LETTURE/ Edwin A. Abbott, lo scrittore che predisse la relatività di Einstein

Scritto nel 1860, il libro di Edwin A. Abbott, semplice e di facile lettura, ha però una genialità: anticipa la fisica del 900 e sembra ispirare la teoria della relatività

02.03.2019 - Ermes Trentin
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La nebulosa di Orione

Flatlandia di Edwin A. Abbott è un libro semplice, di facile lettura, a tratti anche noioso nella descrizione ridondante rispetto al tema cui fa riferimento il racconto. La stesura letteraria ha, però, la “genialità” di trattenere due idee di grande spessore prospettico rispetto al periodo di pubblicazione (1860 circa).

L’autore, attraverso la sua pura creatività, svela un’inconsapevole (a quel tempo) idea immaginativa, fantastica quanto feconda e preveggente rispetto a fatti che avrebbero di lì a poco rivoluzionato la conoscenza umana. I due aspetti, quello sociologico relativo alla società vittoriana coeva alla pubblicazione del libro, e quello relativo allo sviluppo della fisica, saranno di lì a qualche decennio dirompenti e profondamente rivoluzionari nei loro rispettivi ambiti.

Da un lato Flatlandia è una vera e propria allegoria di velata denuncia verso la società vittoriana di quel tempo (a cui la prefazione stessa del libro fa riferimento); e dall’altro è una sorprendente e stupefacente anticipazione “immaginativa”, tanto involontaria quanto acuta e precisa, di una vera e propria rivoluzione del sapere fisico-scientifico.

Quanto questo libro abbia potuto influenzare e far “crescere” la consapevolezza di un salto epocale, qualitativo, della conoscenza, poi rivelatosi concreto sia nelle realtà sociali che nel mondo accademico – un salto che, di fatto, ha cambiato le sorti della società inglese e sradicato “sicurezze” mummificate di saperi ormai pronti a una vera rivoluzione scientifica -, rimane un interrogativo senza risposta.

Perché si può affermare che a distanza di qualche decennio dalla pubblicazione del libro avvenne una vera rivoluzione della conoscenza? Perché, di fatto, si produsse, all’interno di uno stretto circolo di grandi menti pensanti della fisica moderna (una su tutte, quella di Albert Einstein), un capovolgimento del sapere, totalizzante e unico. Capovolgimento che rigettò saperi ritenuti da circa due secoli (vedi per esempio la fisica di Newton) indiscutibilmente granitici e impermeabili a revisioni e modifiche.

La mia lettura del libro – lo dico subito – tralascerà completamente l’aspetto socio-politico, visto che tali dinamiche non rientrano nel campo di cui sono appassionato. La mia attenzione si rivolge esclusivamente al rimando fisico relativistico e scientifico che il libro, con ingenua preveggenza, squaderna davanti agli occhi del lettore. Posso affermare che tra il racconto del libro e gli sviluppi successivi della scienza ci fu di fatto un entanglement (legame, ndr) letteral-scientifico che stupisce ancor oggi per la sua casuale affinità.

Non manca chi osservi come Flatlandia sia stato addirittura ispiratore delle scoperte successive, visto che fu letto dallo stesso Einstein. Di certo, la sorprendente analogia e curiosa affinità che il racconto “suggerì” alla scienza – che a sua volta lo trasmise, poco dopo, alla letteratura attraverso i risultati ottenuti – rimane un fatto incontrovertibile.

I nuovi confini della conoscenza, impensabili solo qualche anno prima – e mi riferisco all’idea fondante di cambio prospettico che la relatività generale di Einstein portò a compimento e a eterno postulato conoscitivo del sapere – resta uno stimolo affascinante nella rilettura e nell’approfondimento di questo testo.

Il racconto, in sintesi, ruota attorno al tema della dimensionalità. Riporta, infatti, in modo minuzioso e preciso, come potrebbe essere un mondo bidimensionale. Saranno poi due incontri del personaggio narrante con mondi di dimensioni diverse più limitate (Linealandia) e più ampie (Spaziolandia) a produrre, nello stesso protagonista, atteggiamenti, in un caso, di superiorità e, nell’altro, di incomprensibile stupore e timore. Il personaggio (un quadrato), analogia dell’essere umano, vive un rifiuto “naturale”, quasi “impulsivo”, in ambito concettuale prima ancora che di consapevolezza, a riconoscere e far propri cambiamenti a più dimensioni spaziali e, speculativamente, nei confronti di sottrazioni di dimensioni spaziali rispetto a quelle a cui era abituato a vivere attraverso la sua/nostra semplice esistenza.

