell’arte il suo gioco per giocare.

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