Nei primi anni del Novecento succede qualcosa che stravolgerà questo sapere, questa conoscenza profondamente radicata, direi quasi “genetica”, nell’Homo Sapiens Sapiens. Uso il termine genetica per il semplice motivo che gli stessi sensi – gli “strumenti” di cui siamo dotati per “misurare” e percepire il mondo – non sono in grado di andare oltre le tre dimensioni con cui l’evoluzione fisica, e con essa successivamente la connessione intellettiva, ha sviluppato lo stretto rapporto trasduttorio tra il “fuori” e il “dentro” dell’essere umano. Con la relatività generale di Einstein accade e si verifica di fatto un “salto”, un grandissimo balzo in avanti, nello svelare la profondità conoscitiva del cosmo e quindi del contesto in cui l’uomo stesso da sempre vive.

Cosa accadde di fatto? Il tempo, l’elemento tempo, fin dalla notte dei tempi studiato a fondo per cercare di dargli un significato e una “collocazione” raziocinante, precisa e indiscutibile, trova una nuova sistemazione, una nuova visione fisica. Con Newton fu definito e fissato attraverso un carattere di linearità assoluta: il prima, l’adesso e il dopo. Concettualmente il tempo fu, con lui, pensato e insegnato “staccato” e ben autonomo nella sua costituzione dai tre vettori dimensionali spaziali di altezza, profondità e lunghezza. Due colonne portanti della struttura dell’universo tenute ben separate, distinte, assolute e costanti.

Tutta l’immensa certezza fino ad allora indiscutibilmente presa come atto definitivo della conoscenza fisica viene, con la relatività generale di Einstein, sgretolata totalmente per essere inglobata in un risultato finale che porterà a una sola colonna portante dimensionale. Di fatto viene aggiunta una dimensione totalmente vincolante a quelle percepite dai sensi umani e concettualizzate fin lì dall’uomo. Lo spazio-tempo verrà sancito, a partire dalla relatività generale, come un legame dimensionale unico e corrispondente nel suo evolversi temporale.

Rivoluzionaria sarà la verifica che avrà questa nuova, o meglio più precisa, spiegazione di dimensionalità spazio-temporale: una natura “plastica”, o meglio, modulante. E quale sarà l’elemento modificatore della natura, ora relativa e non più assoluta, quadridimensionale? La materia. La gravità prodotta dalla materia influisce fisicamente sulla dimensione spazio-temporale, modificandola, plasmandola, rallentandola o accelerandola.

La geometria classificata sotto il nome di “euclidea” cessa di esistere, o meglio, viene inglobata in una visione più ampia e completa nella natura dimensionale del cosmo. Dopo Einstein, lo spazio su cui credevamo di vivere non sarà più formato da tre dimensioni, ma diventa “d’acchito” di quattro dimensioni, che – aspetto per nulla secondario – avranno caratteristiche relative, non assolute, cioè cambieranno in relazione all’influenza che la gravità produce nell’incontro con esse.

Alla luce di quanto ricordato e tornando alla lettura di Flatlandia, è sbalorditiva l’analogia premonitrice di questo testo letterale di chiara connotazione fantastico-surreale. Fino alla fine dell’800 l’umanità viveva in un’idea di spazio tridimensionale. In pochissimi anni, dopo i primi decenni del 900 (nulla rispetto alla storia dell’umanità e ben che meno in una prospettiva globale dall’origine dell’universo), l’uomo fu da lui stesso “trasportato” su uno spazio quadridimensionale.

Flatlandia, se visto in quest’ottica, rimane nella storia della letteratura un esempio di come l’immaginazione umana, veicolata attraverso la letteratura e il racconto, è diventata una “affascinante bottiglia” al cui interno era racchiuso un messaggio lanciato nell’oceano immenso del futuro, in cui per i posteri furono custodite le sinapsi ideative di uno scrittore che inconsciamente e misteriosamente “avvertì” una correlazione, un vero e proprio entanglement fisico (intendo il principio ancora oggi classificato come, appunto, il più grande mistero della fisica moderna) con le scoperte successive di lì a qualche decennio.

L’entanglement quantistico da sempre viene descritto nei libri di fisica come l’ambiguità che diventa regola. Ebbene Flatlandia è una vera e propria descrizione letterale di una regola (la vita dimensionale in cui siamo abituati a vivere) che diventa ambigua e messa in discussione dal momento in cui si incontra improvvisamente una dimensione nuova.

Flatlandia è un libro che, nella sua genesi, rimane, inconsapevolmente, profezia narrante di una delle scoperte scientifiche più stravolgenti di sempre nella storia della conoscenza umana, e che vide la luce mezzo secolo dopo la sua pubblicazione.

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